Carriere e Visioni

Valeria, genio dei robot: «Senza blocchi mentali niente è impossibile»

A 11 anni ha costruito il suo primo robot, a 16 ha fondato una scuola. Intervista a Valeria Cagnina, classe 2001, che all'eccellenza sui banchi ha preferito i robot e un'estate a Boston che le ha cambiato la vita. 

A 11 anni ha costruito il suo primo robot, a 16 ha fondato una scuola. Intervista a Valeria Cagnina, classe 2001, che all'eccellenza sui banchi ha preferito i robot e un'estate a Boston che le ha cambiato la vita. 

Il 22 aprile si celebra l'International Girls in ICT Day. La Giornata Mondiale creata dall'Onu mira a mettere in evidenza le ragazze che hanno dimostrato di avere talento nelle cosiddette STEAM, cioè nelle materie scientifiche. Ma c'è chi all'apprendimento preferisce il fare. È il caso di Valeria Cagnina che, a soli 17 anni, è stata inserita nell'elenco Inspiring Fifty delle 50 donne più influenti nel mondo del tech. Un vero e proprio genio della robotica, insomma.

Valeria ha compreso che ci sono molti modi per imparare e dalla sua esperienza ha tirato fuori un progetto, OfpassiON, in cui con Francesco Baldassarre ha messo a punto un nuovo metodo per imparare a progettare robot e a sviluppare competenze trasversali.

Tutto ha avuto inizio con una pianta digitale.

Valeria Cagnina, come ti sei appassionata ai robot?

«Tutto è iniziato quando avevo 11 anni. Ho visto il primo robot ad un corso per bambini (CoderDojo), a Milano. Guardando una semplice pianta digitale, che poteva essere felice o triste attraverso una scheda elettronica, mi si è aperto un mondo. Lì ho deciso che avrei voluto costruire un robot. Mi sono procurata una scheda Arduino. L'unico mio aiuto era YouTube: guardando molti video ho costruito il mio primo robot e ho scoperto che non era così comune tra i ragazzi della mia età».

Cosa è successo dopo?

«Un evento dopo l'altro, a 14 anni sono stata invitata a parlare al TedxWomen di Milano. Ma volevo fare qualcosa di più».

Cioè?

«Ho iniziato a fare ricerche in rete, dove ho scoperto Boston Dynamics, uno spin off del MIT di Boston. Qui costruiscono quei robot che diventano virali: umanoidi, robot a forma di cagnolino che sanno fare tantissime cose, sembra addirittura che provino emozioni. A me non bastava guardarli in video: volevo conoscere i creatori. Ma avevo 15 anni e non c'era nessuna offerta precostruita per entrare al MIT se non a 18 anni. Solo che io volevo entrare subito».

Cos'hai fatto a quel punto?

«Ho iniziato a scrivere a tutti i dipartimenti, raccontando quello che avevo fatto. Alla fine, dopo centinaia di mail, un dipartimento mi ha risposto e ho passato un'intera estate a Boston. Ho costruito un piccolo robot che andava in giro per una città in miniatura come una piccola Tesla. Ma ciò che ho scoperto è stato molto più importante».

Cosa hai scoperto lì?

«Che per imparare non bisognava annoiarsi. In qualsiasi dipartimento si imparava giocando e divertendosi, a qualsiasi età. Tutte le materie scolastiche potevano essere acquisite così».

Cos'è successo al tuo rientro da Boston?

«Ho iniziato a insegnare robotica a qualche bambino, come un gioco, ma poi è diventata una cosa sempre più strutturata, che poi si è trasformata in OFpassiON. Oggi non insegniamo solo robotica, ma la usiamo per sviluppare competenze trasversali come leadership, pensiero critico, problem solving, tutte attività che seguono un metodo fatto di 10 regole, che mettono i partecipanti al centro tramite la sperimentazione pratica».

Qual è la prima regola?

«Niente è impossibile, perché senza blocchi mentali ogni cosa è possibile. Accogliamo persone dai 2, 3 anni fino agli adolescenti e ai manager. Il nostro grande obiettivo a lungo termine è quello di rivoluzionare il mondo del'education, per permettere a ognuno di scoprire una nuova passione e di fare ciò che desidera, oltre a coltivare queste passioni attraverso gli strumenti giusti».

Ha fatto notizia il fatto che, nonostante tu sia un genio dei robot, alla maturità hai preso solo 90: da cosa nasce l'esigenza di raccontare un dettaglio così "insignificante" secondo te? Come hai vissuto la scuola?

«Quella notizia partiva sicuramente dal voler raccontare la mia storia, ma per me la scuola non è stata un'esperienza molto positiva.

Come mai?

«Ho sempre frequentato la scuola pubblica e alle superiori è diventata un ostacolo a quello che facevo fuori. Io parlavo su grandi palchi, facevo formazione all'estero, e questo ai dirigenti non andavano bene. Loro preferivano ragazzi tutti uguali, senza passioni, che al massimo facevano uno sport amatoriale al pomeriggio. Avevo voti alti, con una media che oscillava tra l'otto e il nove, ma alla scuola che frequentavo non piaceva che facessi cose all'esterno. Finché al quarto anno mi hanno detto: o frequenti e smetti di fare ciò che fai al di fuori, o non ti ammettiamo».

Cosa hai fatto a quel punto?

«Ho fatto l'ultimo anno da privatista dando l'esame di maturità in un'altra scuola. Ho scoperto che studiare in quel modo non era poi così difficile, cosa che mi sono ritrovata anche all'università».

Cosa studi ora?

«Frequento il corso di laurea in Ingegneria informatica online del Politecnico di Milano. Le lezioni erano già in digitale anche prima della pandemia, mentre gli esami venivano dati in presenza».

L'università ti piace di più?

«È diversa e meno stimolante delle cose che faccio a livello aziendale, ma mi impegno a prendere il massimo da tutti i corsi che frequento».

Sei tra le 50 donne più influenti nella tecnologia: cosa significa per te questo riconoscimento?

«È stato molto importante ricevere questo premio perché anche una ragazza giovane della mia età possa capire che si possono seguire i propri sogni, che è possibile avere gli strumenti giusti anche se non si è grandi».

Cosa pensi sia necessario fare per diminuire il gender gap nell'ICT?

«È fondamentale partire dall'educazione. Bisogna superare gli stereotipi, che purtroppo ancora esistono, anche sui giochi da regalare a un bambino o a una bambina perché loro non vedono queste differenze da piccoli. Quando questi ragazzi crescono e arrivano alle superiori, devono avere la possibilità e l'apertura mentale per poter scegliere qualsiasi percorso, a prescindere da tutto. Si devono scegliere lavori e materie da studiare a prescindere dagli stereotipi di genere. E bisogna insegnare loro il grande valore di Internet per scoprire quei lavori che magari non esistono nella propria città, ma che è possibile fare altrove. Ultimo, ma non meno importante, bisogna lavorare sull'autostima dei ragazzi e fare in modo che non scelgano in maniera consapevole, non appiattendosi su quello che fanno o sono gli altri».

Cosa consigli a tutte quelle ragazze appassionate di tecnologia e spaventate dal “non farcela” in un settore ancora troppo maschile?

«Di non farsi fermare dagli ostacoli, di avere il coraggio di pensare in maniera diversa, di mandare una mail per incontrare un personaggio famoso se ne hanno voglia, o per andare in un luogo in cui non è ancora andato nessuno. Ma è anche importante non giudicare a priori determinati ambienti. Infine, bisogna avere tante alternative e poi scegliere quello che può valorizzare al meglio la persona».