Disturbi alimentari, anoressia: la "Fame d'amore" di Chiara

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Chiara Andreola è arrivata a pesare 38 kg, a sbattere la porta in faccia al suo fidanzato. Ora, che l'anoressia l'ha sconfitta, racconta dove nasce quella "fame d'amore" in un libro e come riuscire a sconfiggere questo disagio 

Disturbi alimentari, anoressia: la

L'anoressia non è solo una questione relativa al raggiungimento del peso ideale. "Altrimenti, una volta raggiunto quel numero, si smetterebbe di evitare il cibo, no?". A porre la domanda è Chiara Andreola, giornalista e autrice del libro "Fame d'Amore. La mia anoressia" (Città Nuova). Lei ha vissuto in compagnia di questo disturbo alimentare per molti anni. L'anoressia l'ha portata ad abbassare l'ago della bilancia fino a 38 kg, pericoloso punto di non ritorno.

Ma la storia di Chiara, che oggi fa la giornalista e si dedica alla sua passione per la birra artigianale, ci insegna due cose. Uno, non si diventa anoressici solo per perdere peso. E due, rinascere si può.

"Resistere al cibo era un modo per staccarmi dalle cose terrene, - racconta Chiara. - Io sono superiore a tutto quello che accade in questo mondo, mi dicevo, compreso l'istinto primario del mangiare, della sopravvivenza".

Chiara si era estraniata da tutto, anche dall'amore di una vita, il suo Enrico, oggi suo marito e artefice del "ritorno" alla vita di sua moglie. "Una volta Enrico è venuto a trovarmi a Milano e io quasi gli sbattevo la porta in faccia. Poi questa 'cosa' è diventata un percorso che è andato oltre".

Intanto Chiara frequentava la scuola di giornalismo a Milano, lavorava, ma qualcosa continuava a non funzionare. L'anoressia era sempre lì. "Bisogna essere coscienti che sotto questa etichetta si raccolgono situazioni molto diverse - racconta. - Si va dal rifiuto totale che può portare a problemi di salute molto gravi, al mangiare il minimo indispensabile per continuare la vita di ogni giorno".

"Il problema è il vedere nel cibo qualcos'altro che si rifiuta. Non è il cibo che si vuole rifiutare. Il fatto di parlare delle modelle magrissime e dell'anoressia come tentativo di arrivare ad un ideale di bellezza mi ha sempre convinto poco - riflette Chiara. - Se fosse solo un principio di imitazione, ne sarebbero schiave tutte le donne. E poi, raggiunto il peso forma, ci si dovrebbe fermare no?".

Per fortuna Chiara ha saputo cercare aiuto e ha trovato la sua ancora di salvezza nella sua famiglia, in suo marito e nello sport. "Ho vissuto in compagnia dell'anoressia dal 2007 fino a un anno dopo essermi sposata, nel 2013. Una delle cose importanti nel recupero è che ci sia un qualcuno o un qualcosa, come una passione, che possa far dire "ci tengo troppo per perderlo perché sto male". Per me ha funzionato così, con lo sport, per me importantissimo, e la famiglia".

Il libro è nato sul suggerimento della seconda terapeuta che Chiara ha consultato per cercare di uscire dal tunnel dell'anoressia. "Per mesi non sono riuscita a scrivere una sola riga. Fino al 2014, quando mi sono sbloccata e in meno di un mese ho scritto tutto. Da bambina volevo fare la scrittrice, quindi finire il libro era anche la realizzazione di un sogno".

"La terapia è stata un passaggio fondamentale, ma non facile - ricorda. - A Milano avevo iniziato un percorso che però ha peggiorato le cose. A Udine quando mi sono sposata c'è stata una seconda fase in cui mi sono sentita lasciata andare da sola, più brusca, ma finalizzata a concludere il percorso di terapia".

Oltre al sostegno di famiglia e amici, il sostegno dei professionisti è fondamentale. "Ma anche lì bisogna sapersi muovere per non fare altri danni. Uno dei problemi è che non si sa a chi rivolgersi". Tra le associazioni che lavorano con l'anoressia c'è l'associazione Fenice Onlus, che si occupa della cura e riabilitazione dei disturbi del comportamento alimentare.

L'anoressia, guardata dall'altra parte, non è qualcosa che non riguarda più chi l'ha superata. "Si continua a sentirla come parte di sé - spiega Chiara. - Anche se arrivi a mangiare normalmente con serenità, esiste il pensiero latente o il disagio. Quando si è nervosi, la prima reazione è quella di non voler mangiare".

"Non so darmi un perché di quello che ho detto o che ho fatto, - conclude - ma oggi mi basta un'occhiata per riconoscere anoressia e bulimia intorno a me. E mi rendo conto che ci sono molte più persone di quanto si creda che affrontano questi problemi, ma di cui non ci accorgiamo".

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