Rifiuti nucleari, dove finiranno le scorie italiane?

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Sono iniziate le procedure per stoccare 90 mila metri cubi di rifiuti nucleari: scorie e residui di attività medico-radiologico finora conservati all’estero.

Sono ben novantamila i metri cubi di rifiuti radioattivi che devono trovare una definitiva collocazione: entro fine anno l’Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, dovrà rendere noti i criteri a cui il deposito nucleare nazionale deve uniformarsi ed entro il prossimo agosto la Sogin, cioè la società pubblica che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali, dovrà indicare la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee.

Finora queste scorie radioattive, risultato della passata stagione nucleare italiana conclusasi con il referendum del 1987, sono state in parte conservate in Francia, Regno Unito e Svezia in attesa di rientrare in Italia sotto forma di blocchi vetrificati.

Occorrerà costruire strutture di superficie in grado di resistere per almeno due secoli e che possano ospitare in modo permanente le scorie radioattive a bassa e media attività.

Secondo le stime ci vorranno circa quattro anni per arrivare a una localizzazione dei siti definitivi e altri quattro anni per la progettazione esecutiva e la costruzione delle strutture vere e proprie.

Il problema è che in base agli accordi presi è previsto il rientro del materiale radioattivo dall’Inghilterra a partire dal 2019 mentre dalla Francia a partire dal 2020.

Qualora l’Italia non fosse ancora pronta potrebbe eventualmente richiedere una proroga ma se ciò è possibile forse per i contratti con gli inglesi, pur pagando una penale salata, ben diversa appare invece la situazione con i francesi.

Oltretutto la rimozione del combustibile dalle quattro centrali nucleari italiane e dagli altri impianti non è stata ancora completata: il combustibile della centrale di Latina è a Sellafield in Inghilterra già dai primi anni Novanta, quello della centrale di Caorso è stato trasferito a La Hague in Francia tra il 2007 e il 2010 e quello della centrale di Garigliano è in Inghilterra dal 1987 ma solo in parte.

In sostanza per evacuare completamente dal territorio italiano le scorie nucleari mancano ancora alcuni carichi dal deposito di Saluggia e dalla centrale di Trino: un traffico che arriva a costare in modo esorbitante se si pensa che la Sogin, fino a tutto il 2012, ha speso ben 2,1 miliardi di euro e conta di averne bisogno ancora di altri 4,8.

Foto © Jumbo2010 - Fotolia.com

Una bolletta cara

La Sogin costa agli italiani circa 230 milioni l’anno ma se si pensa che il giro di affari mondiale dello smantellamento degli impianti nucleari, nei prossimi anni, potrebbe arrivare a 600 miliardi, anche solo riuscendo ad accaparrarsi l’1%, il conto potrebbe essere pareggiato.
 

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