Donne over 30: stop al bullismo dell'orologio biologico

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Come se il famigerato ticchettio non fosse già troppo assordante, tutte le persone intorno alle donne che superati i 30 anni non hanno figli si sentono obbligati a mettere il dito nella piaga e a porre lo straziante interrogativo: "Quando lo fai un figlio?". È ora di dire basta 

Il dizionario Treccani definisce la parola bullismo come "atteggiamento di sopraffazione sui più deboli, con riferimento a violenze fisiche e psicologiche attuate spec. in ambienti scolastici o giovanili". Benché le donne siano in grado di fare qualsiasi cosa, dal guidare aerei a scalare montagne alte 8.000 metri, spesso non hanno ancora molti anticorpi rispetto a un argomento molto delicato: la maternità.

Complice anche l'assillo martellante dei media, della famiglia, delle istituzioni e delle amiche, si ritrovano a sfuggire persino alla compagnia femminile pur di evitare la fatidica domanda: «E tu, quando ti decidi a fare un figlio?».

Anche questo è bullismo, violenza psicologica, ed è ora di dire basta.

Il discorso principale verte attorno al fatto secondo il quale, superati i 35 anni, gli ovuli delle donne siano meno vitali. Jean Twenge, autrice del volume The Impatient Woman's Guide To Getting Pregnant, contesta la statistica secondo la quale una donna su tre non riuscirà a restare incinta dopo un anno di tentativi. Peccato che questa affermazione si basa su un'analisi che sfrutta dati antiquati, come dire: che importa se la medicina ha fatto passi da gigante? È più importante mortificare chi ancora non conosce la gioia della maternità!

Basterebbe sfruttare un po' di empatia per capire che questa condizione (che non è una malattia e, soprattutto, non è definitiva) può sia essere una scelta attiva che passiva. Una donna può scegliere di non avere figli perché sente che la maternità non completerebbbe la sua vita, anzi la complicherebbe. Esattamente come chi scegliere di mettere al mondo un bambino, va rispettata e non assillata con «perché?» e «come mai?».

 

Se la scelta è passiva, significa che la pura curiosità può andare a toccare punti dolorosi della vita della nostra amica/parente/figlia/conoscente. Ad esempio, si può essere condizionate da un compagno che c'è e non vuole essere padre. O che non può. O che non c'è. Dato che la legge italiana non consente l'adozione a genitori single, si potrebbe scegliere - come ha fatto Carmen Consoli - di mettere al mondo un figlio da sole. Basterebbe solo trovare un "inseminatore". Ma poi? I bulli potrebbero solo cambiare domanda: «E come gli spieghi perché lui non ha un papà?».

Troppe domande. Magari è solo il caso di aspettare e farsi gli affari propri. Ma come si fa quando è lo Stato stesso a bullizzare le donne che non sono ancora madri? La campagna Fertility Day voluta dal Ministero della Salute ha squarciato il velo sul sentire comune di chi è madre o di quegli uomini che non hanno altro da fare se non giudicare i ventri ancora piatti e non già materni.

Slogan come «La bellezza non ha età. La fertilità sì» - con la parola età in rosso, qualora non se ne sentisse già il peso - hanno scatenato un dibattito molto acceso. Per la prima volta le bullizzate della maternità mancata hanno alzato la testa e hanno detto «Adesso basta».

Peccato che fuori dai social, ad ogni pranzo di famiglia, ad ogni caffè in compagnia, la domande è sempre lì. Come difendersi?

Si possono citare ricerche scientifiche. Ad esempio, uno studio del 2014, pubblicato dalla Boston University School of Medicine, ha scoperto che le donne che hanno avuto l'ultimo figlio dopo i 33 anni, senza l'aiuto di farmaci, vivono più a lungo di quelle che hanno partorito entro i 29 anni.

Oppure dire la verità. Se non li si vuole: «Non voglio avere figli, amo la mia vita così com'è». Se li si vuole: «Li vorrei tanto, ma non arrivano, che posso farci?» oppure «Non ho trovato la persona giusta con cui farli» o ancora «Non ho i soldi necessari e il tempo per accedere alla fecondazione assistita». Le risposte sono tante e nessuna di queste contempla il senso di colpa come sentimento accessorio. Ma forse la risposta giusta è un altra, ed è una domanda: «Tu, se fossi al posto mio, cosa risponderesti?». Potreste essere stupite dalle risposte e dai silenzi. 

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