Il ruolo della donna nella mafia: intervista a Enzo Ciconte

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Il docente di Storia delle mafie italiane presso l'Università di Pavia spiega come la presenza femminile, seppur invisibile, sia fondamentale nella 'ndrangheta. 

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Ci sono le donne che lottano contro la mafia. E poi ci sono quelle che la custodiscono e la tramandano. Il ruolo della donna nella mafia è infatti quello di trasmetterne la cultura, insegnandone i valori nella lingua del territorio, il dialetto. Enzo Ciconte, scrittore e docente di Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia, è stato il primo a pubblicare da Laterza un testo storico sulla ’ndrangheta in Italia, ’Ndrangheta dall’Unità a oggi. A lui si deve una sistematizzazione delle conoscenze su questa organizzazione mafiosa, che vede nelle donne un potente carburante per faide, ma anche per lo sviluppo economico delle famiglie.

Qual era ieri e qual è oggi il rapporto tra donne e mafia in casa e fuori

Cos'è la 'ndrangheta

«La'ndrangheta è un'organizzazione di tipo familiare, un tempo poco conosciuta e poco studiata. Oggi è la più forte che esista in Italia, con ramificazione su tutto il territorio e anche all'estero», spiega Ciconte. Rispetto a mafia siciliana e camorra, l'organizzazione coincide per lo più con la famiglia, cosa che l'ha fatta sfuggire più facilmente alle indagini ed evitare la nascita dei collaboratori di giustizia, «perché il mafioso dovrebbe parlare dei proprio familiari più stretti». Per questo ci si copre a vicenda.

La struttura organizzativa della mafia è provinciale. C'è la Cupola. La camorra è più fluida. Invece nella 'ndrangheta fino agli anni Settanta non c'erano strutture di governo. C'erano solo le 'ndrine potenti di alcune zone, comandate da un capo. «A un certo punto ci fu la necessità di dotarsi di una struttura di vertice, oggi chiamato Crimine,» puntualizza l'esperto. Questa struttura non interviene su ogni singolo fatto, come succede nella mafia, ma solo se ci sono questioni da dirimere. «Invece di passare alle armi, ci si rivolge al Crimine».

Il ruolo della donna nella 'ndrangheta

Le donne non esistono. O almeno questo è ciò che è emerso dall'analisi degli atti giudiziari svolta da Ciconte per la redazione del suo primo libro. «I giudici non le avevano viste, non partecipavano più alle azioni esterne». La ragione è semplice. «Se arresti padre e madre, c'è il problema della gestione dei figli. Ma non si trattava di un problema di sopravvivenza fisica. In Calabria, nell'Ottocento, i bambini crescevano per strada, grazie al supporto dei vicini in caso di necessità. C'era il problema della trasmissione della cultura, compito della madre».

La donna della 'ndrangheta insegna due cose. Il dialetto, e «se non c'è una madre che lo insegna, quel bambino cresce senza». Poi c'è la cultura mafiosa: «Le donne devono spiegare ai figli che il loro padre non c'è perché è in galera, ma non perché ha ammazzato qualcuno o perché è un infame». Senza le donne, non c'è futuro per la cultura mafiosa perché mancherebbe la trasmissione dei valori alle nuove generazioni. Inoltre, erano utilizzati come agenti trasmissioni degli ordini dei mariti in carcere.

Quanto conta la donna nella 'ndrangheta

«I mafiosi dicono che le donne non contano nulla, ma a me questa immagine non ha mai convinto – spiega Ciconte –. In una regione come la Calabria, dove c'era un tempo una forte emigrazione, diversa da quella di oggi, i giovani appena sposati facevano un figlio e partivano. A casa rimaneva la donna, che doveva gestire la famiglia e se stessa». A quel punto la donna era sola con i suoi istinti di giovane da tenere a bada, da reprimere. Ma come è possibile essere fedeli all'onore e al rispetto? «La donna doveva contare nei confronti del marito».

«Di solito il marito assume formalmente le decisioni, ma dentro la famiglia secondo me c'è una partecipazione attiva della donna nelle scelte da fare», continua Ciconte. «Sono le donne che spesso spingono a concludere le faide, oppure fanno pressioni per uccidere gli uomini delle famiglie avverse».

Foto: LaPresse

Il ruolo della donna oggi

La comparsa della donna negli atti giudiziari inizia con l'ingresso delle "avversarie": le donne magistrato. Prima era una partita tra uomini d'onore e quelli che li combattono, «una lotta tra maschi. Questo le ha protette. Ma quando le donne sono entrate in magistratura, anche quelle di mafia hanno subito aggressioni giudiziarie». Dopo gli anni Sessanta iniziano a essere inquisite anche loro ed entrano a far parte del gioco.

Negli ultimi vent'anni gli omicidi di mafia sono drasticamente diminuiti perché è cambiata la natura di queste organizzazioni. «Oggi la mafia è una holding finanziaria, un'impresa». In queste fasi di trasformazione la donna può essere una risorsa preziosa: semplicemente «è più brava nelle questioni economiche e nella gestione dei conti: oggi in modo particolare sta giocando un ruolo in modo formidabile».

La donna ha sempre avuto un ruolo e oggi ne hanno uno importantissimo anche nel far collaborare i propri mariti con la giustizia. «Spesso dietro l'uomo che vorrebbe collaborare c'è una donna che magari glielo impedisce». Da moglie di un capo o di un mafioso, è riverita e rispettata. «Se il marito collabora, tutta la famiglia viene spostata e quindi non si è più conosciuti, ma sconosciuti. Si perde il prestigio. Sei niente, non sei nessuno, allora preferisci avere il marito in carcere, ma continuare a comandare nel piccolo paese».

«La 'ndrangheta può crollare se le donne prendono in mano l'idea di rompere con il passato, e secondo me lo stanno facendo perché hanno bisogno di salvaguardare i figli, anche perché nelle dichiarazioni di oggi non si parla più di presunti ideali. C'è però una regola aurea: i figli degli "infami" non possono essere affiliati perché non ci si fida. Quindi il mafioso che oggi vuole salvare i propri figli, ha un'unica arma: collaborare con la giustizia». Quella in mano alle donne è altrettanto affilata: spingerli a collaborare.  

Foto apertura: Facebook - Enzo Ciconte

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