Deborah Lucchetti:«Salari indecenti, abusi e poca trasparenza: il settore tessile deve cambiare»

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I consumatori, sempre più responsabili, chiedono una maggiore attenzione alla sostenibilità e ai diritti dei lavoratori. Come rispondono le imprese dell'industria della moda a queste richieste?

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Stiamo mettendo a dura prova il pianeta che ci ospita e di questo siamo perfettamente consapevoli. Il progressivo cambiamento culturale e delle abitudini ci ha resi più sensibili ai temi della sostenibilità e della salvaguardia ambientale, insomma, ci ha trasformati in consumatori più responsabili nonché disposti, un po’ per volta, a mutare il nostro stile di vita. Ma questa nuova consapevolezza ci ha portati anche a guardare con maggiore attenzione a come si stanno muovendo le imprese, soprattutto le realtà più grandi e ad interrogarci sulla sostenibilità dei processi produttivi.

Etica e sostenibilità: un cambiamento necessario per l'industria della moda

L’attenzione si è spostata in particolar modo su un settore altamente inquinante e che comporta un elevato consumo di risorse: la moda. “Come può costare così poco?” o “Qual è il costo ambientale di questa t-shirt?”. Sicuramente ce lo siamo domandati molte volte mentre ci perdevamo senza meta tra un reparto e l’altro degli sfavillanti mega stores che popolano le nostre città.

A questo cambiamento le imprese hanno risposto con grandi campagne di marketing e corposi report di sostenibilità, si sono dedicate alla sperimentazione di tessuti innovativi e si sono date degli obiettivi per riuscire ad avere il minor impatto ambientale possibile, sia in fase di produzione che di smaltimento.

Ma questo non basta. Bisogna parlare anche di etica per avere un approccio consapevole, bisogna rivolgere l’attenzione anche alle condizioni di lavoro e al benessere dei lavoratori. Molte imprese, infatti, hanno continuato a cercare in modo spietato prezzi sempre più bassi per la produzione dei loro beni, costringendo i fornitori a lavorare con margini di profitto ridotti e comprimendo i salari dei lavoratori, già costretti a vivere sulla soglia della povertà.

Si tratta di un’industria che si avvale del lavoro di milioni di persone, circa 60 milioni, ma forse sono anche di più perché c’è tutto il lavoro informale che è difficile calcolare, quasi tutte sono donne, i salari che percepiscono per confezionare i vestiti o produrre le calzature e gli accessori che noi acquistiamo, sono indecenti, equivalgono circa mediamente a un terzo, ma anche meno di quello che sarebbe considerato un salario dignitoso”. Queste le parole di Deborah Lucchetti, presidente Fair e portavoce della Campagna Abiti Puliti.

La Campagna Abiti Puliti è una delle 14 coalizioni nazionali della Clean Clothes Campaign in Europa e lavora su diversi livelli, dall’attività di sensibilizzazione e coinvolgimento dei cittadini, alla pressione verso imprese e governi affinché assicurino il rispetto dei diritti dei lavoratori dell’industria della moda.

Negli ultimi 15 anni si sono verificati profondi cambiamenti legati al fenomeno della “fast-fashion”. Produzione velocissima di capi economici ispirati a quelli prodotti dalle grandi maison di moda, che dettano nuove tendenza settimana dopo settimana. Capi che indossiamo giusto il tempo di farci trascinare nella scia del trend del momento, e, soprattutto, con alle spalle un sistema di produzione insostenibile, non soltanto dal punto di vista ambientale, ma anche da quello sociale poiché espone al rischio di forme di schiavitù moderna e altre violazioni.

Le violazioni sono tante: le donne nel settore della moda possono subire abusi psicologici, anche fisici, quindi molestie, discriminazioni di ogni natura e in particolare quelle sindacali sono molto forti”, afferma Deborah Lucchetti.

I migliori difensori dei propri diritti sono i lavoratori, ovviamente se possono organizzarsi. La libertà di associazione sindacale, insieme a quella di espressione è posta sotto costante minaccia e uno dei fattori che ostacolano la possibilità di negoziare migliori condizioni di lavoro e di vita è la mancanza di trasparenza da parte delle imprese. Nel 2019, su 200 brand intervistati dal Fashion Transparency Index, solo il 35% ha pubblicato informazioni sulle fabbriche e i laboratori di primo livello delle loro filiere.

Con l’obiettivo di aumentare la trasparenza nell’industria tessile, la Campagna Abiti Puliti ha lanciato un nuovo sito dedicato agli attivisti dei diritti dei lavoratori e ai consumatori, che mostra dove vengono fabbricati i nostri vestiti e le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti. Si tratta della piattaforma Fashion Checker. Rende possibile la visualizzazione di dati reali sulle catene di fornitura dei 108 più grandi marchi della moda tra cui Primark e Topshop e quindi consente di verificare se effettivamente le promesse e le iniziative che i marchi dichiarano di assumere contribuiscano al raggiungimento di salari dignitosi.

C’è un grande rischio oggi, all’indomani del lockdown, di tornare allo status quo, ad una normalità, prima della pandemia, che non era proprio desiderabile e sicuramente non positiva per il nostro pianeta, per tutte le persone. Una normalità che era basata sul paradigma economico e produttivo orientato alla crescita infinita, senza limiti, ma anche senza regole e in fondo senza senso. Forse che ce ne siamo resi conto tutti, anche grazie a questa pausa riflessiva forzata”, sostiene Deborah Lucchetti

L’emergenza sanitaria ha costretto anche le imprese di questo settore ad un ripensamento, ha mutato i loro orizzonti spingendole alla riflessione: ormai il precedente modello di business non è più compatibile con lo scenario di un mondo profondamente cambiato. Ma questo deve essere un punto di partenza, non bisogna regredire: è arrivato il tempo di un ascolto attivo.

Foto apertura: ILYA - 123RF

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