Società

Francesca Mannocchi: «In ascolto»

Il mondo di una cronista visto attraverso le lenti di una malattia cronica per la quale non esiste cura. Intervista a Francesca Mannocchi, autrice de il "Bianco e il colore del danno".

Il mondo di una cronista visto attraverso le lenti di una malattia cronica per la quale non esiste cura. Intervista a Francesca Mannocchi, autrice de il "Bianco e il colore del danno".

Una mattina di primavera Francesca Mannocchi si sveglia con metà corpo che non le risponde più. Scopre così di avere una patologia cronica senza cura: la sclerosi multipla.

Lei, che è abituata a raccontare i dolori e le violenze delle guerre, quelle storie che nessuno vuole ascoltare, si trova ad affrontare un conflitto personale contro un corpo diventato di colpo nemico.

Impara presto a cavar fuori le parole che definiscono la sua malattia dalle griglie rigide della lingua medica. Così distante, anestetizzante. Per trasformarle in parole a lei vicine, in un racconto che le corrisponde. Lei, che alla corrispondenza tra le parole che usiamo e le cose che viviamo ha sempre dedicato una cura maniacale.

Parole come "bianco". Bianco come il colore delle sue lesioni, quelle che la medicina chiama "placche attive". Macchie bianche che la malattia, come un pennello gocciolante, lascia cadere sul cervello. A volte piccole, a volte grandi, a volte sfumate. In base a come si spandono, disegnano la vita della sua patologia. Segni invisibili all'occhio, ma ben presenti alle spietate onde radio delle risonanze.

Così nasce "Bianco è il colore del danno", un libro dove Francesca decide di raccontare - e di raccontarsi - la sua storia. Di fare ordine nello “smucchio” provocato dalla malattia e ri-conoscersi attraverso di questa mettendo assieme pezzi di presente e di passato per creare una lingua nuova che faccia dialogare fra loro la Francesca non malata e la "compromessa". Molly Bloom dell'Ulisse di Joyce, un album di foto di famiglia verde ad anelli, la prima volta in un reparto di neurologia, l'ago della siringa che buca la pancia, l'odore della cucina di nonna Rita nei giorni di Natale, frammenti di diari del presente e del passato. E una nuova consapevolezza: quando si ammala qualcuno non è soltanto il singolo che si ammala, ad ammalarsi è anche la famiglia, sono gli amici, è l'intero corpo sociale. La risposta che dobbiamo dare alla malattia non è curare i singoli individui, ma prenderci cura gli uni degli altri.

Ho intervistato Francesca una mattina di primavera, pronta a partire per un nuovo viaggio. In posizione di ascolto.

Tu non ami le definizioni limitanti, quelle che tendono a schiacciare le persone in confini troppo ristretti. Se ti chiedessi quindi di presentarti, di dare una definizione di te stessa e del tuo lavoro, come ti definiresti?

«Ci sono delle cose che avrei potuto dirti prima del Bianco e delle cose che ti dico ora. Adesso ti direi che sono una donna, una cronista, una scrittrice, una compagna e una madre in ascolto. In ascolto di quello che questo libro ha da dirmi».

Come è nata l'idea, la decisione di scrivere un libro dove condividere la tua storia, la tua malattia ... ti ricordi il momento esatto?

«C'è stato un momento dopo l'uscita del mio libro precedente "Io Khaled vendo uomini e sono innocente" con Einaudi, una sera io cui ero con Rosella Postorino che è stata la mia editor sia per quel libro che per questo. Ci siamo dette: e dopo cosa scriviamo? Era appena uscito l'articolo su l'Espresso dove parlavo della mia malattia e del rapporto con la sanità pubblica e le dissi timidamente "penso che dovrei scrivere questa storia". È come se, senza dircelo, lo avessimo deciso in quell'istante» .

C'è chi sostiene che la sofferenza è scrittura. Il dolore partorisce le storie che si raccontano da sole. Ma è anche vero che la scrittura per qualcuno è sollievo dalla sofferenza. Una specie di farmaco, di terapia... È così anche per te? Lo è stato con questo libro?

«No, per me la scrittura non è un balsamo. Per come io la vivo è feroce, dolorosa. Quando ho iniziato a scrivere questo libro ho deciso che doveva essere un libro sincero. E la sincerità, a volte, può essere pericolosa. Perché se accetti di dire tutto devi tener conto delle conseguenze che la scrittura provoca. Quindi non direi che è stata un balsamo, direi che è stata una scrittura per me necessaria».

In che senso?

«Evidentemente le parole erano pronte ad essere dette. Dopodiché adesso è come se avessi in parte ritrovato in parte riperso la mia bussola. Un libro così è un libro di verità, a volte taciute per tanto tempo. Quindi necessita di un riassestamento della vita per come la conoscevamo prima» .

Sei abituata ad essere testimone e narratrice delle violenze della guerra, a guardare in faccia morte e sofferenza ... Come hanno inciso la tua esperienza, il tuo lavoro, sul modo di affrontare e raccontare la patologia?

«Inciso nella misura in cui le esperienze che facciamo in Paesi complessi come quelli che racconto (Libia, Siria, Iraq, Egitto ndr) sono esperienze che in qualche modo riposizionano le cose in una gerarchia diversa, danno alle cose che viviamo un'altra importanza. Quindi cerchi di eliminare la tendenza alla lamentazione, anche perché hai visto cose irraccontabili. Dal punto di vista della struttura del libro effettivamente mi ha dato un metodo: ho cercato di applicare lo stesse cose che faccio quando lavoro: mi guardo intorno, cerco di osservare, decodificare il modo di vivere degli altri, faccio le domande ai medici... quindi effettivamente ho traslato il mio metodo, il metodo della cronista, nella scrittura del libro» .

Quanto la malattia invece, al contrario, ha cambiato il tuo lavoro?

«Non molto ... sono stati un po' complicati i primi mesi ... quando aspettavo la diagnosi. Ho dovuto fare molte analisi e ho dovuto riposizionarmi su una nuova asse del tempo. E la terapia è diventata a volte, non sempre, parte dei nostri viaggi. In questo momento non ho avuto fortunatamente delle conseguenze invalidanti che hanno determinato un effettivo cambiamento della mia vita lavorativa. Ho semplicemente aggiunto un pezzo. Questo grazie ai progressi che la scienza ha fatto nella cura di questa malattia».

La tua malattia si è manifestata quasi contemporaneamente alla maternità: come questi due eventi paralleli hanno modificato i contorni della soglia attraverso cui guardi il mondo?

«Sono due eventi che a un certo punto della mia vita hanno cambiato il mio modo di vedere le cose, ma come credo avvenga negli eventi spartiacque nella vita delle persone. Per qualcuno è un grande amore, per qualcuno è un divorzio, per qualcuno la malattia, per qualcuno la maternità. Per me sono state tutte e due le cose insieme. Sicuramente quando cambia la vita in maniera così intima, profonda, è come se dovessi cambiare gli occhiali attraverso cui guardi il mondo».

Francesca Mannocchi "la non malata" e Francesca Mannocchi "la danneggiata": una cosa che aveva la te di prima e che alla te di adesso non appartiene più.

«Non so se c'è qualcosa di prima che non mi appartiene più... piuttosto mi sembra che siano cambiati i gradienti delle cose. Ad esempio: sono meno impaziente di prima, ma non ho smesso di esserlo. È come se alcune cose che mi riguardano avessero allargato le proprie maglie e altre si siano ristrette».

Durante e dopo la maternità hai continuato a fare la giornalista di guerra, per questo sei stata etichettata come madre incosciente, irragionevole narcisista. Eppure essere madri non vuol dire rinunciare a se stesse...

«Ci sono dei tabù legati al tema del sacrificio, a quanto sia naturale che se c'è qualcuno che debba sacrificarsi è quasi scontato che avvenga per una donna. Ma questo non avviene con dolo, ma perché accade da sempre nella memoria della stragrande maggioranza delle persone sotto forma di “esempio”. Non necessariamente come esempio negativo: io non penso alle donne della mia famiglia come a delle persone che sono state in qualche modo influenzate o indotte, era semplicemente così che doveva andare. Con delle conseguenze indubbie, però, nella struttura sociale del nostro Paese che noi potremmo con grande laicità discutere sul piano pubblico».

La rinuncia porta a un'insoddisfazione personale che può produrre delle conseguenze sul piano sociale, ma anche nel rapporto con i propri cari, i propri figli ...

«Più che con i propri figli direi con la propria identità, il proprio essere donna, lavoratrice, amica, madre, moglie».

Perché il tuo è un libro politico?

«Questo è un libro politico perché parla anche di sanità pubblica, è un grande atto d'amore verso il servizio sanitario nazionale. Ed è politico nella misura in cui mi ha ricordato, e io, a mia volta, cerco di ricordarlo ai lettori, che abbiamo diritto alle cure ma anche il dovere e la responsabilità di prenderci cura della sanità pubblica. Ci ricorda che il diritto alla cura dipende da uno sforzo collettivo».

C'è qualcosa di particolare che secondo te andrebbe urgentemente messo in atto per arrivare a una società più sana e giusta? Qualcosa che andrebbe migliorato nel nostro Servizio Sanitario Nazionale sulla base della tua esperienza?

«I pazienti e i medici dovrebbero cercare entrambi di parlare una lingua il più possibile comune».

Cosa ti ha lasciato l'Iraq nel tuo ultimo viaggio?

«E' stato un viaggio molto intenso per alcuni versi perché noi siamo stati abituati in questi anni a vivere quel luogo come un luogo di dolore, di violenza, di fanatismo. E invece l'abbiamo visto con occhi nuovi. Un viaggio che è stato uno spartiacque nella storia delle relazioni interreligiose, è stato un privilegio essere lì per la visita del Papa. Lo porterò dentro a lungo».

Prossimo viaggio?

«Mi piacerebbe tornare in Libia, ambasciate permettendo (ride ndr). Sono appena passata all'ambasciata libica proprio per questo motivo».