Carriere e Visioni

Simona Molinari: «Il mio jazz al femminile»

I miti musicali, il concerto più bello, la collaborazione dei sogni, i progetti futuri. Intervista alla cantante, in occasione di un International Jazz Day senza live: «Mi manca l’energia del palco».  

I miti musicali, il concerto più bello, la collaborazione dei sogni, i progetti futuri. Intervista alla cantante, in occasione di un International Jazz Day senza live: «Mi manca l’energia del palco».  

Cantautrice pop-jazz, vanta cinque dischi pubblicati (più uno in prossima uscita) e due partecipazioni al Festival di Sanremo, nonché numerose collaborazioni con artisti di fama internazionale come Al Jarreau, Gilberto Gil, Andrea Bocelli, Ornella Vanoni, Renzo Arbore. Simona Molinari è probabilmente la voce femminile più nota del jazz italiano ma, come tutti i suoi colleghi, trascorrerà il 30 aprile (ovvero l’International Jazz Day) giù dal palco: niente musica, non dal vivo almeno. Vista la ricorrenza, però, l’abbiamo intervistata lo stesso.

Ma quindi le donne non odiano il jazz, come diceva quel tuo collega? (Paolo Conte, "Sotto le stelle del jazz", ndr)

No, esatto, direi proprio di no (ride, ndr). In effetti il jazz a volte risulta maschilista, ma non perché le donne se ne tirino fuori: è che sempre questa concezione che, per il modo in cui devi intendere la musica, il jazz sia più facile per un uomo. Sai, la comprensione delle armonie, il modo in cui si sta sul tempo... Oggi quando suoni e canti bene ti dicono: «Fai jazz come un uomo» e questo è un gran peccato. Il giorno più bello sarà quando diranno: «Caspita, suoni proprio come una donna!», in senso positivo.

simona molinari

Come, dove e quando è nato il tuo amore per il jazz?

Mi sono avvicinata al jazz in modo naturale, durante il mio percorso di formazione. Credo mi abbia guidata la mia voce, che suona al meglio proprio in questo genere musicale. Devo comunque ringraziare uno dei miei insegnanti, che mi consegnò cinque dischi di alcune cantanti che sperimentavano in questo ambito, di cui mi innamorai, tra cui Rachelle Ferrell e Diane Schuur. Ma già prima di loro adoravo ascoltare Ella Fitgerald e insieme a lei le altre cantanti afroamericane degli Anni ‘30 e ‘40. La musica black mi ha sempre preso più di quella nostrana, forse perché dietro a queste voci nere arrivava anche il vissuto delle interpreti, fatto di emarginazione e dolore. Nonostante loro coprissero tutto questo con musica, voce, abbigliamento, presenza sul palco, finta leggerezza soprattutto nello swing. Poi da piccola ero anche appassionata dei cartoni Disney, che sono intrisi di jazz.

Altre fonti di ispirazione, magari maschili?

Tra gli uomini la voce più bella in assoluto è quella di Nat King Cole, se altrimenti parliamo di espressività, Chet Baker è insuperabile.

Hai citato uno dei tuoi insegnanti. Suoni anche qualche strumento, oltre a cantare?

Strimpello più che altro, mi accompagno quando scrivo, giusto il pianoforte. Suono la mia voce, che è un vero e proprio strumento.

Jazz for dummies: oltre a Simona Molinari, quale artista consiglieresti a un neofita?

Jacob Collier, cantante e polistrumentista che fa cose divertenti e geniali. Ha un modo di interagire giovane come lui e trova sempre modo di fare spettacolo, oltre che musica.

simona molinari

Senti, ma come si pronuncia la parola jazz? “Gezz” o “giass”?

Ognuno fa come vuole (ride, ndr)! Ci sono mille storie sull’origine del nome e dunque sulla sua pronuncia. A me piace la versione secondo cui il termine nasce dal fatto che, quando finivano di suonare nei locali, c’era sempre qualcuno che diceva «Just a little bit». Ancora un po’, insomma. Quindi dico “giass”.

Comunque sia, il jazz è un genere strano. Di origine estremamente popolare, ma percepito come elitario.

È un genere complesso, dal punto di vista di chi lo fa. Il problema del jazz in Italia è che parecchi musicisti si preoccupano poco di comunicare e molto di apparire, andando dietro alle proprie elucubrazioni mentali e armoniche, senza curarsi di chi hanno davanti. Voglia di stupire, insomma, a discapito di “comprensibilità” e favore del pubblico. Dal punto di vista tecnico è bello, per la serie: «Senti che si è inventato...», ma a un orecchio che vuole solo ascoltare musica e lasciarsi trasportare può risultare ostico. A volte è solo il musicista che capisce sé stesso! La mia produzione è un po’ diversa, cantata, per me è fondamentale l’interazione con il pubblico e rendere i linguaggi del jazz comprensibili.

È un problema legato anche alla lingua?

In effetti sul cantato c’è poca produzione in italiano, un po’ perché non è facilissimo scrivere nella nostra lingua su musica jazz, proprio per il suo andamento. Dunque perlopiù si canta in inglese. In questo momento, vabbé, il jazz italiano sta messo male in modo particolare a causa del Covid: stiamo parlando di un genere che si fonda più sul live che sulla discografia. Bisognerà capire quando riapriranno i club, sperando che ci sia posto per tutti e che ci sia voglia di tornare ad ascoltare musica.

Intanto hai due concerti fissati a novembre.

Sì, al Teatro Brancaccio di Roma e al Teatro Nazionale di Milano. Due date, l’occasione per ripartire. Spero comunque di girare già questa estate, come quella scorsa. Sarebbe una bella boccata d’ossigeno sia per me che per i miei musicisti. Se ci sarà la possibilità mi farò in quattro per esserci, nonostante tutto. Per novembre i biglietti sono già in vendita: la gente li sta acquistando ed è un bel segnale, quantomeno c’è fiducia. Incrociamo le dita affinché non ci siano intoppi.

Come stai vivendo questo periodo senza live?

Mi sto concentrando molto su casa e famiglia, ho fatto l’orto (ride, ndr), mi sto mettendo in pace con il mondo e curo cose a cui non avevo dedicato tanto tempo negli ultimi dieci anni, non essendo mai stata a lungo ferma in un posto. Ci sono pro e contro. Tra i primi, la creazione di rapporti più stretti e di un ambiente che mi fa vivere bene. Spero di mantenere questo anche quando riapriremo tutto, di non buttare via questi due anni di semina! Dal punto di vista lavorativo sto scrivendo e registrando: sono anni che non esco con un disco, di inediti ancora di più, presto sentirete qualcosa...

Cosa ti manca di più, come cantante?

Sono una persona che ha bisogno di energia: mi manca quella dei miei musicisti e anche quella del pubblico. Quando sono sul palco mi trovo in mezzo e la ricevo da entrambi, devo solo incanalarla nelle cose che ho preparato e so fare. E poi mi manca l’applauso, il segno che chi è davanti a me ha condiviso qualcosa di bello. È sempre un momento speciale.

molinari

Hai suonato in tanti jazz club in giro per il mondo. Ce n’è uno che ti è rimasto nel cuore?

Il Blue Note di New York. Mi sono esibita nella Grande Mela nel 2013 ed è stato forse momento più bello della mia carriera, una serata spettacolare in cui mi sono messa in gioco di fronte a persone che davvero masticano il jazz. È stato entusiasmante.

Chiudiamo con una domanda tripla. Riesci a dirmi una collaborazione di cui vai particolarmente orgogliosa, una che sogni e un’altra impossibile che avresti voluto fare?

Sono orgogliosa di aver collaborato con Peter Cincotti, a Sanremo con La Felicità e non solo. Ci tengo poi a citare anche il duetto più bello su un palco, quello capitato un po’ per caso con Al Jarreau. Mi piacerebbe poi collaborare con Jacob Collier. In un’altra epoca storica, infine, mi sarei divertita tantissimo con Cab Calloway!