Cura
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Perché noi donne ci curiamo con terapie studiate per l'uomo (bianco, giovane, di 70 kg)

Per secoli i corpi delle donne sono stati curati con medicine e terapie studiate sugli uomini e per gli uomini.  È ora di voltare pagina.

Per secoli i corpi delle donne sono stati curati con medicine e terapie studiate sugli uomini e per gli uomini.  È ora di voltare pagina.

C’è un universale neutro a cui tutti aspiriamo quando parliamo di diritti, di riconoscimenti: il principio giusto all’autodeterminazione, all’accesso alle cure, allo studio, al vivere in un clima di pace e potremmo proseguire con una lista lunghissima che qualcuno correttamente troverebbe comunque incompleta.

Poi ci sono differenze, come quelle di genere ad esempio, per cui l’identificazione delle specificità del benessere al femminile e del benessere al maschile costituiscono parte dell’avanzamento stesso verso il diritto fondamentale alla salute dell’individuo e della collettività.

Di Medicina di genere si parla da relativamente poco. Fu negli anni ’90 che una cardiologa americana, Bernardine Healy, dimostrò sul New England Journal of Medicine alcune forme di discriminazione nei processi di cura delle donne con problemi cardiovascolari rilevando la scarsa considerazione delle differenze che potremmo dire oggi descrivere il corpo femminile come “variante” di quello maschile (CNR) nell’osservazione clinica. La medicina di genere, infatti intende studiare in che modo il sesso (e quindi i fattori biologici) e il genere (e quindi gli aspetti culturali, di stile di vita, socio-economici) influiscano e influenzino la fisiologia, la fisiopatologia e patologia dell’individuo.

Negli ultimi decenni sono stati compiuti importanti passi verso l’affermazione di un principio di equità nell’appropriatezza delle cure anche in base al genere ma al contempo si moltiplicano gli studi che dimostrano come, di fatto, anche questo obiettivo resti spesso disatteso.

L’Italia si distingue positivamente tra i Paesi europei per aver istituito un Centro di riferimento per la medicina di genere presso l’Istituto superiore di sanità. Significa che da noi la questione è risolta? Non proprio. Ne parliamo con Elena Ortona, responsabile del Reparto Fisiopatologia genere-specifica del Centro di riferimento per la medicina di genere all’Istituto superiore di Sanità.

In quali ambiti si evidenzia una differenza di genere nella medicina?

Molte malattie quali le patologie cardiovascolari, neurologiche, tumorali, autoimmuni, infettive, presentano spesso differente incidenza, sintomatologia e gravità negli uomini e nelle donne. Queste differenze sono dovute sia a fattori biologi (definiti dal sesso), sia a fattori socioeconomici e culturali (definiti dal genere).

Inoltre, le donne, per le stesse malattie, possono presentare, rispetto agli uomini, sintomi diversi (esempio tipico è l’l’infarto) o diverse localizzazioni (per esempio nelle neoplasie del colon e nel melanoma). Anche il sistema immunitario è diverso: le donne sono più resistenti alle infezioni, ma mostrano una maggiore suscettibilità alle malattie autoimmuni. D’altro canto, gli uomini hanno alla nascita un’aspettativa di vita inferiore e una maggiore probabilità di morire di cancro, di incidenti stradali e di altre importanti cause, incluso il suicidio. Sono poi più propensi a fumare, bere alcolici, avere una cattiva alimentazione e non accedere ai servizi socio-sanitari.

Alcune patologie considerate classicamente femminili, come l’osteoporosi e la depressione, molto spesso non sono riconosciute nel maschio e vengono quindi sottostimate”.

In che modo la ricerca clinica sui farmaci rispetta (o meno) le differenze di genere?

“La risposta alle terapie riveste un’importanza rilevante. Alcuni parametri fisiologici (altezza, peso, percentuale di massa magra e grassa, quantità di acqua, pH gastrico) sono differenti nell’uomo e nella donna e condizionano l’assorbimento dei farmaci, il loro meccanismo di azione e l’eliminazione. Per questo gli effetti dei farmaci non dovrebbero essere studiati su un soggetto maschile standard.

Ancora oggi il numero di donne negli studi clinici d’intervento è molto basso. Tra i motivi di questa esclusione vi sono fattori etici (timore di un’eventuale gravidanza), ma anche economici, poiché le donne non sono una categoria omogenea per via della loro variabilità ormonale che richiede un aumento del numero dei campioni, prolungando i tempi e aumentando i costi delle ricerche.

Tuttavia, anche negli studi clinici in cui vengono arruolati soggetti di entrambi i sessi i dati di sicurezza ed efficacia ottenuti non vengono quasi mai disaggregati per sesso. I dati vengono analizzati insieme senza cosi poter evidenziare eventuali differenze di genere nella tollerabilità o nella risposta ai composti farmacologicamente attivi”.

Quali sono le conseguenze più importanti sulla salute della popolazione di questo bias ancora presente nell’ambito medico?

La medicina, fin dalle sue origini, ha avuto un’impostazione androcentrica basata sull’errata convinzione che, a parte i diversi apparati sessuali e riproduttivi, uomini e donne fossero molto simili. Gli interessi per la salute femminile sono stati a lungo relegati ai soli aspetti legati alla riproduzione, mentre il paziente tipo era sempre un maschio, bianco, giovane, di circa 70 chili: su di lui per decenni sono stati testati i medicinali. La non considerazione delle specificità di sesso e genere nella ricerca scientifica può portare a una inappropriatezza nelle cure. Nel disegno di un protocollo di ricerca è necessario analizzare in modo esplicito il sesso e il genere come variabili biologiche. Donne, uomini e individui di genere diverso differiscono per età, stile di vita (si pensi a dieta, attività fisica, uso di tabacco, alcol o altre droghe), stato socioeconomico e altri comportamenti e variabili di genere. È importante considerare quali di questi fattori potrebbero essere rilevanti per la ricerca proposta. Riportare il sesso è importante anche negli studi dove si studiano individui dello stesso sesso, per prevenire l'eccessiva generalizzazione dei risultati al di là del sesso studiato.

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Cosa rappresenta aver istituito in Italia un Osservatorio sulla Medicina di genere?

“L’Osservatorio sulla Medicina di Genere, istituito ai sensi del Comma 5 dell’art.3 della Legge 3/2018, ha la funzione di monitorare l’attuazione delle azioni di promozione, applicazione e sostegno alla Medicina di Genere previste nel Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere. Obiettivo generale dell’Osservatorio è assicurare l’avvio, il mantenimento nel tempo e il monitoraggio delle azioni previste dal Piano, aggiornando nel tempo gli obiettivi in base ai risultati raggiunti, in modo da fornire al Ministro della Salute gli elementi per riferire annualmente alle Camere. Altro Obiettivo dell’Osservatorio è quello di garantire che tutte le Regioni italiane, in tutti i contesti appropriati, abbiano avviato programmi di diffusione della Medicina di Genere secondo le indicazioni del Piano. L’istituzione dell’Osservatorio pone l’Italia in prima linea tra i Paesi Europei per una reale applicazione della Medicina di genere in modo capillare su tutto il Territorio Nazionale”.

Ritiene che, tra le cause, di questo fenomeno ci sia stata (o ci sia ancora) la minore partecipazione delle donne nella comunità scientifica che si occupa di questo settore di studio?

“L’ONU ha recentemente riportato che le donne rappresentano solo un terzo dei ricercatori mondiali e ricoprono meno posizioni apicali rispetto agli uomini con conseguente minore numero di pubblicazioni e minori finanziamenti. Una significativa differenza di genere è persistita negli anni in tutte le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche in tutto il mondo. Promuovere l'uguaglianza di genere nella scienza è essenziale anche al fine di porre la giusta attenzione alla necessità scientifica ed etica dell’applicazione della medicina di genere”.

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