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Le donne contano

Una rubrica tutta al femminile dove Claudia Segre, Presidente di Global Thinking Foundation, insegna alle donne a destreggiarsi tra numeri e cifre nella vita di tutti i giorni. Tutti i martedì su DeAbyDay!

by Claudia Segre

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Carriere e Visioni

Claudia Segre: «Insegno alle donne a farsi valere»

L'importanza dell'educazione finanziaria per le donne secondo Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation.

L'importanza dell'educazione finanziaria per le donne secondo Claudia Segre, presidente di Global Thinking Foundation.

Claudia Segre è una donna che sa quanto è importante contare (e saper contare). In particolar modo per le donne. Specialmente in questo particolarissimo momento storico.

Tra le 100 Donne Italiane di maggior successo del 2019 secondo Forbes, dal 2016 è Presidente di Global Thinking Foundation, ente che organizza e sponsorizza progetti con l’obiettivo di promuovere l’alfabetizzazione finanziaria rivolta a soggetti indigenti e fasce deboli. Con un focus particolare sul gender gap riguardo a conoscenze e competenze finanziarie. Un divario di genere che diventa sempre più urgente colmare.

Perché donne più consapevoli del proprio agire economico, donne capaci di gestire i propri soldi, possono dare un contributo fondamentale al benessere economico mondiale. Oltre che al proprio benessere e a quello dei propri familiari.

In piena emergenza Coronavirus il mercato del lavoro ha risposto penalizzando pesantemente le donne, che costituiscono il 98% dei nuovi disoccupati. Come si spiega questo dato?

«Le Donne sono al centro di questa pandemia causata dalla diffusione del COVID19 e che sta danneggiando la salute, il benessere sociale ed economico di tutto il mondo. Donne che guidano la risposta alla crisi sanitaria rappresentando in Italia oltre il 75% della forza lavoro sanitaria e oltre l’85% delle attività di cura famigliare come dei servizi di assistenza domestica. Così l’occupazione femminile è stata maggiormente penalizzata dagli effetti economici della pandemia in atto perché questa ha colpito trasversalmente tutti i settori e per la prima volta: soprattutto il terziario. Un settore dei servizi ove vi è una particolare concentrazione di donne, dalla pubblica amministrazione al pubblico esercizio, e di attività lavorative precarie. E con il persistere di un divario salariale a sfavore delle donne nel settore privato e professionale che arriva a punte del 23%, la fotografia del lavoro femminile porta inevitabilmente a far sì che il 70% dei posti di lavoro perso nel 2020 siano a scapito delle donne rispetto al 56% tra il 2019 ed il 2020, e che il dato puntuale di Dicembre ha toccato un picco del 98% con 99mila posti persi su 101mila proprio da donne. La crisi del lavoro femminile con un 33% delle lavoratrici in part time, due terzi dei quali non spontanei, ed un tasso di occupazione al 48,5%, ben lontano dall’obiettivo del 60% entro il 2010 del Trattato di Lisbona, deve diventare la priorità per il nuovo Governo, e deve essere al centro della distribuzione delle risorse di stimolo europee subito dopo la crisi ambientale e la digitalizzazione sulle quali l’Unione Europea ha definito le quote di attribuzione» .

Che cos’è il gender gap e perché in Italia è un problema così imponente?

«Per gender gap si intende il differenziale che esiste tra donne e uomini in diversi ambiti della vita sociale ed economica e che costituiscono un limite per una piena partecipazione delle donne come cittadine titolari di diritti costituzionali ben delineati, e vedi anche art. 3 sull’uguaglianza, l’art. 4 sul diritto al lavoro, l’art.13 e 15 sulle libertà personali, e gli artt.35, 36, 37. Quest’ultimo sul diritto delle donne lavoratrici ad una pari retribuzione stride con il permanere di un “pay gap”, un divario salariale. Quando l’accesso al lavoro, alle attività ed alla libertà economica viene minata alla base da discriminazioni che violano peraltro le leggi esistenti si causa un danno sociale al Paese che si trasforma in una perdita di risorse economiche e quindi di PIL evidenti. Sin dalla fine degli anni ’90 il Consiglio di Europa ha invitato tutti i Paesi UE ad un gender mainstreaming cioè ad una riorganizzazione, sviluppo valutazione e definizione di politiche pubbliche per incorporare la prospettiva di una piena eguaglianza di genere a tutti i livelli ma rispetto ad altri Paesi che ad esempio nel “gender budgeting” hanno fatto enormi passi avanti come Belgio, Austria, Danimarca, Svezia, Spagna, Francia e Repubblica Ceca noi abbiamo perso un’occasione di piena adesione ai dettami comunitari. Abbiamo rinunciato ad una piena e paritaria partecipazione sociale ed economica attiva di metà del Paese accontentandoci della Legge sulle quote rosa nei CDA delle società quotate, come ben ricordato dall’attuale Premier. Battersi per una maggiore partecipazione lavorativa e uguaglianza salariale è frutto della consapevolezza che la sfida con la pandemia non si vince con metà del Paese tagliato fuori da una vera opportunità di inclusione sociale e finanziaria» .

Come mai le donne sono escluse dalla gestione finanziaria?

«Non possiamo parlare di esclusione delle donne dalla gestione finanziaria ma, più propriamente, di un’altra faccia del gender gap, quello delle competenze economiche finanziarie così come di quelle digitali. Dalle analisi fatte dall’OCSE, che recentemente ha emesso anche un piano di Raccomandazioni sull’alfabetizzazione finanziaria, l’Italia si colloca come fanalino di coda nell’OCSE rispetto agli altri Paesi per le competenze economiche e finanziarie sia degli adolescenti che degli adulti e mostrano anche un differenziale di genere di queste competenze che negli altri Paesi non sembra esistere. L’Italia è quindi quart’ultima fra i Paesi UE anche sull’alfabetizzazione digitale: prima di tutto per l’arretratezza del sistema scolastico e formativo di base e poi per le difficoltà di accesso e di utilizzo della rete e soluzioni internet come ampiamente dimostrato durante questa crisi COVID. Ed i dati DESI Women in Digital, sempre a livello europeo, vedono l’Italia presentare un divario di genere evidente su tutti i 13 indicatori che misurano la partecipazione delle donne all’economia digitale: dall’inclusione nei lavori digitali, carriere, imprenditoria, occupazione e competenze specialistiche. Questi dati uniti ad un retaggio culturale del nostro Paese poco incline ad una piena condivisione delle scelte economiche anche a livello famigliare taglia fuori le donne da un ruolo attivo anche perché le donne tra le quali ci sono meno conoscenze sono proprio quelle non lavorano, e quindi son maggiormente esposte a frodi o abusi sul fronte economico finanziario» .

Quanto è importante oggi per una donna essere competente anche in materia economico-finanziaria nella vita di tutti i giorni?

«Le scelte economiche segnano passo passo la nostra vita quotidiana dalle scelte lavorative a quelle personali, e quindi avere un bagaglio di competenze non solo di base ma il più vasto possibile diventa importante soprattutto perché la digitalizzazione ci offre ottime opportunità di gestirci le proprie finanze in autonomia, così come pagare le bollette, le tasse o fare acquisti risparmiando tempo per andare in banca, in Posta o al supermarket soprattutto per le limitazioni persistenti per l’emergenza nazionale che stiamo vivendo. E se non si prende un po’ di coraggio nel dedicarci del tempo e la dovuta attenzione, senza delegare ad altri ma prendendolo come un impegno con se stesse certamente avremo soddisfazioni anche sul nostro benessere economico» . 

E in un’ottica lavorativa o di prospettive future?

«Una delle constatazioni che spesso emergono da molti studi connessi alla sfera lavorativa è che il divario salariale viene subito anche per l’incapacità di valorizzare adeguatamente il proprio merito e farlo valere in una contrattazione lavorativa o nelle scelte di vita professionale dipendente o autonoma che vogliamo intraprendere. Ma far valere il proprio merito non è facile sempre per un’arretratezza culturale che troppo spesso non premia in maniera eguale competenze e risultati operando discriminazioni di genere. Per questo il diffondersi di pratiche di welfare aziendale improntate su politiche rispettose di D&I, diversità e inclusione, e auspicabilmente la diffusione di analisi di impatto di genere nei bilanci aziendali, sono un buon viatico per far cambiare anche la cultura aziendale, e permettere alle donne di mettere a frutto un accrescimento delle proprie competenze economiche e finanziarie per fare scelte professionali e di investimento il più possibile consapevoli e mirate ad una costruzione di prospettive di avanzamento personali e di carriera migliori del passato» .

Che cos’è la violenza economica e come si combatte?

«Nella spirale della violenza, quella economica è sicuramente la più subdola, perché viene usata per non permettere alla donna di avere una propria autonomia economica con conseguenze molto gravi anche sulla collettività che se ne accolla i costi. Sicuramente ci sono i costi diretti che riguardano l’ambito sanitario e i servizi sociali e poi le spese legali, quelle giudiziarie e di ordine pubblico. A livello più profondo, poi, dobbiamo fare i conti con conseguenze negative sia a livello individuale che famigliare, dagli stati psicologici e dai disturbi depressivi alla trasmissione di valori distorti da una generazione all’altra a una minore qualità della vita e del lavoro, causando una diminuzione del Pil. Oggi in Italia il 17% delle donne che lavora non ha un conto corrente, quindi non può gestire direttamente il guadagno del proprio lavoro. Più in generale il 23% delle donne italiane non è intestataria di alcun conto bancario, con punte del 40% in alcune Regioni, mentre solo il 21% ne ha uno personale. Global Thinking Foundation è una Fondazione no profit che sì impegna a colmare il divario esistente in materia di competenze e conoscenze finanziarie e digitali, soprattutto per le fasce più deboli fragili della società; l’alfabetizzazione finanziaria è mirata nel nostro modello a prevenire l’abuso e la violenza economica ed è, a nostro avviso, il motore di una società più inclusiva e, soprattutto, stabile. Con le attività formative e informative per adulti e nuove generazioni che includono anche l’educazione ambientale e civica attraverso materiali disponibili anche digitalmente si mette al centro la sostenibilità economica delle famiglie e quindi il passaggio generazionale di competenze e valori improntati all’uguaglianza di genere ed al rispetto della libertà e indipendenza economica delle donne» .

Tre consigli per iniziare a risparmiare.

Tre parole che si trasformano in tre consigli: Pianificare, Valutare e Ponderare. Non ci può essere risparmio senza la dovuta lungimiranza e quindi un’indole a pianificare le proprie spese future con obiettivi di medio lungo-termine per quelle più impegnative e sfidanti. E qualsiasi piano di accantonamento delle proprie risorse economiche deve necessariamente passare da una attenta valutazione delle scelte che si frappongono tra le esigenze primarie alle quali dobbiamo far fronte nel breve termine e i programmi che coltiviamo con ambizione ma coerenti con le nostre possibilità. Valutare caratteristiche dei prodotti finanziari e/o dei piani di previdenza aggiuntivi che siamo interessati a intraprendere nella gestione attiva dei nostri risparmi è una fase cruciale. E poi prima di passare all’azione e prendere le decisioni definitive non ci resta che ponderare le variabili personali o esterne che potrebbero condizionare una scelta in serenità perché magari abbiamo delle necessità ricorrenti che non possiamo sottovalutare. Ad esempio ponderiamo se prescindere da almeno due settimane di vacanze all’estero: per stare bene con noi stessi e la nostra curiosità di scoprire il mondo, ma decidiamo che vogliamo accantonare i soldi per la prima casa per qualche anno e rinunceremo ad una settimana, delle due previste, perché preferiamo dare concretezza al sogno di una casa di proprietà» .

Quali sono le difficoltà di una donna che cerca di trasformare un’idea, un sogno o una passione in un nuovo percorso lavorativo?

«Il punto di partenza come già spiegato sta nella formazione e quindi nella costruzione di un percorso di competenze che ci permettano di trasformare l’idea o il sogno in una opportunità concreta di affermazione nel proprio percorso lavorativo. Per questo abbiamo dedicato gran parte dei programmi di formazione del Progetto Donne al Quadrato alla formazione professionale inserendo il cambiamento operato dalla digitalizzazione e cercando di offrire una base di partenza soprattutto per le Donne che vogliono intraprendere un’attività autonoma professionale o anche una start up innovativa. A ciò si aggiunge la difficoltà nel reperire i finanziamenti destreggiandosi tra i bandi e le formule regionali o nazionali di supporto all’imprenditoria femminile che sono molte e diffuse ma che necessitano chiarezza di intenti nella forma societaria, nella conoscenza degli aspetti fiscali e amministrativi insomma in tutto ciò che connota una responsabilità imprenditoriale che è composta da molti aspetti che bisogna preoccuparsi di  gestire per tempo ed in anticipo prima di avviare un’attività in proprio» .

L’imprenditoria femminile è un tema molto dibattuto, tanto a livello nazionale quanto a livello comunitario. Quanto è stato fatto finora per incentivarla?

«Intanto occorre ricordare che se questa crisi ha colpito duramente le donne occupate non può essere diverso il discorso considerando le imprenditrici per esempio solo nel pubblico esercizio sono a rischio di chiusura 50 mila imprese e 300 mila posti di lavoro, e più della metà sono donne. Uno degli ostacoli principali alla diffusione dell’imprenditoria femminile come già anticipato è rappresentato dal reperimento delle risorse finanziarie per avviare le attività che tranne per i settori ITC ove vi sono anche importanti piattaforme di crowdfunding operative più in genere le donne avviano le proprie imprese con capitali inferiori facendo più affidamento su famigliari che su banche e finanziarie che son decisamente meno efficienti nel supportare le nuove imprese .Tanto che vi sono diverse direttive comunitarie che vietano esplicitamente alle società finanziarie e banche di compiere discriminazioni nell’ambito di prestiti bancari o finanziamenti verso le donne. E questa attenzione dell’UE si è vista chiaramente nel piano dei fondi europei Horizon 2020 appena giunto al termine e riconfermato con il nuovo 2021-2027 che in parte traggono spunto dalla strategia per la parità di genere 2020-2025 varata da Ursula Van der Layen che ha definito più specificamente la priorità al sostegno nei vari strumenti di finanziamento e di garanzia di bilancio dell’UE, in particolare il Fondo sociale europeo Plus, il Fondo europeo di sviluppo regionale, Europa creativa, il Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, il Fondo di coesione e il programma InvestEU. Dichiarando che “I finanziamenti saranno destinati ad azioni volte a promuovere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata, a investire in strutture di assistenza, a sostenere l’imprenditoria femminile, ed a combattere la segregazione di genere in alcune professioni”

Quali opportunità sono a disposizione oggi e quanto sono accessibili?

«Come spiegato le opportunità oggi sono molte e sono accessibili ad una molteplicità di profili professionali imprenditoriali al femminile come declinato anche nella manovra di bilancio 2021 dove il pacchetto di misure per incentivare l’imprenditoria femminile è molto corposo. Si va dal Fondo per il venture capital per l’innovazione tecnologica al Fondo Impresa Femminile rafforzare la formazione e il reskilling delle imprenditrici. Inoltre, permane l’iniziativa Donne in campo per la concessione dei mutui a tasso zero per il settore primario legato all’agricoltura. Quindi un insieme di interventi che vanno dai contributi a fondo perduto a incentivi e finanziamenti agevolati e investimenti nel capitale che coniugano anche formule partecipative più innovative. A ciò si aggiungono gli interventi a livello regionale che meglio si sposano con le specifiche economiche e logistiche territoriali» .