Prevenzione

Gloria Okomina, ex mutilatrice che oggi combatte le MGF

Da bambina, in Nigeria, aiutava la nonna ostetrica a praticare le mutilazioni genitali femminili. In Italia ha capito quanto fosse sbagliato e oggi è una volontaria dell'associazione Nosotras Onlus.

Da bambina, in Nigeria, aiutava la nonna ostetrica a praticare le mutilazioni genitali femminili. In Italia ha capito quanto fosse sbagliato e oggi è una volontaria dell'associazione Nosotras Onlus.

Nel mondo sono 200 milioni le donne che hanno subito sul proprio corpo le mutilazioni genitali femminili, e sono circa 80 mila le bambine a rischio oggi in Italia. Le mutilazioni riflettono una radicata disuguaglianza tra i sessi e rappresentano una forma estrema di violenza e discriminazione contro le donne e le ragazze. Una pratica profondamente radicata in certe culture, che costituisce una violazione del loro diritto alla salute, alla sicurezza ed all'integrità fisica, e che solo attraverso l’informazione possiamo combattere. Il 6 febbraio, Giornata Internazionale contro le MGF, ne abbiamo parlato con una donna che da bambina nel suo Paese di origine le ha subite e le credeva “normali”, mentre oggi in Italia si impegna come volontaria affinché questa pratica abbia fine. 

Gloria Okomina oggi ha 39 anni e vive a Firenze. È nata in Camerun e cresciuta con la nonna, un’ostetrica tradizionale, in un villaggio in Nigeria, un Paese dove le mutilazioni genitali femminili rappresentano una pratica culturale da tramandare di madre in figlia. “Da bambina sono stata un’apprendista”, mi racconta Gloria, oggi attivista dell’associazione fiorentina Nosotras Onlus. “Quella in Nigeria era una pratica riconosciuta dalla società, che io ho voluto imparare da mia nonna. Avrei dovuto prendere il suo posto, non è successo solo perché mia nonna è morta quando sono venuta in Italia”.

Sua nonna era un'ostetrica tradizionale, e lei, da bambina, le chiese di insegnarle il suo lavoro.
Sì, mi doveva tramandare il suo mestiere. Ma quando le ho chiesto di iniziare ero troppo piccola. Avevo cinque o sei anni.

In che cosa consisteva?
A quell’età ancora non mi permetteva di assistere a scene forti. Facevo piccole cose da assistente, come andare a prendere l’acqua, aiutare le donne durante il parto…

Le MGF facevano parte del lavoro di sua nonna?
Sì, faceva partorire le donne e praticava loro la circoncisione di secondo tipo. 
Io stessa l’ho subita entro 14 giorni dalla nascita. Non sempre si può sapere sempre di averla subita. 

Per lei quindi le mutilazioni genitali erano parte della vostra cultura, non rappresentavano qualcosa di sbagliato per le donne.
Esatto. Il dubbio mi venne quando una mia amica di nove anni fu circoncisa. Vidi il suo dolore, scoprii le complicanze dietro a questa pratica, i pericoli che nascondeva. Un dubbio che avevo sempre avuto dentro di me, ma non potevo condividerlo.

Si ricorda come ha scoperto cosa fossero le mutilazioni genitali?
Certo. Non posso dimenticare. Ricordo che a 11 anni ho assistito a una mutilazione genitale femminile. Si trattava di una mia amica che doveva essere circoncisa «da grande», aveva nove anni. 

Cosa ha pensato quando hai visto quella scena?
Lì ho guardato per la prima volta con altri occhi quella che avevo sempre pensato fosse una cosa positiva. Ho sentito le sue urla, visto il dolore sul suo viso.

Se avesse chiesto, cosa le avrebbero risposto?
Che era qualcosa di «normale». E anche io lo pensavo. Però avevo iniziato a chiedermi perché quella ragazza aveva dovuto subire tutta quella sofferenza. E tutte le conseguenze successive.

Quando è arrivata in Italia il suo percorso è cambiato.
Arrivata qui nel 1997 ho studiato all’università, mi sono iscritta a Infermieristica e tante mie domande hanno trovato risposte. Mentre facevo il tirocinio ho incontrato una donna nigeriana che aveva allucinazioni visive e uditive, una sorta di psicosi. Aveva il terrore che le sue cognate venissero a prendere la bimba di un anno per farla infibulare. Ho provato a spiegarlo ai medici, ma non mi hanno creduta.

E poi cosa successe?
Ho cercato se ci fosse un’associazione che si occupasse di questa pratica, che non sapevo si usasse anche in Occidente. Pensavo fosse un’usanza africana, invece è praticata in molte parti del mondo.

E così conobbe Nosotras Onlus.
Esatto. Mi sono laureata con una tesi sulle Mutilazioni Genitali Femminili e poi sono diventata attivista presso l’associazione. 

Qui in Italia ha finalmente potuto cercare le risposte che avrebbe voluto in Nigeria sulla pratica?
Sì, per la mia tesi ho intervistato 72 donne nigeriane che vivevano a Firenze, chiedendo cosa ne pensassero, perché secondo loro si continuava a praticare. Donne della mia stessa cultura che come me avevano cambiato contesto.

Cosa è emerso?
Che nonostante sappiano che la legge qui proibisce le MGF, la cultura è comunque più forte. Quasi il 70% di loro continuavano a praticarla, perché la cultura deve essere tramandata.

Cos’ha scoperto in questi anni delle MGF che non sapeva?
Che si porta avanti perché è un’usanza culturale profondamente radicata. Mancano informazione ed educazione sul tema. Le donne non sanno che è un modo, non consapevole, per punirle. Si crede anche, erroneamente, che le MGF garantiscano fedeltà totale nei confronti del marito. C’è la convinzione che la donna mutilata non possa mai scegliere un altro uomo. 

Con Nosotras come contrastate le MGF?
Con l’informazione. Ci occupiamo di prevenzione e sensibilizzazione con dei progetti mirati, siamo una comunità multiculturale. In Toscana è difficile che vengano praticate le MGF, il rischio è per quando queste donne torneranno in Africa. Lì è normale che accada. 

Le conseguenze sono fisiche e psicologiche.
Quelle fisiche sono ingombranti. Ricordo che la mia amica non riuscì a urinare per oltre 12 ore, soffriva tantissimo. Veniva tenuta ferma da quattro uomini mentre si dimenava durante la pratica. Era grande, e ribellandosi avrebbe potuto farsi davvero molto più male. Le conseguenze psicologiche in Africa non vengono mai collegate alle MGF, ma si portano dietro per tutta la vita.

Foto apertura: fermate -123.rf