Samuele Brianza: il design Made in Italy conquista la Grande Mela

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Intervista a Samuele Brianza, giovane e brillante architetto e designer italiano che in New York ha trovato la città ideale dove esprimere il suo talento. Con sé un bagaglio carico di esperienze per importanti nomi del fashion e del design, tra cui spicca un maestro speciale: Giorgio Armani.

Samuele Brianza: il design Made in Italy conquista la Grande Mela

L’onestà dei materiali, la luce, calda e morbida, i colori neutri ma materici, l’attenzione per i dettagli. Piccoli, ma essenziali. Sono tutte caratteristiche dell’inconfondibile stile di Samuele Brianza, giovane architetto e designer italiano dallo straordinario talento che vive e lavora nella Grande Mela.

La decisione di trasferirsi a New York avviene dopo aver maturato 11 anni di esperienza professionale in Italia. Ad altissimi livelli. Dopo la laurea al Politecnico di Milano, Samuele debutta nel mondo dell’ interior design presso lo studio Studio Dordoni, a Milano: “Si lavorava 20 ore al giorno, week end inclusi , - racconta - e la qualità richiesta, sia nell’ambito della ricerca che della progettazione e gestione dei lavori, era portata ai massimi livelli”. Qui collabora con alcuni tra i più importanti nomi del fashion e del design, da Minotti a Dolce e Gabbana, passando per LaRinascente e Flos.

Nel 2008 Brianza viene accolto alla corte di re Giorgio Armani, con cui inizia una lunga collaborazione come architetto e interior designer nell’ambito dello Store Design Department. “Nella vita sono importanti i maestri – dichiara - e io sono stato davvero fortunato a incontrarne diversi lungo il mio percorso. Ma di certo il Signor Armani, come lo chiama chi lavora per lui, è stato il più importante”.

Poi, New York. Samuele coglie al balzo la proposta di Diane Von Furstenberg, che lo contatta nel 2015 per il rebranding di tutti i suoi negozi, per realizzare uno dei suoi sogni più grandi: vivere e lavorare all’estero.

E la Grande Mela lo accoglie a braccia aperte.

Come nasce la tua passione per l’architettura e il design?
“Sin da bambino mio padre, proprietario di un’azienda di tinteggiature e decorazioni, mi ha sempre portato con sé a visitare i cantieri che seguiva. Crescendo, passavo le estati lavorando con lui e i mie fratelli. Il clima di cantiere l’ho trovato sempre familiare, accogliente. Nel cuore e nella mente ho impresse le immagini di spazi in evoluzione, l’odore dei materiali da costruzione, i disegni degli architetti sui muri. Ricordo il rispetto e l’ascolto che tutti in cantiere dedicavano a questi ultimi, misteriose figure che apparivano, valutavano, davano direttive e poi scomparivano”.

Hai collaborato per anni a stretto contatto con Giorgio Armani…
“Sì, per entrare nell’azienda ho dovuto superare ben 7 colloqui, gli ultimi 2 direttamente con re Giorgio, che vuole confermare personalmente chiunque lavori nel suo team creativo. Ricordo distintamente che, percorrendo il lungo corridoio, il profumo di bois d’ences diventava sempre più forte, innescando un automatico senso di reverenza. Tutti parlavano sottovoce e quindi anche tu facevi di conseguenza. Quando è arrivato il momento del colloquio, mi hanno fatto accomodare in una grande sala illuminata da ampie finestre e tende bianche, con al centro un immenso tavolo nero e alle pareti mappe geografiche con bandierine a indicare i negozi aperti in tutto il mondo. Ho sentito dei passi svelti e attutiti dal morbido tatami greige che ricopriva tutto il pavimento. Il cuore ha cominciato a battermi in gola. Lui è entrato con passo veloce e sicuro, mi ha infilato 2 occhi azzurri, taglienti e interrogativi in faccia e ha detto: non abbiamo bisogno di un altro geometrone ma di un bravo architetto. Tu chi sei? Il resto è storia, una meravigliosa storia durata 7 anni”.



Cosa ti ha spinto a decidere di trasferirti a New York?

“Durante i miei anni in Armani ho progettato, gestito e aperto oltre 1500 punti vendita in giro per il mondo. Ho viaggiato dall’America all’estremo Oriente e ho avuto l’opportunità di crescere personalmente e professionalmente. Ma c’era ancora un sogno irrealizzato: vivere e lavorare all’estero e NYC è sempre stata al primo posto della mia lista. Come molti di noi, sono cresciuto guardando i capolavori Hollywoodiani che hanno coltivato e cresciuto il famoso American Dream. E la Big Apple ne era protagonista incontrastata. Quindi, quando l’occasione con Diane Von Furstenberg si è presentata, l’unica risposta per me possibile è stata sì”.



Com'è vivere e lavorare nella Grande Mela?
“Dopo due anni mi sembra ancora di essere su un set cinematografico. Non solo perché questa città è fotogenica sempre e comunque, ma anche perché, effettivamente, movie set e giornalisti con i loro microfoni e van sono all’ordine del giorno. Lavorare qui non è molto diverso che altrove. La differenza la fanno le persone e le relazioni che riesci ad innescare dentro e fuori il lavoro. Quando mi son trasferito non conoscevo nessuno. I primi mesi li ho passati chiusi in ufficio lavorando come un matto, ma poi, piano piano sono riuscito a costruire una piccola rete di nuovi contatti e ho trovato un equilibrio tra il lavoro e la vita privata. Una delle più grandi lezioni che ho imparato da questa esperienza è dare il giusto peso al lavoro in relazione alla vita personale perché mi son trovato di fronte alla necessità di costruirmi una nuova realtà lontano da tutte le persone che amo”.

Come si evolvono architettura e design a New York?
“A NYC tutto e velocissimo. Da sempre è la capitale dove nascono le tendenze che influenzano la vita di tutti, vicini e lontani. Lo skyline della città e’ in continuo cambiamento. Nell’area di Hudson Yards, ad esempio, sta nascendo una e vera propria città del futuro con torri di cristallo, enormi shed che si aprono e chiudono a seconda delle condizioni meteorologiche, teatri all’aperto e spazi pubblici di estrema qualità. Uno dei progetti più interessanti e il Pier55 - floating park: un’isola artificiale sul fiume per regalare alla città uno spazio verde dove non era mai stato pensato prima”.



I tuoi luoghi newyorchesi preferiti per l’architettura e il design.

“Il mio luogo preferito in assoluto e’ il MET Breuer, ex sede del Whitney Museum prima che venisse trasferito nel nuovo museo by Renzo Piano nel Meatpacking district. E’ un un progetto brutalista, quindi, ammetto, non di facile lettura, ma che trovo di una raffinatezza e onestà uniche. Le mostre d’arte contemporanea ospitate in questo spazio son sempre eccezionali e devo dire che un giro nell’Upper East Side in una domenica di sole può essere davvero un programma speciale, anche perché Central Park è a 2 isolati e se sei in zona finirai di certo per perderti nei suoi lunghi sentieri. Se poi hai tempo di passeggiare nel West Village ogni strada è magica, specialmente la 10th St, tra la 5th e Bleecker Street, dove sono stati girati tantissimi indimenticabili film”.

Quali sono gli elementi caratteristici del tuo stile?
“Il mio riferimento principale e’ la scultura minimalista di scuola americana e l’interior design degli anni 10, 20, 30 e 50 del 900. Donal Judd, Charlotte Perriand, Luis Barragan e, ovviamente, Mie van Der Rohe sono i miei irrinunciabili capisaldi nel passato. Nella contemporaneità Vincent van Duysen e’ in assoluto il progettista più raffinato a cui guardo sempre con ammirazione”.

Progetti futuri?
“Sebbene il mondo della moda sia molto affascinante, mi piace molto lavorare su spazi residenziali. Da sempre ho aiutato amici in progetti di ristrutturazione e arredo e anche qui in America ho avuto l’opportunità di seguire clienti privati per piccole cose. Chissà, magari tra qualche anno potrò decidere di aprire uno studio tutto mio e lavorare su progetti miei. Per ora, da Diane Von Furstenberg, tutto procede per il meglio”.

Marianna Monte

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