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Laura Imai Messina: «Il mio Giappone tra il bianco e il nero»

Alla scoperta delle sfumature infinite del Paese del Sol Levante con l'autrice de “Le vite nascoste dei colori”.

Alla scoperta delle sfumature infinite del Paese del Sol Levante con l'autrice de “Le vite nascoste dei colori”.

Laura è arrivata in Giappone che aveva poco più di 20 anni. Doveva restarci un anno. Ne sono passati venti. È ancora lì.

A farla innamorare non è stato il Paese, la bellezza fragile dei ciliegi in fiore o il fascino ipnotico del Fuji-san. E neppure un giapponese in particolare. È stata la lingua. Una lingua complessa, aperta. Che non definisce ma che allarga gli orizzonti attraverso cui adesso guarda il mondo, dipanandolo in tutte le sue sfumature. Come quelle dei colori (più di mille, in Giappone) che scandiscono l'andamento della vita e delle stagioni.

Dal bianco, colore del lutto ma anche del matrimonio, sintesi di tutti i colori assieme, al nero, il non colore, il colore del buio, dell'oscurità. Quello da cui tutto ha inizio. Nel mezzo, un caleidoscopio di tonalità fluide, cangianti, poetiche: il grigio foschia, forse lo stesso che di questi tempi colora il cielo della mia Milano (sto scrivendo un libro dove te lo farò rivalutare, mi dice Laura), il blu ripostiglio, il color foglia morta d'autunno, il color sguardo furtivo alla brocca, il giallo castagna, il profondo e brillante nero lacca, il color nubi d'oriente, il marrone delle foglie bruciate di tè, il rosso geranio delle dame altolocate di Kyoto.

Ho intervistato Laura, ho ascoltato la sua voce suadente, pacifica... forse custode dell'influsso orientale, in un'uggiosa mattina d'autunno, preludio del giorno dei morti. In questa lunga, densa intervista ci troverete Mio e Aoi, protagonisti del suo ultimo romanzo “Le vite nascoste dei colori”, i colori infiniti del Giappone, giardini con vecchietti e alberi di cachi, kimono da sposa e “abiti da pellegrino”, luoghi comuni spogliati, modi opposti, ma non per questo sbagliati, di stare a questo mondo. E, magari, metterete assieme qualche pezzo in più di quel puzzle complesso ed enigmatico che rappresenta il Paese del Sol levante.

Cosa ti ha colpito di più del giapponese e quanto è stato difficile impararlo?

«È stato un colpo di fulmine... come quello classico, degli adolescenti, che si innamorano solo di come è fatto l'altro fisicamente. Un innamoramento estetico. Perché il giapponese possiede un alone di mistero e di difficoltà... e io non so resistere alle cose complicate. È una di quelle lingue anguilla, che scivolano. Devi praticare, altrimenti se ne vanno. Mi ha richiesto almeno un decennio di intensa dedizione. E non basta sapere la lingua, bisogna accettare anche la differenza culturale, che è immensa. Non si gioisce, non si soffre, non si dimostrano i sentimenti alla stessa maniera».

Le parole, il modo in cui vengono usate sono forse il modo migliore per capire un popolo...

«Eh sì ... perché a un certo punto succede quella cosa che credo sia capitata a tutti, quando si apprende una lingua: all'inizio si cerca la traduzione. Ma è quando si smette di tradurre che però in qualche modo si è appresa la lingua e si è appresa anche la cultura. Bisogna accettare di non capire per comprendere davvero questo Paese. Quando accetti che non capirai tutto, allora apprendi. Fai il morto a galla e allora galleggi».

Una cosa che hai capito dei giapponesi dal modo in cui usano le parole.

«La formalità. Il fatto che serva una cornice per ogni discorso e per ogni sentimento. Perché buona parte dei discorsi, anche di quando si incontra per la prima volta qualcuno, sono fatti di formule. C'è un numero immenso di formule e di giri di parole per dire cose che risultano molto più essenziali, brevi in italiano. Questa cosa ti fa capire quanto sia importante la forma, che è un vero e proprio modo di stare al mondo. Ma scommetto che mentre ti sto dicendo questo tu stai già pensando alla forma nella cultura italiana, intesa come una sorta di cornice inutile...

... e invece?

… e invece i giapponesi la usano proprio come luogo comune di riferimento. Due persone possono continuare a frequentarsi per anni e continuare a fare gli stessi discorsi di superficie che, però, nell'occasione di approfondimento sono serviti quasi a rassicurarsi l'uno con l'altro. Ad esempio: parlavo con mio marito e non sapeva cose super intime dei suoi amici ... che i suoi amici si sposavano. E io: “ma come?”. Ma questo non intacca minimamente il grado di profondità del rapporto che ha con loro. È come prendere un piccolo argomento e approfondirlo all'estremo, leggere un libro non tutto d'un fiato ma tot pagine alla volta».

Il tuo ultimo libro, "Le vite nascoste dei colori", molto ha a che fare con la lingua, con le parole. Nella lingua giapponese i colori sono tantissimi, più di mille, e assumono spesso dei significati simbolici. È come se in questo modo i giapponesi volessero scomporre il mondo, riuscire a dargli un'identità il più possibile precisa, ricca di particolari ... ti ritrovi in questa interpretazione?

«Sì, hanno un vocabolario immenso. Ma non cercano di "definire" il mondo. I giapponesi sono estremamente precisi ma tendenzialmente vaghi. Tendono a non "fissare". Siamo più noi che andiamo a ritagliare con le forbici. E le mille parole che usano per definire i colori più che definire continuano ad allargare il mondo. Ti fanno vedere sfumature che altrimenti passerebbero inosservate e finirebbero nel solito calderone del rosso, dell'arancione, dell'azzurro. Credo che anche l'apprendimento della lingua giapponese per me sia stato un allargamento immenso del mondo. E il colore mi è sembrata una metafora perfetta».



Foto: Imai Messina_credits Andrea Gherardi

“Cadere nel colore” è un'espressione che si lega all'espressione giapponese “cadere in amore” “koi ni ochiru”.

«Sì... E tra l'altro la parola colore, hiro, a livello culturale è raro che abbia una sfumatura negativa. È sinonimo di bellezza. Dire che una persona è colorata vuol dire che una persona è sensuale».

Nel tuo libro è presente un fil rouge tra la vita e la morte, i matrimoni e i funerali... due facce complementari della stessa medaglia. Come Mio e Aoi, i due protagonisti: Mio è cresciuta in un atelier dove si realizzano kimono nuziali, Aoi si occupa di cerimonie funebri. Il bianco, che racchiude tutti i colori assieme, è il colore degli abiti da sposa ma anche il colore del lutto. Parlami di questa connessione.

«Mi ha molto colpito quando l'ho studiata. Lessi un articolo universitario dove si specificava la natura doppia del bianco: la purezza, il sacro, ma anche il colore dell'abito da pellegrino che si fa indossare alle salme prima della cremazione. Il kimono nuziale - shiromuku (shiro tra l'altro vuol bianco) - è bianco perché simboleggia il passaggio dall'essere figlia all'essere componente di un'altra famiglia. Morire come figlia e nascere come sposa».

Ma il bianco non è semplicemente bianco.

«No, ne esistono molte sfumature. Io al mio matrimonio ho indossato un kimono e sono rimasta shoccata (positivamente) dai tantissimi bianchi di cui era fatta la trama, perché è pieno di ricami. Poi gli strati sono tanti, ci si mette un'ora a indossarlo».

Vivere in Giappone ha influito in qualche modo sulla tua percezione dell'aldilà .. della vita oltre la morte?

«Sono quasi 20 anni che vivo qui .. prima avevo una visione molto più cupa della morte. Adesso riesco a immaginare di morire qui con molta più serenità di quanta riesca a immaginare di morire in Italia. La morte è vissuta con più naturalezza. C'è meno il dramma dell'unico, del solo io ... Tutti abbiamo delle esperienze che ci accomunano: prima o poi tutti moriamo, ci confrontiamo con la morte di un padre, di una madre. La morte qui viene vissuta come qualcosa che cresce assieme a noi a mano a mano che cresce la nostra vita. Come un fiore che nasce con una sua durata».

Ami osservare i colori di quello che vedi?

«Da quando sono in Giappone ho iniziato a notare il colore delle cose. Verde è diventato un concetto all'interno del quale noto delle sfumature. Per esempio, adesso, mentre passeggio sto guardando davanti a me questo pino sotto la luce elettrica e noto una gradazione, migliaia di dettagli. Altrimenti sarebbe solo una macchia confusa con un confine».

Hai un “colore comfort” che ami indossare, con cui ti piace essere in contatto quando sei triste?

«Mi piace molto il nero perché illumina, è come se ti facesse sempre tornare al punto di partenza, che secondo me è un ottimo esercizio a livello sensoriale. Nero per me è anche simbolico dell'oscurità di alcune caratteristiche mie personali … è come se avessi un grumo nerissimo dentro che cerco poi di illuminare, di usare per scrivere ma che è cupo cupo. È il colore dell'oscurità, del buio».

Parlami dei colori dell'autunno in Giappone.

«Rosso, giallo, arancio, marrone. C'è questo fenomeno bellissimo che c'è ovunque, nel mondo, ma che qui è accentuato dalla concentrazione del cedro giapponese le cui foglie allungate e affusolate diventano rosso fuoco e trasformano completamente il paesaggio delle città e dei giardini».

Tre luoghi per i tre colori principi dell'autunno (giallo, arancio, rosso).

«Giallo come quello che colora il viale stupendo che porta al santuario Meiji Jingū, a Tokyo. È il giallo delle foglie dell'albero Ginkgo Biloba, una delle piante simbolo del Giappone.
Rosso come quello dei Momiji (alberi di acero) dei templi di Kyoto.
Arancio come gli alberi di kaki dei giardini dei giapponesi. In molti manga è facile trovare l'immagine dell'anziano che ha l'albero di cachi nel giardino e del bambino che cerca di fregarglieli: è una delle iconografie più divertenti e immediate in Giappone. Ci sono alberi di cachi ovunque, hanno pochissime foglie, rami quasi nudi con frutti pesantissimi appesi».

Il valore dell'attesa, il valore del tempo, sopravvive ancora oggi in Giappone, nell'epoca degli smartphone e dei giovani frettolosi e distratti? Mi viene in mente un episodio che fa parte delle cronache di questi giorni: la principessa Mako che riesce a sposare il suo promesso sposo dopo un'attesa lunga 3 anni ...

«10 anni da quando l'ha conosciuto, 7 anni da quando lui l'ha chiesta in sposa, 3 anni che non si vedevano».

Eh... notevole no?

«Ma perché noi siamo veloci. I giapponesi tendono a fare un passo in avanti nello sguardo, che è uno sguardo un po' più lungo. Noi ci innamoriamo con una velocità impressionante, bruciamo in una relazione, e tante sono le relazioni brucianti che vanno in fumo in poco. Non ci si da il tempo di conoscersi. Un'attesa di tre anni è tantissimo, io sarei morta... ma lo posso capire, adesso».

Un altro tema che ricorre nel tuo libro è quello della diversità, dell'accettazione del diverso. In epoca di ddl Zan è un tema più che mai attuale in Italia... Ma anche in Giappone, immagino...

« Sì … quella giapponese è una società molto uniformata, che è la sua forza nel momento in cui mantengono tutti dei comportamenti “educati”, ma è la sua debolezza nel momento in cui il singolo si trova ad essere per sfiga diverso dagli altri. Quindi l'espressione completa della solidarietà è molto rallentata. È vero anche che questa non è una cultura del “dimostrare”. Finché non parli di qualcosa quella cosa non esiste. La diversità va bene se non è dichiarata. Puoi viverti tranquillamente anche le cose più grottesche, i tuoi piaceri sessuali un po' strani (ci sono sexy shop accessibili a tutti gli orari da persone di tutte le età senza che nessuno giudichi nessuno). Però, ad esempio, nell'ambiente scolastico non ti devi tingere i capelli, per fare un colloquio devi vestirti in un certo modo... c'è tanta formalità».

Cosa ti manca più dell'Italia adesso?

«Il contatto fisico tra le persone, che è una cosa che qui manca un po'. Per quasi 20 anni non mi ha dato fastidio, ha iniziato a mancarmi forse dal Covid».

Ma.... se volessi venire a Tokyo questo sarebbe un buon momento?

«Sarebbe un bellissimo momento, sarebbe una meraviglia totale in questo periodo dell'anno. Peccato che non si possa ancora entrare in Giappone. Ci vorrà ancora qualche mese, forse ad aprile».

Mi toccherà attendere allora...

«Massì . E poi l'attesa è il piacere più grande e inebriante della storia. Qualunque cosa tu abbia aspettato, anche se era una schifezza, il fatto di aspettarla la rende più importante. Vedrai come godrai poi...».
 

Foto di apertura: Imai Messina © Giovanni Piliarvu