La Genova di Fabrizio De André

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Ricordi di viaggi in direzione ostinata e contraria

Ci sono pochi casi in cui quando si dice il nome di una città si pensa automaticamente a un personaggio e questo è uno di quelli: Genova richiama praticamente alla mente di chiunque il nome di Fabrizio De André. Le canzoni di Faber raccontano lo spirito della città, i suoi personaggi caratteristici, le vie e i colori. Non è la Genova di oggi però, è quella di trent’anni fa, e per scoprirla attraverso gli occhi del cantautore dobbiamo fare un percorso che non segue la mappa della città ma quella della fantasia.

Le esperienze che viviamo e i luoghi che visitiamo, anche quelli in cui abbiamo vissuto, diventano sempre più belli nel ricordo. Sarà questa trasposizione che rende magica ogni cosa quando un artista ce ne parla. Lo dice De André stesso in Genova Blues, scritta con Francesco Baccini: ‘Genova / io questa notte ti vorrei parlare / e invece parto per mandarti a dire / che tu sei bella, si, ma da ricordare’.

De André nasce nel 1940 nel quartiere di Pegli, in via De Nicolay 12. Si trasferisce in Piemonte durante la guerra e torna a Genova dopo il conflitto. Studia presso il liceo comunale Cristoforo Colombo. Frequenta alcuni corsi di lettere e di medicina presso l'Università di Genova, poi sceglie la facoltà di Giurisprudenza. Non la finirà mai, perché a pochi esami dalla laurea decide di abbandonare la carriera scolastica e di dedicarsi alla musica. Da giovane abita in corso Italia 6, sul lungomare, in una zona prediletta dalla borghesia genovese: lì compone La canzone di Marinella.

Fabrizio si aggira nelle vie più buie e malfamate della città: ‘Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’, come scrive ne La città vecchia.

Chissà quante volte avrà passeggiato per quelle viuzze di notte, uscendo da qualche bar e pensando ‘Perché non hanno fatto / delle grandi pattumiere / per i giorni già usati / per queste ed altre sere’.

Immaginate Fabrizio e l’amico Paolo Villaggio in giro per locali negli anni Sessanta, nella zona dei portici di Sottoripa, davanti al marina del Porto Antico. Lì c’era il Ragno Verde, citato anche nel romanzo Un destino ridicolo, scritto nel 1996 con Alessandro Gennari.

Un’altra meta dell’artista era sicuramente via Del Campo, carruggio dalla pavimentazione sconnessa, dove ‘c'è una bambina / con le labbra color rugiada / gli occhi grigi come la strada / nascon fiori dove cammina’. Inoltre lì si trovava anche il suo tempio della musica in città: il negozio e museo di Gianni Tassio, al numero 29. L’emporio dedicato alla grande scuola dei cantautori genovesi dopo un periodo di chiusura, anche a causa della morte del noto collezionista che lo gestiva, ha recentemente riaperto e vi si può ammirare una delle chitarre di Fabrizio, gelosamente conservata in vetrina, oltre a trovare spartiti, dischi e altro materiale musicale.

Oggi la via è profondamente cambiata, si trovano più kebab e phone center, ma sopravvive ancora qualche taverna in cui si possono trovare ‘quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino / […] / a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo’.

Nella canzone Crêuza de mä De André nomina il mercato ittico di piazza Cavour, che ancora oggi esiste e si può visitare.

In zona Porta Soprana e Porta dei Vacca invece c’è il vico dritto di Ponticello, cantato in A doménega.

 Non si può dimenticare Sant’Ilario, bellissimo quartiere di Genova situato alle spalle di Nervi, che ispirò la composizione di Bocca di Rosa: ‘Appena scese alla stazione / del paesino di Sant’Ilario / tutti si accorsero con uno sguardo / che non si trattava di un missionario’.

Un’altra tappa del tour immaginario della città sulle note del cantautore deve passare dal Teatro Carlo Felice, dove De André tenne un concerto memorabile nel dicembre 1997.

L’itinerario non può che concludersi salendo da Porta Soprana verso piazza Carignano, dove si trova la Basilica dell’Assunta. Lì è stato dato l’ultimo saluto al cantautore dagli abitanti della città e da tutti coloro che l’hanno amato perché ‘Vola il tempo, lo sai che vola e va / forse non ce ne accorgiamo / ma più ancora del tempo che non ha età / siamo noi che ce ne andiamo’.

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