Società

Donne e calcio: una lunga storia di misoginia

L’assurda vicenda di Aurora Leone, "esclusa" dalla Partita del cuore in quanto donna, è solo l’ultimo episodio di una lunga storia di misoginia, quella del calcio femminile, da Tavecchio a Collovati. 
E in nome della civiltà la Nazionale Cantanti avrebbe dovuto lasciare il campo.

L’assurda vicenda di Aurora Leone, "esclusa" dalla Partita del cuore in quanto donna, è solo l’ultimo episodio di una lunga storia di misoginia, quella del calcio femminile, da Tavecchio a Collovati. 
E in nome della civiltà la Nazionale Cantanti avrebbe dovuto lasciare il campo.

Le femmine vestono di rosa, giocano con le Barbie e aspirano ad avere tanti bambini
I maschi vestono di azzurro, giocano a calcio e sognano di diventare campioni
Potrebbe essere il frame di una pubblicità degli Anni ’70, invece è come in Italia nell’evoluto 2021 vengono percepiti ancora i ruoli di genere: ci sono attività non adatte alle donne. Giocare a calcio è una di queste. Non importa se a farlo sono calciatrici professioniste talentuose e sottopagate, né se la partita è amatoriale e lo scopo benefico. La cultura dal sapore medievale del nostro Paese continua, ciclicamente, a dirci questo: che dobbiamo stare lontane da campi da calcio e stadi. E che faremmo meglio a commentare una sfilata piuttosto che un match, anche se magari di lavoro facciamo proprio le giornaliste sportive (incredibile, vero?).

"Sei una donna, resti in tribuna"

E’ una vicenda che lascia increduli, nauseati e sconfortati, quella denunciata da Aurora Leone dei The Jackal, che convocata insieme a Ciro Priello a Torino in occasione della Partita del Cuore per scendere in campo in favore della ricerca contro il cancro, è stata invece allontanata dal direttore generale della Nazionale Italiana Cantanti, Gianluca Pecchini (si è poi dimesso), mentre era a cena al tavolo con il resto del gruppo: “Lei non può restare al tavolo dei giocatori”, le viene detto, invitandola a sedersi a quello “delle donne”. Quando Aurora chiede spiegazioni, pensando (ingenua!) di essersi seduta insieme agli avversari, lui fuga ogni dubbio: “Sei una donna, queste sono le nostre regole”. Lei spiega di essere stata convocata e accreditata, di avere persino comunicato la taglia del completo sportivo agli organizzatori. A quel punto Pecchini si svela: “Tu mica giochi, sei qui come accompagnatrice. Il completino te lo metti in tribuna. Da quando le donne giocano a calcio?”. Sipario. 

Diletta Leotta, bersaglio del più becero sessismo

Come può sentirsi una giovane donna, dopo aver percorso 800 chilometri in treno per partecipare a un evento benefico, a essere cacciata dall’hotel che doveva ospitarla perché il suo sesso le impedisce di comportarsi come i colleghi uomini? Come se fosse una specie protetta, una categoria inabile, non degna. E questo è solo l’ultimo umiliante episodio di una lunghissima serie. 
Partendo da qualche giorno fa, quando su Twitter il giornalista sportivo Paolo Bargiggia ha cercato di svilire il ruolo di Diletta Leotta, sostenendo che a bordo campo prima di Inter-Udinese fosse vestita come “una che va a fare apericena al Papeete”. “Questa è la Front Woman di Dazn? Ma ballano anche sui cubi?”, ha scritto, rincarando la dose dopo aver scatenato sacrosante polemiche: “Meno male che critico la Leotta sul dress code, sulle capacità giornalistiche è impossibile perché non ne ha”. 

Il caso Collovati: le donne non parlano di calcio

Qualcuno ricorderà anche le assurde dichiarazioni dell’ex campione Fulvio Collovati rilasciate nel 2019 parlando di donne e calcio, in particolare di Wanda Nara, moglie di Mauro Icardi: “Quando sento una donna parlare di tattiche mi si rivolta lo stomaco. Non ce la faccio”, disse sfoderando tutto il sessismo più profondo prima di essere sospeso dalla Rai per un paio di settimane. A difendere Collovati arrivò il giornalista Giancarlo Dotto che se la prese con Diletta Leotta, facile bersaglio dei maschilisti. “Una donna, ma diciamola ‘femmina’, che parla di calcio, non mi rivolta lo stomaco, smette di esistere l’attimo stesso in cui lo fa”. 

Gli insulti alle calciatrici all'ordine del giorno

Parlare di calcio non ci viene perdonato, figuriamoci scendere in campo
Nel 2020 l’ex allenatore di Roma e Lazio Zeman, parlando di calcio femminile, ha detto che “di solito in Italia le donne stanno in cucina”. Nel 2019 ci sono state le frasi sessiste e omofobe che Giuseppe Maurizio Fossati, ex allenatore della Novese femminile (squalificato fino al 2023) rivolgeva alle proprie giocatrici durante gli allenamenti e in gare ufficiali: “Sei grassa come un maiale”, una delle tante. Nel 2018, nella Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, durante il match con la Fiorentina l’attaccante della Juventus Cristiana Girelli è stata insultata dagli spalti: “Mi hanno urlato che ho il culone, che sono grassa, che sono brutta come la maglia che indosso”. Per continuare con gli esempi, dopo la notizia che l’attaccante Barbara Bonansea era entrata nella top XI Fifa 2020 delle migliori calciatrici al mondo, sulla celebre pagina “Calciatori Brutti” era esploso il più becero sessismo: “Una che di falli se ne intende parecchio”, “Il calcio non è roba da donne, siete brutte e scoordinate”, “Ha dimenticato le tette a casa”, sono solo un assaggio del benvenuto che le hanno riservato.

Quando ci chiamarono "lesbiche" e "handicappate"

"Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche", si era permesso di dire nel 2015 il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Felice Belloli parlando di calcio femminile (persino in un’occasione ufficiale). Nel 2014 il suo predecessore Carlo Tavecchio in un’intervista a Report disse che "finora la donna si riteneva un soggetto handicappato rispetto al maschio sulla resistenza, sul tempo ed espressione anche atletica, invece abbiamo riscontrato che sono molto simili" (credendo quindi di dire qualcosa di gentile).

Non giocare la partita come gesto di civiltà

La vergognosa carrellata di uomini che umiliano le donne che osano parlare di calcio (perché competenti) o addirittura scendono in campo (perché preparate) potrebbe continuare ancora.
Serviva a mostrare che quello che è accaduto ad Aurora Leone di The Jackal non è purtroppo nuovo in un Paese che non perde occasione di sminuire le donne in quanto donne. Nel 2021 questi personaggi sono ancora qui a spiegarci che lavoro dobbiamo fare, come dobbiamo vestirci, se dobbiamo cucinare, e a dirci che non contano lo studio, la preparazione, la tattica, il talento, la resistenza fisica: conta essere loro, conta essere uomini. Per parlare di calcio o per giocarci, ci spiegano questi signori, non serve capacità: bastano i genitali maschili. 
E visto che è intollerabile che per decidere chi vogliamo essere dobbiamo ricordarci prima che in mezzo alle gambe abbiamo una vagina, la Nazionale cantanti avrebbe potuto scegliere di non scendere in campo questa sera. Non in nome di Aurora, ma della civiltà