special

Vita da Mamma: la rubrica di Federica Federico

Mamma di due preadolescenti, ex avvocato, moglie e blogger. Federica Federico, fondatrice di Vita da Mamma, regala consigli, idee, spunti e approfondimenti preziosi destinati a tutte le madri di oggi.

Vai allo speciale
Salute
Salute

Mamme assassine: il dramma delle madri che uccidono i figli

Figlicidio, cosa succede nella mente e nel cuore di una mamma che uccide suo figlio, qual è il movente profondo e cos’è la sindrome di Medea? Ma soprattutto quali sono i segnali da cogliere prima che una “mamma di cristallo” si trasformi in una “mamma assassina”.

Figlicidio, cosa succede nella mente e nel cuore di una mamma che uccide suo figlio, qual è il movente profondo e cos’è la sindrome di Medea? Ma soprattutto quali sono i segnali da cogliere prima che una “mamma di cristallo” si trasformi in una “mamma assassina”.

Dal 1970 al 2015 si stima che 500 bambini italiani abbiano trovato la morte per mano di mamme assassine; la madre da generatrice di vita diventa generatrice di morte in una dicotomia distruttiva e incomprensibile che si pone in aperta discontinuità col sentire istintivo e naturale.

La cronaca ci ha appena consegnato un’altra storia agghiacciante: mamma Martina P. ha ucciso la sua piccola Elena, 5 anni, colpendola a morte con un coltello da cucina, l’efferato delitto, aggravato dal legame di sangue, si è consumato  in casa, a Mascalucia, in provincia di Catania.   
Questa tragedia si aggiunge all’elenco delle mamme assassine in Italia che così cresce di una unità e contemporaneamente aumenta quello dei figli angelo volati in cielo, vittime di chi più avrebbe dovuto amarli.

Chi è Martina P., ultima tra le mamme assassine d’Italia

Martina P., casalinga 24 enne, è l’ultima delle mamme assassine di cui la cronaca nera ci dà notizia. Dopo aver simulato il rapimento della sua piccola è caduta in molte contraddizioni già durante i primi interrogatori e infine ha raccontato la verità: è stata lei a uccidere la sua bambina ed a occultarne il corpo

Il cadavere preso in braccio, camuffato, portato lontano, in campagna, nascosto sotto la terra perché nessuno veda, perché coprendolo potesse sparire tutto, il passato e il presente. 
È lecito domandarsi come una mamma possa uccidere suo figlio, altrettanto lecito è chiedersi con quale forza possa sollevarne il corpo spento e gettarlo via. L’occultamento dei cadaveri delle vittime di figlicidio ha una ritualità ricorrente, simile a quella qui descritta, allo stesso modo ricorrono degli elementi comuni nelle vite delle mamme assassine.

Martina P. è una mamma giovane, parte di una coppia giovane e di un amore consumato in fretta, mentre il papà della piccola Elena è impegnato in una nuova relazione sentimentale con una donna con cui, forse, la piccola avrebbe legato e instaurato un rapporto nel tempo.

Cosa accomuna le mamme assassine

Le mamme assassine uccidendo il figlio mettono fine a una parte di sé. A livello psicologico, il loro gesto rappresenta anche un suicidio: nell’uccidere la creatura che hanno generato mettono fine a ciò che le attanaglia e che non riescono a sostenere, ovvero il ruolo di madre.

La psicologia ha dato il nome di sindrome di Medea a quegli episodi di figlicidio motivati da una profonda gelosia verso l’ex compagno o coniuge, eventualmente verso la nuova situazione sentimentale che questi si è costruito. L’odio, il dolore, la gelosia diventano così violenti da suggerire alla “donna di cristallo” di privare l’uomo amato di un bene profondo e inesauribile: la prole. È l’odio il movente fatale che conduce la “donna di cristallo” verso l’omicidio e la tramuta in “mamma assassina”.

L’odio scatena sofferenza e il dolore che ne consegue si estende a macchia d’olio coinvolgendo tutto: la madre incompresa e fragile, sola e inascoltata odia anche se stessa.  

Le diverse origini e cause emozionali della mano assassina della donna si sovrappongono e si confondono nell’anima lesa delle mamme assassine. Esse sono donne spaventate, cariche di tormento e dolore, incomprese dagli altri e incapaci di comprendere se stesse, men che meno di accettare le proprie imperfezioni.

Martina P. Come Veronica Panarello: i figli ostili delle mamme assassine

Chi ricorda Veronica Panarello non può non trovare analogie tra quella scena del crimine e quella in cui si cala la morte di Elena: questi bambini, a un certo punto e per un ingorgo della mente umana, sono apparsi agli occhi delle mamme come ostili e, quindi, limitanti e nemici.

Un attimo prima Elena era solo una figlia amata e abbracciata! Lo dimostrano le telecamere dell’asilo che hanno ripreso mamma Martina accogliere la sua bambina tra le braccia all’uscita di scuola; solo poche ore dopo le avrebbe tolto la vita.

La percezione del figlio come ostacolante o come strumento per ferire il padre risulta sempre frutto di una visione distorta della realtà e discende dall’incapacità della mamma di gestire se stessa e la propria vita. Ciò accade quando il ruolo di madre e quello di donna non hanno trovato convergenza. Le mamme assassine sono spesso donne tormentate e letteralmente imprigionate nella maternità, sono “mamme di cristallo”.

Viviamo in una società che mistifica la maternità: la mamma è Madonna. Questo è un accostamento culturale che, paradossalmente, può aprire al dolore e alla sofferenza. 
La iconizzazione della mamma induce ad affidare i bambini alle sue cure con la sicurezza di chi mette l’oro in un caveau, ma la mamma non dovrebbe essere la sola responsabile della crescita di un bambino e soprattutto si dovrebbe ammettere che la mamma può soffrire, persino sino al punto di rifugiare il suo dolore nella morte.

Le mamme assassine non uccidono mai senza segnali

Difficilmente una mamma assassina non confessa perché difficilmente la violenza di un atto così innaturale non si manifesta dall’interno: il corpo della mamma ha contenuto il corpo del bambino, l’omicidio è anche un suicidio così, da dentro, mente e corpo si ribellano vomitando il male. Rievocazioni mentali e sogni sono segnali dell’inconscio che spingono, in qualche modo, la coscienza all’ammissione.

Castiglione della Riviera è una nota residenza giudiziaria e sanitaria italiana dove lo Stato ha avuto cura di molte mamma assassine. Volendo soffermare l’attenzione su alcuni dettagli, sottolineiamo che qui alle donne si affida un lavoro salariato all’interno di un articolato percorso di guarigione e riabilitazione. 

Perché gli esperti hanno scelto di far lavorare queste madri dietro retribuzione, ovvero assegnando loro uno stipendio? La scelta non è casuale, nasce dal bisogno che esse recuperino quello che erano prima di cadere nella “trappola della loro vita”
La psicologia moderna ha dimostrato che le mamme assassine sono donne che con estrema sofferenza hanno subito la loro morte interiore. Tutto questo non le giustifica, nemmeno aspira a farlo. Più consapevolmente ha l’obiettivo di intendere e chiarire che nessuna madre uccide senza lanciare dei segnali di profonda insofferenza.

Ci saranno ancora madri assassine fin quando la sofferenza dell’anima non sarà riconosciuta e come tale osservata. 

  • Traumi da parto, 
  • Gravidanze indesiderate, 
  • Parti giunti al termine nel ventre di donne ancora non mature o non realizzate, 
  • Relazioni affettive non appaganti, 
  • Uomini lontani col cuore e con la mente, 
  • Famiglie a maglie larghe in cui i neo genitori si trovano, improvvisamente e senza il debito supporto, a passare dal ruolo di figli a quello di madri e padri,

sono queste alcune possibili scintille del dolore di essere mamme. 

Vale la pena ricordarlo: più è trascurato un dolore più facilmente può diventare malattia.

Cosa si deve osservare in una mamma che sembra sopraffatta dal suo ruolo

Vi sono delle condizioni fisiche che possono essere preludio alla depressione post parto, se non anticipazione di sofferenze mentali capaci di condurre a distorsioni della percezione di sé e del proprio ruolo.

Possono essere tali:

  • Gravidanze difficili e parti traumatici;
  • Gravidanze inattese;
  • Patologie dei bambini più o meno invalidanti;
  • Forte deprivazione del sonno;
  • Mancanza totale di supporti;
  • Problemi con l’allattamento o altri problemi di salute capaci di rendere le prime settimane di maternità faticose da gestire.

Sono segnali tangibili di sofferenza: il distacco della mamma dal figlio, pianti improvvisi, stati catatonici della mamma, crisi di panico, stati ansiogeni evidenti. Dinnanzi alla sofferenza della mamma nulla è più sbagliato del giudizio che, peraltro, prende avvio quasi sempre dallo stereotipo della mamma perfetta. 

Quanto fa male alle donne lo stereotipo della mamma perfetta?

È nel confronto con la “Mamma senza peccato” che la donna rischia di genere una distorsione dell’immagine di sé e soprattuto rischia di distorcere le aspettative sulla maternità.
Dall’esterno chi coglie le fragilità della neomamma, cadendo nel medesimo stereotipo appena citato, rischia di etichettarla come debole, se non incapace o peggio.

Le mamme compiono miracoli, le mamme muovono il mondo, ma resta vero che per crescere un bambino ci vuole un villaggio! Ed ecco, allora, che dinanzi ad una mamma che dimostra di aver difficoltà di gestione di se stessa e del proprio ruolo resta indispensabile il supporto: il figlio, che stravolge le relazioni di coppia, appartiene tanto alla mamma quanto al papà e la mamma stessa non smette di appartenere alla famiglia. 

In una nitida collocazione pratica della questione, il papà può dare il biberon di notte a suo figlio, può farlo non solo se la mamma è stanca, ma anche per condivisione equa delle responsabilità e ciò anche se la poppata è preparata col latte estratto con la tiralatte.
Inoltre può cambiare il bambino e fargli il bagnetto; può condividere con la sua compagna il tempo lungo e scuro delle nottate quando il bebè non si sazia mai. In altre parole, il compagno può essere parte di quel dolore della mamma anche prima che esso si esprima e può giocare un ruolo chiave per sanarlo riconoscendo alla donna il diritto alle sue fragilità.

Se la condizione della mamma desta sospetti, per esempio se appare eccessivamente apatica, infastidita dal pianto del bambino o sono sospette le reazioni che manifesta dinnanzi alle difficoltà personali, a quelle del bambino e della famiglia, la cosa più corretta da fare resta chiedere aiuto. La cultura della cura psicologica è ancora arretrata in Italia, si tende a nascondere il malessere in famiglia e anche questo atteggiamento è figlio di un retaggio culturale da superare. 

Perché è importante demistificare la maternità

La corsa alla notizia, a cui assistiamo oggi, complice la divulgazione della cronaca attraverso la rete e la televisione, crea suggestioni condizionati. Alla stessa stregua sono suggestionanti le vite patinate di quelle “Mamme influencer” che raccontano di esistenze filtrate attraverso l’obiettivo della telecamera del cellulare.

Insomma bisognerebbe incominciare a guardare oltre il caso di cronaca scavando nel torbido dei bisogni delle mamme più sole, rese fragili da una società che si è frantumata e allontanata dai nuclei familiari di supporto. La donna di oggi diventa mamma senza poter contare su una rete di legami sociali tale da accogliere anche la fatica e il dolore profondo dell’essere madre, in una società che non rinuncia alla produttività dei suoi membri e che nemmeno contrasta la pericolosa tendenza all’apparenza ad ogni costo. 

Bisognerebbe essere più semplici, più veri e più empatici!