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Philofobia: come riconoscere un uomo che ha paura di amare

Cos'è la philofobia e cosa implica nella vita della persona che ne è affetta e in quella di chi le sta accanto: intervista all'esperta.

Cos'è la philofobia e cosa implica nella vita della persona che ne è affetta e in quella di chi le sta accanto: intervista all'esperta.

È possibile aver paura di innamorarsi troppo? Di essere bloccati in amore, magari per paura di essere traditi o di farsi male? La paura di amare esiste e, quando diventa patologica, si chiama philofobia.

Come si riconosce un uomo che ha paura di lasciarsi andare nelle relazioni? Abbiamo intervistato la dottoressa Cristina Rubano, psicologa e psicoterpeuta, per approfondire questo tema così delicato. 

Partiamo dalla definizione: cos'è la philofobia? Come si può catalogare?

La philofobia (dal greco philos, amore, amicizia, e fobia, paura) è un termine che si riferisce alla paura di amare e di coinvolgersi in relazioni intime. Alcune persone la sperimentano in modalità simili all’ansia fobica, con conseguente evitamento dei rapporti sentimentali.

Altre si limitano a relazioni superficiali e di breve durata, ritrovandosi sole e insoddisfatte senza riconoscere del tutto la propria resistenza ad entrare in intimità affettiva con un’altra persona. Questa condizione può provocare molta sofferenza e solitudine, specialmente nella seconda metà della vita.

Quali sono le possibili cause della philofobia?

Ogni storia è a sé, ma alcune delle motivazioni più frequenti sottese alla paura di amare sono:

  • la paura di sentirsi invasi;
  • la paura di perdere la persona amata;
  • la paura di sentirsi vulnerabili.

Alcune persone non sono in grado di mettere una “giusta distanza” nelle relazioni, fanno un po’ come i porcospini di Schopenhauer: non trovano mezze misure e oscillano tra coinvolgimenti travolgenti e abbandoni disastrosi.

Queste persone possono aspirare a una totale fusione con l’altro, ma temere al tempo stesso che questo le farà sentire invase e sopraffatte, per cui non appena si avvicinano a qualcuno subito si ritraggono.

Altre persone possono aver organizzato l’equilibrio della propria personalità intorno a gravi perdite e lutti che, per i più vari motivi, hanno vissuto come la riprova che nessuna, delle persone che amiamo, sia affidabile e che tutti prima o poi ci lasceranno. Dunque meglio non legarsi profondamente a nessuno, almeno così si eviterà di rimanere nuovamente soli.

Altre persone ancora serbano una dolorosa insicurezza di base che cercano di compensare mostrandosi arroganti, invincibili e prive di bisogni o debolezze. Amare qualcuno implica riconoscere uno stato di bisogno e questo, per le persone che rientrano in tale casistica, può essere vissuto come una vulnerabilità impossibile da accettare.

Quanto è determinante il ruolo della famiglia nella quale si cresce?

Quando la paura di amare è un tratto stabile dell’individuo, ha a che fare con l’organizzazione della sua personalità e cioè del modo di funzionare di quella persona. I modi in cui approcciamo (o evitiamo) gli affetti in età adulta hanno molto a che fare con il modo in cui li abbiamo vissuti in età infantile.

In seno ai rapporti familiari, si instaurano modelli di relazione che, se ripetuti stabilmente negli anni, vanno a segnare una sorta di “imprinting” che determinerà le aspettative che - da adulta - la persona serberà sulle relazioni affettive.

Quanto più abbiamo avuto genitori sanamente imperfetti che, nonostante i loro errori, ci hanno fatto sentire stabilmente degni di amore e ci hanno dimostrato di poter contare coerentemente su di loro, tanto più saremo in grado di costruire relazioni di profonda intimità affettiva in età adulta.

Se, al contrario, per i più vari motivi, siamo cresciuti in un contesto dove le figure di accudimento si sono rivelate costantemente distanti, intrusive o imprevedibili, questo potrà influenzare in maniera problematica le relazioni future. Saremo più facilmente portati ad aspettarci abbandoni, invasioni o inaffidabilità da parte del’altro e più difficilmente ci apriremo alle relazioni affettive.

Quali sono i sintomi psicologici e psicosomatici con i quali la philofobia si manifesta?

Come dicevo non esistono sintomi univoci come se si trattasse di una malattia esantematica come il morbillo! Sebbene la scienza psichiatrica ami assegnare nomi e catalogare l’infinita varietà dei disagi psichici ed emozionali degli esseri umani, spesso le cose sono (fortunatamente) un po’ più complesse e interessanti!

Per alcune persone può essere senz’altro vero che la paura di amare si manifesti in modalità fobiche, con tutta la sintomatologia fisica e psichica caratteristiche degli stati ansiosi: sudorazione, palpitazioni, mal di pancia, confusione mentale non appena ci si appresta ad un possibile coinvolgimento sul piano intimo ed emozionale.

Ma per molte altre – e non sono affatto poche - la paura di amare si manifesta in forme più subdole e indirette. Sono persone che non vivono apertamente stati ansiosi, magari somatizzano il proprio disagio o semplicemente passano da una relazione all’altra mantenendosi sempre sulla “superficie” senza mai coinvolgersi emotivamente, e men che mai arrivare a fare progetti di vita a lungo termine.

Per questo le loro relazioni sono destinate prima o poi a rompersi, spesso con delusione e amarezza da parte dei loro partner. Queste persone soffrono tremendamente per la loro situazione: possono ritrovarsi nella piena adultità, intorno ai 40 anni, a vedere amici e conoscenti che si sono creati relazioni affettive stabili, e provare un grande senso di solitudine e di inadeguatezza. Spesso non sono affatto consapevoli delle forti resistenze interne che impediscono loro di costruire un rapporto di intimità affettiva.

Dunque, alcune persone possono vivere sintomi più francamente ansiosi, e riconoscere un evidente stato psichico di ansia e preoccupazione quando si trovano in intimità con qualcuno. Altre possono ignorare tale paura e viverla più sulla sfera concreta o attraverso il corpo, con disagi psicosomatici che prendono il posto del disagio emozionale, o mediante altre modalità, altre “vie di fuga” con cui si sottraggono alle occasioni di incontro affettivo (alcuni, ad esempio, sono già “sposati” con il proprio lavoro, e non a caso).

Quali sono le conseguenze sui rapporti con gli altri? Il partner, gli amici, i colleghi, l'organizzazione delle giornate: le relazioni possono solo essere superficiali? Quali difficoltà reali si devono affrontare nella vita di tutti i giorni?

Come dicevo, la paura di amare può provocare molta sofferenza sia in chi la vive, sia nelle persone che ha intorno. I rapporti affettivi possono essere evitati – la persona vive prevalentemente in solitudine – vissuti in maniera superficiale, oppure vissuti in maniera caotica e incostante, alternando fasi di idillio a fasi di distruttività e delusione che portano la persona immancabilmente ad allontanarsi.

Le persone philofobiche possono essere consapevoli della propria incapacità ad approfondire una relazione affettiva e a mantenerla stabile e questo può ritrarle ancora di più dall’intraprendere una relazione, specie dopo i 30 anni, quando i partner sono più facilmente orientati ad una relazione stabile.

La philofobia può incidere anche sul modo in cui viene vissuta la sessualità?

Sì e no, si tratta di una dimensione assolutamente individuale. Dipende, fondamentalmente, dall’uso che la persona fa della sessualità e dai significati che le assegna.

Per alcuni, l’atto sessuale può essere vissuto come espressione di un pericoloso congiungimento anche sul piano fisico e possono di conseguenza viverlo con timore manifestando, come spesso accade, varie disfunzioni o disturbi in quest’area.

Per altri, l’atto sessuale può essere invece vissuto in maniera scorporata dall’affettività, e rappresentare, a volte, l’unica dimensione che può essere condivisa, al riparo da un coinvolgimento affettivo di qualunque tipo.

Il partner è l'individuo che soffre di più in una relazione con una persona philofobica. Sotto il profilo psicologico, potrebbe andare incontro a seri problemi di autostima, maturando un senso di impotenza e inadeguatezza crescente. Considerato che spesso chi ha paura di amare mette in atto la strategie dell’evitamento e tende a scappare, come si dovrebbe reagire nel momento in cui ci si rende conto del disturbo dell'altro? Tagliare tutti i ponti per evitare che lui ritorni, un po' come si fa il il narcisista patologico?

Non di rado, se ci si guarda indietro, si possono rintracciare delle somiglianze nelle situazioni sentimentali del passato. Spesso, in altre parole, finiamo, senza volerlo, per ritrovarci sempre nella stessa situazione affettiva.

Verrebbe dunque da dire che se una persona si ritrova con un partner philofobico, ma non è questo il genere di relazione che conosce e che desidera, se ne libererà piuttosto facilmente e si dirigerà altrove.

Altro discorso, invece, andrebbe fatto per coloro che dovessero ritrovarsi ricorrentemente in relazioni affettivamente sbilanciate dove si spendono molto in termini affettivi per la relazione, senza ricevere pari coinvolgimento, dedizione, stima o fiducia dall’altra parte.

La questione non è cosa si dovrebbe fare concretamente ma perché, eventualmente, non si riesce a farlo. Perché si rimane in un rapporto insoddisfacente, dove l’altro non può ricambiare il nostro bisogno di amore e intimità?

Dal punto di vista terapeutico, quali sono i trattamenti consigliati?

Sia per le persone con un profilo philofobico di funzionamento nelle relazioni affettive che per i loro partner (coloro che non riescono ad andarsene, per capirci), potrebbe essere di grande beneficio un percorso di psicoterapia.

C’è però da sottolineare una questione non priva di importanza: una persona con forti resistenze a coinvolgersi in relazioni intime, potrebbe avere analoghe riserve nell’intraprenderne una, seppur di diversa natura, con uno psicoterapeuta.

Queste persone in effetti vivono avendo paura di ciò di cui hanno bisogno ed è bene che questo aspetto venga considerato ed esplicitato in fase di consultazione, perché rappresenterà in ogni caso un ostacolo e un elemento di grande fatica nel percorso terapeutico.

Come si può aiutare una persona alla quale si vuole bene ad affrontare un percorso di psicoterapia?

Purtroppo nessuno può essere convinto da un’altra persona, per quanto ben intenzionata, ad intraprendere una psicoterapia. Solo una motivazione intrinseca, autonoma, può convincere la persona a chiedere aiuto.

Come si accennava, è spesso nella seconda metà della vita che queste persone, ritrovandosi profondamente sole, iniziano a chiedere un consulto. Se si vuole a tutti i costi “convincere” il partner a cambiare, a parlare con qualcuno, probabilmente si rimarrà molto delusi perché si avrà la sensazione di sbattere contro un muro di gomma.

Ma forse – se ci si rende conto di essersi vincolati in una relazione così insoddisfacente – si potrebbe iniziare a chiedere un consulto anzitutto per sé stessi.

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Foto apertura: Antonio Guillem - 123.rf