Sopravvissute all'acido: intervista a Erberto Zani

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Bangladesh, India, Uganda. Sono i primi tre Paesi che il fotoreporter Erberto Zani ha visitato per realizzare il progetto "Survivors": ritratti di donne, uomini e bambini vittime del più vile degli attacchi. L'abbiamo intervistato.

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“Cancellare” il viso, per annullare un’identità. Per isolare, deridere, umiliare. Per non concedere alla vittima neanche l’unico privilegio (e consolazione) che ogni essere umano ha davanti alla morte: l’impossibilità di viverla.

Le persone che Erberto Zani - fotogiornalista da anni impegnato in ambito umanitario - ha incontrato per il suo progetto Survivors, la morte l’hanno vista e sentita sulla loro pelle.

La sentono tuttora, quando vengono derise per strada; quando vedono non solo la legge, ma anche la società, assolvere il loro carnefice; quando leggono il disprezzo negli occhi dei loro stessi familiari; quando si sfiorano il viso; quando il corpo brucia e prude; quando sole davanti allo specchio tentano di riconoscersi, di accettarsi, di rispondere al male.

A tu per tu con Zani, la prima domanda sorge spontanea: perché fotografare le vittime di una violenza così atroce?

«L’idea è quella di annullarla, quella violenza, mostrandola. La scelta del ritratto infatti non è casuale. Accettando di mettersi davanti all’obiettivo, queste persone rispondono alla barbarie, sfidano una mentalità retrograda, che ha paura del diverso e lo odia, lo emargina, schierandosi fin troppo spesso dalla parte del “più forte”.

Erberto Zani

Quando e come ha iniziato questo progetto?

Nel 2016, in Bangladesh. L’idea mi girava in testa da un po’ di tempo ma dovevo aspettare di avere i fondi necessari. Ho iniziato grazie a una sorta di collaborazione con l’Acid Survivor Foundation, associazione di Dacca nata proprio a supporto delle persone vittime di acido. La direttrice, Selina Ahmed, mi ha dato una grandissima mano, anche per l’India: mi ha permesso di avere un primo contatto con i sopravvissuti.

Bangladesh, poi India e Uganda. Ma è solo l’inizio...

Sì. Conoscevo la problematica ma non sapevo che fosse così ampia e infatti la mia idea iniziale era di fare un reportage, ma ristretto al Bangladesh. Poi ho purtroppo scoperto un nuovo mondo, mi sono reso conto che si tratta di un dramma molto diffuso, quindi ho deciso di allargare il progetto ad altri Paesi.

Quali?

Non ho ancora una scaletta precisa. Di sicuro per ora posso dirti che andrò in Nepal, Pakistan, Congo, Colombia e Cambogia.

Aminah, 46 anni, Uganda. Il marito voleva una terra di sua proprietà. Prima l'ha attaccata con un machete, poi si è “scusato”. Dopo tre giorni è tornato di notte e l'ha colpita nel sonno con l'acido. La famiglia l'ha allontanata. 

Nei Paesi che per ora ha visitato, cosa comporta sul piano sociale/relazionale essere "sfregiati"?

In certi contesti sociali avere cicatrici di questo tipo ti relega a un non umano: perdi i diritti, spesso i tuoi familiari ti abbandonano, non vedi più i tuoi figli. A causa di questo “ribaltamento”, loro stesse – le vittime - finiscono per colpevolizzarsi. Vengono emarginate e prese in giro. Ogni giorno, dopo la violenza, continuano a subire.

Non esiste solidarietà?

No, nella maggior parte dei casi no. Anzi, spesso gli aggressori vengono aiutati a scappare da altre persone. Il fatto che alcune vittime presentino condizioni peggiori rispetto ad altre dipende anche dal ritardo nell'intervento: lavare subito con acqua evita che l’acido continui a scavare. Purtroppo però spesso nonostante le urla disumane nessuno fa nulla. Tra l’altro spesso l’aggressore è un vicino di casa: ho fotografato una vittima bengalese e nella casa a fianco, mentre scattavo, c’era il criminale, che continua a vivere lì.

Lei si occupa da anni di tematiche umanitarie. Immagino che questo progetto sia stato però particolarmente impegnativo.

Sì, è una tematica particolare, una cosa odiosa da trattare, diversa da altri lavori fatti in passato. Come crimine sfregiare con l’acido è peggio che uccidere, è più subdolo. L’obiettivo dello sfregio è rovinare la vita psicologica e sociale della vittima, annientarne l’identità. La cosa ancora più drammatica è che spesso queste violenze accadono in famiglia: i mariti “puniscono” così le mogli, anche per questioni molto banali.

Nalumu, 26 anni. Aggredita da uno sconosciuto mentre tornava dal mercato nel 2014. Oggi realizza borse e collane che vende al mercato. Gli abitanti del suo villaggio la prendono in giro per il suo aspetto. La famiglia le è rimasta accanto.

Come si è mosso all'inizio?

Come accennavo, in India e Bangladesh sono arrivato con l’Acid Survivor Foundation. Se vuoi collaborare devi mandare un progetto, spiegare come vuoi farlo, perché. Poi sono state le persone dell’associazione ad accompagnarmi dalle vittime: da una parte, dovevano rassicurarle e capire se ero in grado di relazionarmi con loro senza spaventarle o offenderle, dall'altra per una questione logistica. Spesso vivono lontano dal centro abitato.

In Uganda sono stato aiutato da una sopravvissuta, Reenah, che mi ha fatto da interprete e accompagnato per una settimana. 

Avvicinare empaticamente i sopravvissuti è stato difficile?

Capire come farlo è fondamentale per iniziare il lavoro fotografico, come lo è conoscere le dinamiche che precedono e seguono le aggressioni. Bisogna andare in punta di piedi, evitare superficiali atteggiamenti compassionevoli. In genere all’inizio cerco di farmi conoscere e conoscerle, spiego perché sono lì, mi faccio mostrare la casa, mangio o bevo un tè con loro, scegliamo i vestiti e l’angolo adatto per scattare. Poi, quando ci mettiamo all’opera, cerco di aiutarle a rilassarsi, perché spesso davanti all’obiettivo sono molto rigide. In generale sono contente che qualcuno le vada a trovare, che le parli anche di altro, che le guardi negli occhi. Una di loro mi ha ringraziato per questo; mi ha detto: “Grazie, perché mi guardi in faccia”.

Tahmina, 35 anni, Bangladesh. Colpita per errore nel 2000. Stava camminando accanto alla ex compagna dell’aggressore.

Gli attacchi riguardano sia uomini che donne. Ma più donne.

Sì, c’è una prevalenza femminile, soprattutto in India. E le motivazioni degli attacchi alle donne sono di solito diverse di quelle degli attacchi agli uomini.

Cioè?

Per gli uomini si tratta soprattutto di questioni economiche: dispute su terreni, confini, prestiti non pagati, scontri tra soci. Non immaginare cifre importanti, parliamo anche di debiti di 100 euro, o di questioni su terreni molto, molto piccoli. Per le donne dipende spesso da questioni “sentimentali” o sessuali: chi pretende di sposare (pagando) e non viene accontentato, e chi viene rifiutato sessualmente.

Tra le vittime ci sono anche bambini.

Sì, ne ho fotografato uno in Bangladesh. C’è stata una disputa tra il padre e un vicino di casa su un piccolo terreno. La vittima designata sarebbe stata il padre, ma non era in casa, quindi hanno attaccato il figlio maschio.

Afzal, 7 anni, colpito con l'acido quando ne aveva 2 - Bangladesh -

Le aggressioni hanno dinamiche simili?

La maggior parte delle volte capitano di notte. Gli aggressori aspettano che la gente dorma e poi entrano nelle case, senza particolari difficoltà. Molte vittime sono colpite infatti in modo più vistoso solo su una sola parte del corpo, perché aggredite nel sonno, girate su un fianco.

Cosa prevede la legge per l'aggressore?

È molto variabile. In Bangladesh i criminali spesso vengono arrestati, qualcuno sconta ergastolo, ma tutto dipende dalla possibilità di avere avvocati e soldi oppure no. Chi va in galera spesso esce pagando o “evade”, in realtà spesso lo fanno scappare: basta, appunto, avere il denaro necessario. Un contadino di solito sconta l’ergastolo o viene condannato alla pena di morte, un uomo benestante esce facilmente. In India fino al 2013 non c’era alcuna legge che punisse questi reati: si veniva condannati ma in modo molto blando e spesso la vittima continuava a vivere con il suo carnefice. Poi la vendita diretta dell’acido è stata vietata, ma i numeri dicono che sottobanco procurarselo è molto semplice. Diciamo che nel complesso qualcosa, anche grazie alle associazioni come Acid Survivor, sta cambiando. Ma molto, molto lentamente.

Nomita, 56 anni, Bangladesh. Nomita, 56 anni, Bangladesh. Colpita nel 1982 da un amico del padre che aveva chiesto, senza successo, di sposarla. A causa dell’attacco ha perso completamente la vista.

Parliamo meglio delle associazioni. Quali sono le più importanti? Che tipo di lavoro svolgono?

Acid Survivor, fondata nel 1999 a Dacca e diretta da Selina Ahmed Ena, accoglie i sopravvissuti e cerca di creare intorno a loro un ambiente sicuro, supportandole molto a livello emotivo con l’aiuto di psicologi e specialisti. Nella fondazione sono presenti una piccola clinica per il supporto post-operatorio, una mensa, e degli spazi ricreativi.

Sheroes Hangout è nata invece grazie al lavoro di due giornalisti che hanno deciso di creare, prima ad Agra e poi Lucknow, due bar gestiti interamente da sopravvissute. Questa è una soluzione importante e innovativa. Prima la vittima, nel migliore dei casi, se si salvava veniva nascosta in casa dai parenti. Con le cicatrici è difficilissimo trovare lavoro quindi si trovava costretta a vivere in casa, guardandosi tutto il giorno allo specchio senza possibilità di lavorare sul proprio dolore. Non solo su quello fisico, ma su quello interiore, psicologico. Con questi due caffè ha invece la possibilità di svolgere un lavoro retribuito, avere un alloggio in una struttura di sole donne, e confrontarsi con altre vittime, psicologi e stranieri.

Arfina, 36 anni, Bangladesh. Colpita dal marito, che oggi sconta l'ergastolo.

Ma con gli stranieri che vanno lì a fare le foto, non rischia di diventare un po’ uno “spettacolo del dolore”?

Sì, quella è uno degli effetti negativi. Ma in certe situazioni devi capire qual è il male maggiore e quello minore.

Quante foto ha fatto?

Ho inserito per il progetto 49 foto, ma ne ho fatta qualcuna in più: ho dovuto scartare quelle di cui non avevo la storia; alcune persone non hanno voluto raccontarmela.

Come hanno reagito quando hanno visto le immagini?

Non dicono “belle o brutte”, delle mie foto. Mi ringraziano. Il fatto che qualcuno dedichi loro tempo, attenzione, le abbracci, toccando le cicatrici, le fa sentire ascoltate, protette.

Roopa, 26 anni. Colpita dalla matrigna dopo aver scoperto una sua relazione extraconiugale. Al momento dell’attacco non è stata aiutata da nessuno per quasi 3 ore. Il 20% del suo corpo è ustionato. La donna che l’ha aggredita è stata condannata a un anno e mezzo di prigione e, una volta uscita, ha tentato di ucciderla. Roopa ha cercato di uccidersi diverse molte. Oggi lavora al Sheroes Hangout.

C’è una storia che l'ha colpita particolarmente?

Quella di Khushboo, 22 anni. Lei è una delle giovani sopravvissute che oggi fa parte di Sheroes. Quando l’ho conosciuta stava piangendo. C’era con lei una fotografa indiana che la stava sottoponendo a una sessione di foto degradanti, direi quasi “da zoo”: la trattava come un fantoccio, senza empatia, e le poneva domande molto brusche. Una cosa certo non facilitante per me, che ero lì a mia volta per farle delle foto.

E a quel punto come ha fatto ad avvicinarla?

Ero consapevole di avere davanti una persona sensibile e comprensibilmente diffidente nei confronti di un uomo, perdipiù straniero e sconosciuto. Ho fatto il simpatico, cercando di metterla a suo agio. Il fatto di gesticolare molto, sorridere, fare un po’ il buffone... in genere funziona. E ha funzionato anche con lei. Quando siamo andati a casa sua, poi, era rilassata e rideva.

Cosa le è successo?

Si è sposata a 15 anni, nel 2012. Voleva allontanarsi da casa a causa di suo padre, che aveva un "traffico di carne”, ossia sposava diverse ragazze giovani, prendeva la dote, le teneva in casa con la famiglia originale, e poi le rivendeva, ovviamente tutto all’interno di un sistema di corruzione. Kushboo aveva paura che la stessa sorte toccasse a lei. In quei contesti non sai mai dove vai a finire: puoi “semplicemente” essere venduta come moglie a un altro, o essere consegnata a qualcuno per fare film sessuali, oppure venduta al traffico di organi. In più di un’occasione Khushboo ha cercato di far ragionare suo padre, senza successo. Le cose sono degenerate quando lui, dopo aver sperperato tutti i soldi, ha deciso di vendere l’unica casa che avevano. K., preoccupata a quel punto per la sorte della madre e dei fratelli, ha deciso di denunciarlo. All'inizio il padre ha provato a farle ritirare la denuncia “con le buone”, ma la ragazza ha rifiutato ed è scattata immediata la minaccia: “Sei bellissima, ma non lo sarai più”. Dopo un paio di notti, l'ha ricoperta di acido.

Kushboo - India

Cosa è sucesso a quel punto?

Di male in peggio. In un primo momento l’ospedale governativo ha rifiutato di curarla. L’acido quindi ha continuato a lavorare, con tutto quello che ciò comporta in termini di dolore e di lesione.

Ora lavora al caffè...

Sì. È stata attaccata a Lucknow: appena l’associazione ha saputo che c’era una nuova vittima di acido è andata a cercarla per provare ad aiutarla. Ha conosciuto altre ragazze sopravvissute, e suo marito non l’ha abbandonata. La madre nel frattempo è morta, madre che – sembra assurdo ma così è - ha continuato a vivere col padre anche dopo l’attacco.

Torniamo in Italia. Conosce Lucia Annibali? Le ha parlato del progetto?

Sì, gliene ho parlato, ma lei vuole concentrarsi giustamente sul suo lavoro di avvocato, e sulla politica. Non le piace essere vista come una sopravvissuta. Le ho chiesto se voleva venire in Bangladesh con me a parlare della sua storia, ma non mi ha più richiamato. Rispetto la sua decisione, ma mi dispiace, perché per loro avere qualcuno in grado di ascoltarle in modo non pietistico è fondamentale. Il suo racconto poteva aiutare molto in un contesto sociale difficile e, come sottolineato, estremamente giudicante ed emarginante.

Prossimi progetti?

Farò una pubblicazione che raccoglie i primi tre Paesi, uscirà ad aprile con la casa editrice olandese Blurb (sarà poi acquistabile su Blurb.com e su Amazon, ndr). Si chiamerà “Survivors”.

In apertura: Neetu, sfregiata nel 1992. Aveva 3 anni. Insieme a lei sono state colpite anche la madre Geeta e la sorella più piccola di 18 mesi (poi deceduta). L'aggressore è il padre alcolista, con cui tuttora convivono. Motivo dell’attacco: la famiglia dell’aggressore pretendeva una terra di proprietà della madre di Geeta.

Foto © Erberto Zani

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