Sorelle Meracinque: «Il nostro riso sostenibile che non teme il cambiamento»

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Margherita, Benedetta, Silvia, Anna e Maria Vittoria Tovo hanno legato il proprio destino al riso. Il Coronavirus le ha spinte ad aiutare gli altri, proprio come in una grande famiglia. 

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Cinque sorelle, cinque meraviglie come si chiamano tra loro. Nate in una famiglia legata alla terra e al riso: sono questi gli ingredienti per la ricetta di successo Meracinque, un'azienda che produce Carnaroli di altissima qualità. Nate in provincia di Verona, oggi sparse in diverse parti d'Europa, Margherita, Benedetta, Silvia, Anna e Maria Vittoria Tovo sono il cuore e l'anima di un'impresa nata con l'idea di cambiare il modo di coltivare e trasformare il riso. L'obiettivo: rimanere fedeli solo alla qualità.

Attive da tre anni, le sorelle Tovo hanno affrontato il Coronavirus con quell'eredità familiare che da sempre le guida: la solidarietà. Ecco la loro storia e le idee sul cambiamento e il nuovo mondo che ci aspetta.

Chi sono le Meracinque

Le sorelle Tovo sono nate a poca distanza l'una dall'altra a Villafranca di Verona. Con una famiglia impegnata nell'agroalimentare, sono cresciute accudendosi spesso tra di loro, con le più grandi che badavano alle più piccole. Aiutarsi è da sempre nel loro dna. Poi le loro strade si sono sparpagliate.

Margherita, 33 anni, vive a Londra e si occupa di esportazione. Benedetta, 32 anni, vive a Berlino. Silvia, 29, vive a Milano e si è sempre occupata di store management nel mondo del food. Anna, 26, vive a Milano ed è la commercialista della famiglia. Maria Vittoria, 22, viveva in Germania, dove studia finanza. Ora è tornata a casa per l'emergenza Covid-19.

Nella testa di tutte e cinque risuonavano costantemente le parole dei genitori: "l'essere in cinque è una forza non indifferente, fate qualcosa insieme". Benedetta, un passato da product manager nel mondo della moda, è stata quella che ha acceso il motore di Meracinque.

Il nome dell'azienda deriva da “Mera”, che sta per meraviglia, e cinque, tante quante sono le sorelle. «Mera è il nostro soprannome – spiega Silvia Tovo, responsabile commerciale dell'azienda – Sin da piccole lo usavamo l'una con l'altra e i nostri genitori lo usavano con noi». Insieme hanno deciso di raccogliere la sfida del riso Carnaroli e di iniziare a produrre il migliore, con una qualità altissima dal seme al packaging.

«La nostra famiglia opera da sempre nel settore agroalimentare – sottolinea Silvia – Mio padre coltivava il riso e lo conferiva verso altre riserie. Da lì abbiamo scelto di creare un brand. Tre anni fa Benedetta si è licenziata. Poi mi sono licenziata anche io, Margherita ci ha sempre aiutato, così come Anna, che ci supporta da commercialista. Io mi occupo della parte commerciale, in attesa che anche Maria Vittoria si unisca a noi».

Un modo nuovo di fare riso

Le MeraCinque coltivano le loro terre – 70 ettari – ascoltandole. Ruotano i suoli da seminare, mappando il terreno, comprendendo le zone da concimare e lasciar respirare, e quelle da coltivare più intensamente. «Non volevamo essere imprenditrici agricole tradizionali – spiega Silvia – Volevamo investire in innovazione. Per questo abbiamo sposato le buone pratiche dell'agricoltura 4.0, per capire come agire in modo efficace ed efficiente, essendo sostenibili in senso agronomico, ambientale ed economico-sociale».

Inoltre, le piante seminate vengono allevate con l'ausilio di “microrganismi effettivi”. Questa tecnologia permette una coltivazione naturale, senza fitofarmaci, definita “micronatural”, un gradino sopra il biologico. «Spruzziamo dei batteri naturali sulle nostre piante. Questi vanno a stimolare un'azione antiossidante e rigenerativa, che rafforza il sistema immunitario della pianta, così da rispondere meglio ai parassiti – sottolinea Silvia – In questo modo non utilizziamo chimica». In Italia sono le uniche a produrre riso micronatural.

Donne e agricoltura: matrimonio impossibile?

Una visione così lungimirante e innovativa è rara in campo agroalimentare, dove spesso si tende a conservare i saperi tradizionali, diffidando dal nuovo. In più, le figure femminili sono altrettanto atipiche tra le zolle e la fatica dei filari. Eppure le Meracinque sembrano aver vinto entrambe le scommesse: quella dell'innovazione e quella del farsi rispettare al di là del proprio genere sessuale. Perché sì, qui la questione di genere c'è e spesso è insormontabile.

«Dato che di solito l'agricoltore è uomo, di una certa età, essere donne in questo campo è complesso – riflette la terza delle Tovo - Farci ascoltare e fare in modo che le persone ci rispettino non è facile, in campagna. Ma noi siamo coese e ci siamo sempre difese. Inoltre, abbiamo sempre avuto interlocutori che ci hanno sempre rispettato. In più noi non paghiamo solo il pregiudizio sull'essere donne, ma anche sull'età». Fuori dai campi le Meracinque hanno capito che mostrarsi preparate, competenti e molto convinte, manifestando la passione per il proprio lavoro, era la strategia giusta. In più, anche l'avere alle spalle una solida storia di famiglia nel settore aiuta.

Il risultato di tutta questa determinazione, preparazione e nuova visione applicata all'agricoltura ha prodotto un riso Carnaroli che piace molto alla ristorazione premium. «Il nostro debutto è avvenuto nel 2018. Il nostro canale di riferimento era l'Horeca, a cui siamo arrivati tramite i distributori. I nostri mercati di riferimento sono Italia, Francia, Svizzera e Regno Unito. I nostri clienti hanno sposato appieno il nostro modo di lavorare. Hanno creduto in noi e hanno deciso di supportarci».

Aiutare gli altri, come in famiglia

L'emergenza Coronavirus ha fermato tutto il comparto Horeca, abbattendo il fatturato di Meracinque. «Abbiamo dunque investito sullo shop online e sulle vendite al dettaglio – riferisce Silvia – ora guardiamo alla Gdo».

Le sorelle del riso sono andate a supporto della Croce Rossa, donando il 50 per cento del ricavato delle vendite online, e dello chef Umberto de Martin del Ristorante Florian Maison di Bergamo, impegnato nella preparazione di pasti per gli operatori coinvolti nell'emergenza. «Nei momenti difficili la cosa più importante è aiutarsi. Anche se eravamo ferme, il riso lo avevamo e abbiamo pensato che fosse una cosa giusta aiutare chi ne ha bisogno», riflette Silvia.

«Il nostro vuole essere un messaggio di speranza, positività, per fare qualcosa di grande, di bello, insieme. Ora stiamo seminando, metaforicamente e letteralmente: abbiamo messo a dimora le nuove piantine due settimane fa. Le risposte di business ci saranno domani, anche se qualcosa sta già succedendo. Chef e professionisti del food ci stanno contattando, interessati al nostro prodotto».

Il cambiamento secondo Meracinque

«La parola cambiamento ci appartiene ancor prima dell'esplosione della pandemia – afferma Silvia, categorica - Abbiamo sempre voluto innovare. L'obiettivo era cambiare il mindset e il modo di coltivare e trasformare nel settore agroalimentare. Volevamo fare una rivoluzione. La situazione ad oggi ci porta ad essere protese verso il cambiamento. Se non siamo sostenibili a 360 gradi, non saremo un'azienda che avrà modo di crescere e svilupparsi a lungo termine. Per questo stiamo investendo in ricerca e sviluppo, sul packaging per impattare meno l'ambiente. È un cambiamento necessario: non possiamo pensare di agire come abbiamo sempre fatto».

«Le persone si stanno accorgendo di dover comprare prodotti in modo più consapevole continua l'imprenditrice Stando a casa, hanno avuto più tempo di cucinare, imparare nuove ricette, leggere online e fare una ricerca più accurata per acquistare ingredienti migliori. Hanno più tempo per guardare ciò che acquistano. Ora, se voglio fare un risotto, scopro che il riso giusto è il Carnaroli. Magari prima usavo il primo che trovavo a scaffale, un Basmati o un Arborio. Ora ci si documenta sul produttore, sui dettagli di coltivazione. E non è una situazione momentanea, ce la porteremo avanti, con strascichi anche dopo. Nel momento in cui una persona impara una cosa nuova, non se la dimentica».

Il Coronavirus ci ha cambiato e, con noi, ha stravolto il mondo. Ci avviamo verso una nuova quotidianità, fatta di asporto, delivery e tavoli separati da plexiglass. Sulle tavole, nei piatti, qualcosa cambierà. «Sono convinta che ci sarà molto più Made in Italy di qualità – dichiara Silvia – Andremo a cercare prodotti locali, coltivati in un certo modo, scegliendo quelli che ci danno più garanzie. La globalizzazione ha mostrato il suo lato oscuro. Sicuramente la località o i prodotti nati vicino a noi, coltivati in un certo modo, ci faranno sentire più a casa e più protetti. Nel mondo di prima ogni occasione era buona per viaggiare. Ora si viaggerà se sarà davvero necessario. Forse questo spingerà gli chef ad essere più creativi, a fare cose che varranno davvero un viaggio».

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