Donne di mafia, le donne di Cosa Nostra

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C'è chi fugge e chi invece si accomoda nel proprio ruolo: è quello che hanno fatto queste madri d'onore, divenute punti di riferimento delle famiglie mafiose.

Ci sono donne che fuggono o lottano contro la mafia. C'è chi invece ha scelto di essere fedele alla propria famiglia criminale e a Cosa Nostra. Alle madri, alle sorelle e alle compagne dei boss è affidato un ruolo importantissimo: quello di educatrici, che tramandano norme, regole, rituali e valori che assicurano la sopravvivenza dei clan criminali.

Chi sono le madri d'onore della mafia

La premessa fondamentale prima di raccontare le donne d'onore di Cosa Nostra riguarda la famiglia. La cultura criminale elegge questo come luogo privilegiato per tramandare l'identità e la coscienza mafiose. Termini come "fratelli" e "mammasantissima" vengono mutuati nel gergo dei clan per riferirsi rispettivamente alle figure di membri e di capomafia. La "Famiglia" è la cosca mafiosa.

Le donne nella mafia

Sottomesse, ma fondamentali: questi due aggettivi definiscono senza mezzi termini le donne invisibili eppure importantissime per il mantenimento dell'organizzazione mafiosa. Le donne creano nuovi membri del clan, li educano, oliano il sistema, pur non essendo mai affialiate a Cosa Nostra. Sentono tutto, ospitano le riunioni, ma non possono dire nulla.

Sono loro le regine della vita quotidiana, quella in cui crescono i figli, circondati dai valori e dai principi mafiosi. Le influenze dall'esterno sono pochissime. Per questo è con le madri che si fa pratica delle dinamiche da clan.

Ovviamente il genere dei bambini è molto importante. I maschi sono addestrati a modelli e codici culturali idonei alla vita mafiosa: la forza, la virilità, l'omertà, l'obbedienza. Le femmine devono invece abbracciare il modello di subordinazione all'autorità maschile, imitando le madri.

Prima di diventare madri, le donne sono mogli, scelte in base all'idoneità del ruolo di compagna di un boss. Ad esempio, un capomafia sposerà solo una donna consapevole del "mestiere" del marito. Questo senso di conoscenza e co-responsabilità è la garanzia di una continuità nella trasmissione del modello mafioso alla prole.

Le donne di mafia sono anche le più tenaci nel difendere i principi di Cosa Nostra. Non c'è perdono per chi "tradisce". I figli vengono disconosciuti. Se sceglie la collaborazione con la giustizia, il marito viene sottoposto al ricatto attraverso i figli. Diventa un infame.

Giusy Spadaro e Angela Marino, mogli di Pasquale ed Emanuele Di Filippo, dichiararono all'Ansa: «Siamo le ex mogli di quei pentiti bastardi. Per noi loro sono morti». Avevano collaborato alla cattura del boss Leoluca Bagarella.

Le madri modello: Ninetta Bagarella

Antonietta Bagarella, conosciuta come Ninetta, era la sorella minore di Calogero e Leoluca Bagarella, nonché la moglie del boss mafioso Totò Riina, capo dei capi di Cosa Nostra fino ai primi anni Novanta. Consapevole del suo ruolo, fu fedele al boss condividendone la latitanza.

Educa i quattro figli sia ai principi mafiosi che alla cultura, essendo stata anche insegnante. Vivendo in clandestinità, i bambini non potevano infatti frequentare la scuola. I due maschi, Giovanni e Giuseppe, si faranno subito notare nel clan e dalla giustizia.

All'arresto di Giovanni, appena ventenne, Ninetta Bagarella pubblicò una lettera aperta alla stampa in cui dipingeva il figlio come vittima innocente, incastrato da una vendetta contro la loro famiglia. L'intero testo, che menzionava le parole famiglia e le istituzioni, era intriso di linguaggio mafioso. "Il cuore traboccante di tristezza" commosse molti, ma suscitò anche tanto sdegno.

Le madri modello: Antonina Brusca

Giovanni e Vincenzo Brusca vengono arrestati il 23 maggio 1994. La prima a prenderne le difese fu la madre, Antonina Brusca. «I miei figli li ho tirati su bene, con la religione», dirà lei, fiera di un marito condannato a tre ergastoli. Lasciata sola con i tre figli, Dio era diventato la loro guida (dice lei).

In realtà i pargoli avevano seguito fedelmente le orme del padre. Furono condannati per omicidio, traffico di droga e associazione mafiosa. Fu Giovanni Brusca, noto come u Scannacristiani, a far saltare la bomba che uccise Giovanni Falcone. Per Antonina lui non era tutto questo: era solo un portatore di interessi giusti e sani.

Le madri modello: Giuseppina Di Maio

Pietro Aglieri era il numero due di Cosa Nostra. Sua madre si chiamava Giuseppina Di Maio. L'indomani del suo arresto avvenuto il 6 giugno 1997, anche lei tenta la strada della religione per comprovare l'innocenza del figlio. «Mio figlio è innocente, lo affermo con tutta l’anima, non è un assassino, non è un mafioso, è un cristiano e crede in Dio».

Le madri modello: Carmela Grazia Minniti

Carmela Grazia Minniti era la moglie del capomafia catanese Benedetto Santapaola. Anche lei difese suo figlio, dicendo che era impossibile che fosse un mafioso dato che l'aveva educato da sola, lontano dal clima criminoso in cui viveva suo padre. Il pentito Calderone dirà di lei che era "mafiosa quanto il marito".

Carmela è stata vittima della nuova mafia. È stata uccisa nel 1995 nella sua casa di Nizzeti, dove viveva senza guardiani, senza armi e senza porte blindate. Il suo omicidio è stato visto come il sigillo sulla mappa delle nuove geografie mafiose: con la morte di Grazia, la gloria di Nitto Santapaola era definitivamente tramontata.

Le mogli modello: Saveria Benedetta Palazzolo

Saveria Benedetta Palazzolo è l'esempio di compagna che fa le veci del suo amato, in questo caso Bernardo Provenzano. Ne seguì la latitanza fino al 1992. Poi fu accusata di associazione mafiosa aggravata insieme ai fratelli Paolo e Saverio, nonché a Provenzano.

La condivisione del sistema di vita e delle motivazioni mafiose avevano guidato la Palazzolo nella gestione dei beni derivanti dalla sua attività delittuosa. Aveva accumulato una piccola fortuna, assicurando al suo compagno e all'organizzazione mafiosa ottimi profitti economici. L'essere donna e convivente guidava la sua condotta, umana e lavorativa.

Le donne capo: Maria Grazia Ribisi

Appartenente alla potente famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro e sorella dei "fratelli terribili" Gioacchino, Rosario, Carmelo, Ignazio e Pietro, moglie di Pasquale Allegro, Maria Grazia Ribisi rimase l'unica superstite della sua famiglia. Di conseguenza assunse il comando della cosca. Il suo intento era quello di ristabilire il potere e il prestigio della famiglia Ribisi, vendicando i fratelli.

Nonostante l'attenzione degli avversari e delle autorità iniziasse a concentrarsi su di lei, Ribisi fu abilissima ad eluderle e a diventare una persona temuta e rispettata. I fratelli Ignazio e Pietro, unici sopravvissuti con lei, si fidavano ciecamente. Veniva considerata una donna "che sapeva il fatto suo".

Una volta arrestata, i giudici la prosciolsero perché l'essere sorella, così come l'essere madre, giustificava le sue azioni, garantendone l'impunità. Fu anche risarcita con ottanta milioni di lire per esser stata "ingiustamente" detenuta per due anni.

Il caso di Nonna Eroina

Angela Russo è diventata nota col nome di "Nonna Eroina". Fu arrestata a 74 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Era il 1982 e l'anziana signora governava un fiorente traffico in cui erano coinvolti figli e nuore.

Maschio d'onore mancato, Russo non aveva paura di niente. Si metterà al servizio della mafia, offrendo le sue qualità di donna forte, orgogliosa, decisa, che domina tutto. Al momento del processo nega ovviamente tutto. Chiede se la cocaina sia un detersivo, ma sul banco degli imputati invoca anche una mafia che non c'è più, quella della "legge", dei "veri uomini" come suo padre don Peppino. Parla di una mafia giusta che colpiva chi sbagliava e risparmiava "i figli di mamma". Respinge le leggi dello Stato, inveisce contro gli "sbirri". Protegge, ancora, Cosa Nostra. 

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