L'antro della Sibilla Cumana presso Pozzuoli, in Campania

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La colonia greca di Cuma

Nel territorio dei Campi Flegrei vicino a Pozzuoli, in provincia di Napoli, circondata da sacri alberi di alloro e da un’aura di magia e mistero, si apre una delle caverne più famose d’Italia: si tratta dell’Antro della Sibilla Cumana, la grotta dove secondo la leggenda viveva la famosissima profetessa.

Il personaggio della sacerdotessa è una delle più conosciute tra le molte della mitologia antica: essa compare nell’Eneide in veste di guida, è, infatti, colei che conduce Enea nel viaggio nel regno dei morti, dove l’eroe incontra il padre Anchise e l’amata Didone. Anche Omero situa nella stessa zona l’ingresso dell’Ade, importante tappa del lungo viaggio di Ulisse.

Nella religione pagana le sibille erano le sacerdotesse votate al culto di Apollo e dedite, nello specifico, all’attività di mantica.

Il nome ‘sibilla’ significa letteralmente vergine nera, perché vivevano in caverne buie e dedicavano tutte se stesse al sacerdozio del dio.

Durante stati di trance e possessioni divine, le sibille rivelavano responsi oracolari fortemente enigmatici, sempre espressi nella forma di esametri greci; stava poi a colui che le interrogava doversi impegnare per interpretare al meglio la misteriosa profezia della sibilla.

L’antro di Cuma è una lunga galleria dalla forma trapezoidale scavata nel tufo, con diversi ambienti sui lati. Sulla parete destra del corridoio si aprono alcune finestre, anch’esse a forma di trapezio, che creano interessanti giochi di luce e donano alla caverna un aspetto ancora più misterioso. Il corridoio termina in un ambiente più ampio, la stanza dell’oracolo, dove risiedeva la vergine sacra durante le sue profezie. Sull’entrata della caverna appaiono alcune iscrizioni recanti i versi di Virgilio.

La forma trapezoidale della grotta ci rivela, però, che questa venne scavata molto prima dell’arrivo dei coloni greci: tale struttura è infatti tipica delle culture megalitiche. Secondo alcune teorie la grotta era dedicata alla Dea Madre, e probabilmente veniva utilizzata per svolgere riti di fertilità.

Sull’origine del mito della Sibilla Cumana vi è una delle leggende più antiche.

Si narra che nientemeno che il divino Apollo s’innamorò della giovane donna; pur di averla come sacerdotessa, il dio promise alla fanciulla qualsiasi cosa lei volesse. La futura profetessa chiese alla divinità di vivere tanti anni quanti granelli di sabbia riuscisse a tenere nel palmo della mano. Il dio esaudì il desiderio dell’amata che purtroppo si trasformò per lei in una maledizione: la sacerdotessa si era infatti dimenticata di chiedere con la lunga vita anche l'eterna giovinezza; la donna si era così condannata a un eterno invecchiamento, che la consumò nel corpo fino a diventare piccola come una cicala - ingabbiata e tenuta prigioniera nell’antro - poi addirittura sparendo del tutto, lasciando di se stessa la sola voce dai poteri divinatori.

Abitata sin dalla preistoria, Cuma è tra le più antiche colonie greche in Italia: fondata nell’VIII secolo a. C. su una collinetta protesa sul mar Tirreno, a dominare un favorevole approdo e tutta l’ampia e fertile pianura campana, fu costruita da alcuni coloni provenienti dalla città di Calcide dell’isola greca di Eubea. Oltre all’antro della Sibilla, il parco archeologico di Cuma si compone anche dei resti del Tempio di Giove, del santuario di Apollo, della Basilica paleocristiana e delle necropoli, importanti testimonianze della colonia originaria.

Oltre alle storie e alle leggende mitologiche che circolano sul luogo, la maggior parte delle informazioni che ci sono giunte derivano da quanto ci è stato restituito dalle numerose tombe, che si stendono nella zona pianeggiante posta a nord delle necropoli. Qui si distinguono un gruppo di sepolture che attestano il rito dell’incinerazione: i resti cremati del defunto venivano raccolti in un calderone di bronzo chiuso con uno scudo, decorato con motivi geometrici e orientalizzanti, adattato come coperchio. Il contenitore era collocato in un cubo di tufo insieme agli oggetti di ornamento personale, per lo più fibule d’argento, recipienti di ceramica a figure rosse e a vernice nera, pochi utensili o armi, che denotavano lo stato di guerriero del defunto. I numerosi corredi tombali ci dicono moltissimo sulle influenze artistiche, culturali e sociali e sui rapporti tra la colonia di Cuma e le altre popolazioni.

I reperti archeologici ritrovati in tutta questa zona sono conservati presso il Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Bacoli, presso la fortezza aragonese del Castello di Baia.

Sito archeologico di Cuma
Aperto tutti i giorni dalla 9.00  fino a un’ora prima del tramonto.
www.cir.campania.beniculturali.it

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