E per piazza una vasca

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Terme e schermaglie amorose a Bagno Vignoni

Se vi si arriva d'inverno, quando il silenzio è quasi assoluto e la nebbia è complice di un'atmosfera ovattata e magica, potremmo pensare di essere in un luogo fantastico, dove le cose sono diverse da quelle che sono realmente e basta immaginare qualcosa perché diventi vero. Poche case, dall'inconfondibile aspetto medievale, sembrano ripetere la consuetudine del già visto; ma dove di solito si trova la piazza c'è una vasca piena d'acqua. Siamo a Bagno Vignoni, piccolissimo borgo della val d'Orcia, immerso nel leggendario paesaggio delle crete senesi; San Quirico d'Orcia, Radicofani, l’abbazia di Sant’Antimo sono a pochi chilometri.

Si tratta di un'acqua termale calda, e la vasca è stata costruita dove sgorgano varie fonti, di cui una che raggiunge i 52 gradi. Per questo motivo, d'inverno, dalla vasca si alzano vapori per effetto della differenza di temperatura tra l'aria fredda e l'acqua calda. Il luogo era quasi sicuramente conosciuto dai Romani: unica testimonianza un’iscrizione dedicata alle Ninfe, che faceva parte di un tempietto fatto erigere da Lucio Triborio, che recita fra l’altro: O Naiadi che abitate questi caldi vapori […] scorrete leggiadre a buone sorgenti e portate agli infermi col vostro fluire la salute, e ai sani un bagno dolcissimo”.Furono i senesi, seguendo la moda delle terme già in auge nel Trecento, a costruire il villaggio intorno alle sorgenti. La vasca misura 49 metri per 29, ma in origine era molto più lunga. I primi a godere della bellezza e della suggestione del luogo furono i cavalieri e le dame, e anche monaci e signori, che venivano da Siena e non solo, durante la stagione delle terme, per curare reumatismi e fratture, o la gotta, come Lorenzo il Magnifico, che vi soggiornò nel 1490. Altra ospite importante delle terme fu santa Caterina da Siena: quando era ancora molto giovane, tra il 1362 e il 1367, fu mandata qui dalla famiglia perché l’atmosfera allegra e leggera cambiasse i suoi propositi di santità e sacrificio; al contrario, Caterina trovò un nuovo modo di fare penitenza bagnandosi là dove l’acqua sgorgava a 50 gradi.

Il borgo fu di proprietà dei Tignosi, signori di Tentennano, poi dei Salimbeni e nel 1417 fu venduto a Siena per 5000 fiorini, comprendendo le terme, tre mulini, otto case e un’osteria. Nella stagione d’oro qui si alternavano ai bagni gli incontri e gli intrecci galanti; un’autentica località alla moda, molto frequentata e con una stagione mondana allietata da feste e balli. I bagni però erano fatti separatamente: le vasche a monte erano per le donne, il vascone a valle per gli uomini, e gli spazi erano divisi da una cortina di panni prima e da un muro poi, per garantire maggiore riservatezza. La fama e la gloria delle terme terminò con la distruzione operata da Carlo V, e alla fine del XVI secolo il luogo era già in rovina e in stato di abbandono. Nel Settecento, poi, iniziò lo sfruttamento delle acque in senso moderno per opera della famiglia Chigi.

Oggi l’aspetto del luogo è praticamente quello trecentesco: la piscina è chiusa da tre lati da un muretto alto circa un metro e mezzo, oltre il quale è una stradina con orti e case, fra cui il palazzo dello Stazionario, che era il gestore delle terme incaricato da Siena, e palazzo Piccolomini, fatto progettare da papa Pio II Piccolomini dal Rossellino nel XV secolo. Sul quarto lato è il porticato detto di Santa Caterina, affacciato direttamente sulla vasca. In origine questa proseguiva oltre il loggiato per altri 20 metri (ora è sostituita da una piazza). Nel XVIII secolo furono costruiti lo stabilimento termale e la chiesina di San Giovanni Battista; quest’ultima in precedenza si trovava a monte della piazza.

Dal 1978 vige il divieto di bagnarsi nella vasca per ragioni igieniche, e l’acqua in esubero delle sorgenti viene sfruttata dagli alberghi, con centri benessere e piscine aperti anche agli esterni: sono acque minerali bicarbonato-solfato-alcalino terrose, particolarmente indicate per i dolori articolari e reumatici. Bagno Vignoni divenne improvvisamente noto al grande pubblico negli anni Ottanta del Novecento, quando il regista Andrej Tarkovskij vi girò delle scene del suo film Nostalghia (1983), dove le figure umane e i loro discorsi si confondono nei vapori delle acque.

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