Spade e fiori uniti nella danza

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San Vincenzo e la sua festa celebrata in valle di Susa

La spada è un’arma, è fatta per ferire o intimidire; ma a Giaglione la spada si usa per danzare. Siamo in valle di Susa, in Piemonte, e da secoli ormai la ricorrenza di San Vincenzo prevede un rituale particolare, suggestivo ma leggero. La festa del patrono cade il 22 gennaio: in questo giorno e nella domenica successiva una processione muove alla volta della chiesa parrocchiale, in posizione panoramica sulla vallata e sulle montagne che fanno circolo. Davanti alla chiesa, sulla piazzetta, gli spadonari ripetono la loro danza secolare, accompagnati dalla musica della banda. Giaglione si trova nell’alta valle, e la sede comunale è San Giuseppe. I numerosi nuclei abitati che lo compongono sono disseminati su un terrazzo dello sperone montuoso che separa la valle del torrente Cenischia da quella della Dora Riparia.

Le spade sono modelli di spadoni da torneo: vengono usate con tutte e due le mani, hanno una lunghezza di 1 metro e trenta, una lunga impugnatura e la lama dritta e doppio taglio, stesso modello di quelle che si facevano nel Trecento e nel Quattrocento. Gli spadonari sono rigorosamente quattro: indossano i guanti bianchi e ognuno una giubba diversa, riccamente decorata con alamari e ricami, con il grembiule della massoneria. Il copricapo è veramente originale: un tripudio di fiori, nastri e frutti. L’abbigliamento è personale, e si tramanda di padre in figlio: lo spadonaro smette di essere tale quando decide spontaneamente di ritirarsi, e passa la mano.

L’arrivo alla chiesa segue un rituale ben preciso. La processione si apre con il bran, un lungo ramo abbellito da nastri, fiori e altri addobbi, portato da una giovane sulla testa. Alla base del bran è il pane della carità, un pane bianco e grande che veniva consumato in passato solo nei giorni di festa ed era simbolo di prosperità e buoni raccolti. Seguono le sei priore, donne vestite con l’abito e il caratteristico copricapo savoiardo, che portano dei ceri. Sono divise in coppie: le Priore di San Vincenzo sono le più anziane, la coppia del Sacro Cuore è più giovane mentre le priore di Santa Caterina sono ragazze. Poi sfilano le reliquie del santo e la statua di San Vincenzo, il sacerdote, i chierichetti, la banda e gli spadonari. La coreografia segue una scansione prestabilita e si distingue sostanzialmente in due parti: la marcia e la danza propriamente detta. Le marce utilizzate durante il corteo sono quattro: normal, normale, usata quando si accompagnano le priore alla chiesa; basulén, di Bussoleno (cittadina dei dintorni), accompagna il sindaco e le altre autorità dal municipio alla chiesa; stekàa, stoccata, si alterna alle prime due; e leivrî, che stabilisce la fine della danza e riaccompagna a casa i partecipanti. Anche la danza si suddivide in quattro momenti: il saluto, il karàa (quadrata), lu kor an din (il cuore dentro) e lu kor an fora (il cuore in fuori). Durante l’esibizione le spade si intrecciano, volano in cielo, battono fra loro e a terra, in un turbinio di suoni tintinnanti e di lampi, quando il sole batte sulle lame.

Difficile stabilire con sicurezza l’origine di questo rito. C’è da dire che la danza con le spade è conosciuta e praticata in varie parti del mondo, dall’Asia all’America, mentre in alcune regioni d’Europa assume spesso accenti spiccatamente drammatici, che invece sono del tutto assenti nel rito di Giaglione. È molto probabile, comunque, il riferimento a certi antichi riti propiziatori, legati al rapporto con la terra e all’abbondanza dei raccolti, celebrati senza spargimento di sangue, con esclusivo ricorso alle movenze ritmiche e al simbolismo dei gesti; uno dei movimenti della danza, con la punta della spada rivolta verso il basso, è la pweisàa, e imita proprio il gesto della mietitura.  Un’altra teoria, abbastanza fantasiosa, riconduce alle guardie del corpo del signore del luogo; quando andava a messa era scortato dai suoi fedeli servitori, che non mancavano di sfoggiare la loro abilità manovrando spericolatamente la spada. Ancora, c’è chi vede nella cerimonia la sopravvivenza di motivi e raffigurazioni appartenenti al patrimonio culturale dei Celti, con tutto quell’alone di magie e di connotazioni esoteriche che ne derivano.

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