Dalle uova alle uova già sode a sbattimento zero

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Dalla vecchia drogheria al supermercato, fino ad arrivare allo shop online: come cambia la spesa ai tempi dei millennials.

Dalla vecchia drogheria al supermercato, fino ad arrivare allo shop online: come cambia la spesa ai tempi dei millennials.

Ogni volta che entro in supermercato ho sempre delle sensazioni contrastanti.

Reazione numero uno: questo è il paradiso, un bordello di colori e sapori dove sono sempre la benvenuta.

Reazione numero due: questo è un bordello, da dove inizio?

Reazione numero tre: questo è un bordello, ma tanto prendo sempre le stesse cose, anche se mi piacerebbe provarne altre eh.

Reazione numero quattro: ci sono un sacco di cose, ma è come se non fossero mai abbastanza (?!).

Di base vado al super tutti i giorni, la scusa è che ce l’ho sotto casa, e la realtà, malgrado tutto, è che non vedo l’ora di andarci non solo per comprare, ma anche per usarlo come mezzo per studi sociologici.

Da piccola la mamma mi portava sempre a fare la spesa con lei, allora c’era il Santa Prisca, catena a conduzione familiare, era dei Crocini, e dal 1966 deliziava i palati aretini.

Ah, come c’hanno i salumi alla Santa Prisca non ce l’ha nessuno!”, diceva sempre la mamma. Ed era vero. Dopo quarantotto anni addio a “Vieni ad acquistare a S”, subentrò la Conad.

Anche la nonna Cecchina mi portava sempre con lei, ma abitando in campagna andavamo dalla Silvana, la drogheria di paese dove tutti erano amici di tutti, e alla fine per comprare uno shampoo o una penna multicolor ci sbarbavi tutto il giorno a forza di chiacchiere. Nessuno aveva fretta lì.

Se invece la nonna voleva la “ciccia bona” dovevamo andare da Athos a Quarata, ed io non vedevo l’ora perché mi divertivo a giocare con la sua tenda a fili rossi e ciccioni sulla porta d’ingresso; in realtà grazie a quella entravo in un’altra dimensione.
Raramente pigliavamo l’ammiraglia per recarci alla Despar, perché con la (finta) scusa che era troppo cara c’andavamo molto poco. Poi c’erano l’orto, e i vari omini del pane, della frutta e persino dei surgelati che venivano in paese con i loro camioncini straripanti di roba buona. Le borse si portavano da casa, quella di rete che ora va tanto di moda su Instagram la nonna ce l’aveva sempre con sé.

Con la nonna Tina invece non ho mai fatto la spesa, perché se ne occupava sempre qualcuno per lei, solo ogni tanto andava nelle botteghe vicino casa, dal Ciardi, davanti alla caserma dei militari, o dall’Anna, e anche se poi l’Anna non c’era più ha sempre continuato a chiamarsi così, “l’Anna”. 

Adesso gli omini che passano con i camion a Ponte Buriano sono scomparsi, e due botteghe su tre hanno chiuso i battenti.
Nonostante la buona volontà di andare di più al mercato o di ordinare le verdure online, si va al supermercato, non c’è storia, con quell’ammissione di colpa di non aver tempo per fare il giro delle botteghe, spesso più care ma con una qualità migliore rispetto alla grande distribuzione.

Non raramente, difatti, capita che la verdura al super faccia schifo perché sa di acqua, la carne idem perché chissà da dove viene e i cornetti siano quelli surgelati e riscaldati, serviti poi su vaschette di plastica. E buona colazione anche a voi.
Insomma, per la spesa è un po’ una questione di compromessi, che prima non c’erano.

So solo che se a mia nonna avessi offerto le uova già sode “a sbattimento zero” o il riso già bollito, avrebbe preferito digiunare. Altro che compromessi.

Credit: Nataliya Yakovleva -123rf.com

Fondamentalmente quello che è cambiato da allora ad ora è l’attenzione, che dal prodotto s’è spostata al cliente: prima venivi servito, ora ti servi da solo e devi anche fare il cassiere (pure divertendoti, perché c’è anche la componente ludica della novità), prima in drogheria potevi assaggiare frutta o formaggio, ora se apri un cartone d’uva ti arrestano, prima i pomodori erano i pomodori, poi sono diventati pixel da cliccare per fare la spesa online (“Clicca il pomodoro”). Prima parlavi, ora se parli troppo ti gambizzano. Prima c’era il prodotto buono, ora ci sono il marketing e la comunicazione a rendere il prodotto più buono. Ed è tutto “più buono” se è bio, senza glutine, lattosio, olio di palma, integrale, con farina di kamut o di qualche altro nome incomprensibile, a chilometro zero, e se nel mezzo ci sono le bacche di goji. Dieci anni fa era tutto più buono se era semplicemente “light”. Cinquant’anni prima se era genuino e basta. Ora non si può bere il latte, ma si possono tracannare litri di birra purché sia artigianale, non si può mangiare il pane perché “fa male”, ma si può fare indigestione di polistirolo, cioè gallette di riso perché sono sane.
Ripeto: marketing.

A dire il vero, un antenato del supermercato c’era già nel 1916 ed era il Piggly Wiggly, a Memphis, Tennessee, una sorta di negozi alimentari riuniti, dove la gente si serviva da sola senza commessi, e sulla cui origine del nome s’è discusso a lungo.
In Italia si dovette aspettare il 1957, quando a Milano personaggi come Guido Caprotti e Nelson Rockefeller (ma non furono solo loro), decisero prima di fondare l’Esselunga e poi la comunicazione Esselunga con Armando Testa. Geniale.

2019: i millennials vogliono l’orto, ma non tutti possono averlo, i papà dei millennials che possono spendere più di loro vanno ancora nella botteghina di fiducia, che nel frattempo è diventata Cartier dal punto di vista dei prezzi, divertendosi però ogni tanto a giocare con i codici a barre alle casse self-service, mentre la generazione Z “ha le app”.

Sto cercando a questo punto di indovinare la tendenza dei supermercati del domani: il prodotto senza olio, senza burro, senza glutine, senza sale, senza nulla. Il non-prodotto.
Scherzaci.

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