Spazio Nur, la moda può fare molto per il mondo post-Covid

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Tahereh Toluian, imprenditrice e creatrice di Spazio Nur, vuole riaprire e far sentire sicure le clienti. La scommessa della moda etica? Passa per un nuovo rapporto tra commercianti e artigiani 

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Spazio Nur non può essere definito un semplice nezogio di abbigliamento. Nur, in iraniano, significa Luce e questa energia emana principalmente da Tahereh Toluian. Lei è l'anima e la titolare di questa boutique, che da sempre raduna nei suoi spazi la vitalità di tutti i progetti affini alla sua visione. Tahereh ha origini italo-iraniane. A quasi 50 anni, Spazio Nur rappresenta un approdo in cui ha sintetizzato i suoi viaggi, la sua vita negli Stati Uniti con marito e figli. L'idea di creare uno spazio polifunzionale nel 2005 a Milano era avanguardia pura. In un momento in cui tutto stava cambiando, nessuno aveva il coraggio di osare. Nessuno tranne lei.

Ecco come Spazio Nur ha trasformato un quartiere e come si prepara ad affrontare il mondo post-Coronavirus.

Cos'è Spazio Nur

Spazio Nur nasce nel 2005. In uno spazio di 50 mq in via Ripamonti, a Milano, si fa e si vende moda, ma non è solo un negozio: è un punto d'incontro di quartiere.

«Ho sempre puntato sugli eventi perché Spazio Nur è in una posizione un po' nascosta – spiega Tahereh – Per questo ho creato incontri anche fuori target, come presentazioni, mostre e persino milonghe illegali. Facendo rete con il quartiere abbiamo trasformato questo spazio in una piccola piazza, un punto di incontro. Questo è uno degli aspetti adesso in pericolo».

Il cuore di Spazio Nur però restano i vestiti. Tahereh fa moda di ricerca, tra marchi esteri e italiani. Il suo obiettivo è abbracciare totalmente il sartoriale, includendo bijoux artigianali.

«Tutto quello che c'è in questo negozio è in vendita, arredi compresi – spiega l'imprenditrice – Non sono una creativa, ma supporto le piccole produzioni».

Cosa deve trasmettere un capo di abbigliamento

La moda è un concetto legato all'eleganza, ma un capo deve anche trasmettere la sensazione di piacersi.

«Per questo ho sempre fatto una selezione di capi senza avere in mente un solo tipo di donna – dice Tahereh – La mia clientela è diversissima per fascia d'età, per misure, per stile. Tutti i miei capi possono essere reinterpretati in modi diversi».

Tahereh accompagna le clienti nella scelta, ma senza stravolgere il loro look, tirando fuori il meglio di quello che ognuno vuole per sé. Poi c'è la qualità, la cura e ora anche l'attenzione all'ambiente espresse nei capi. Lo slow fashion e la moda etica sono due concetti di casa a Spazio Nur.

«Prima tutto ciò che era green, non era bello né esteticamente interessante. Oggi il sartoriale sta cambiando. Anche se costa di più, c'è un pubblico più sensibile, che va verso il comprare bene e meglio», sostiene l'imprenditrice.

Una barriera forte però resta il prezzo. «Personalmente credo che per sfidare il fast fashion, bisogna creare un nuovo rapporto commerciante produttore. Bisogna tentare di proporre i capi con un ricarico da negozio più basso, chiedendo al brand di condividere il rischio, ad esempio con il conto vendita».

Da Spazio Nur Tahereh invita le artigiane e le stiliste, che possono presentare e vendere la propria collezione. Trovare strategie tra negoziante e produttore significa fare uno sforzo per raggiungere un obiettivo comune.

La moda post Covid-19

L'emergenza Covid-19 ha colpito duramente anche il settore della moda. Tahereh confessa: «Inizialmente ho sottovalutato il fenomeno. Ero della squadra “Milano non si ferma”. Ma quando si è capito qualcosa che non andava, ho chiuso prima che fosse imposto. Mi sembrava un'istigazione far uscire la gente nel momento in cui era bene che stessero a casa».

Durante il lockdown Spazio Nur è rimasto in silenzio, anche sui social.

«Ho scelto – e non è una critica nei confronti di chi ha fatto altro – di rispettare la mia sensibilità e di interrompere la comunicazione. Non me la sentivo di parlare di prodotto. Mi sono limitata a sentire qualcuna delle mie clienti al telefono, ma al di là dell'aspetto commerciale, solo per sapere come stessero».

La moda nel Mondo Nuovo

Spazio Nur si prepara a riaprire.

«Ci sarà da sanificare gli abiti provati con il vapore. Ciò che conta per me è mettere in sicurezza le clienti, rassicurarle. Bisognerà capire cos'è accaduto anche nelle vite delle persone, resettarci. Forse sono cambiate le priorità, i desideri. È venuto il momento di riagganciare le mie clienti e la stessa cosa voglio fare con gli stilisti e gli artigiani. Studiare nuove strategie insieme».

«Non mi sposterò sull'e-commerce – afferma sicura Tahereh – non credo sia la direzione giusta e nemmeno mi interessa. Magari andremo incontro ad altre chiusure, forse più brevi. In quel caso metterò a punto dei sistemi per servire le mie clienti nel modo più sicuro possibile, magari anche delle box. Potremmo recapitare a casa dei capi e servire le persone attraverso una video chiamata».

Intanto la chiave sembra essere riumanizzare l'attività. Tahereh pensa alla consegna di regali con biglietti scritti a casa. Durante il lockdown ha pensato a capsule collection con abiti comodi per la casa e lo smart working, che però fossero carini, anche per apparire al meglio in videochiamata.

«Quello che ci è mancato è forse un po' di cura e di attenzione per noi stesse», riflette l'imprenditrice.

La nuova sfida è ora un ritorno alla dimensione di quartiere, geografia che ci ha fatto sentire molto più al sicuro durante la quarantena.

«Sembra che ora, da chiusi, questi negozi siano diventati più visibili e forse ci siamo resi conto di quanto siano importanti». Tahereh guarda al futuro con preoccupazione, ma anche con fiducia: «Confido molto nella solidarietà delle clienti».

«Il Cambiamento è legato a qualcosa di creativo e davvero nuovo – riflette l'imprenditrice - Lo vedo comunque positivo e la direzione possiamo darla noi, in un modo o nell'altro. Siamo in una situazione che non sappiamo davvero come sarà. Dobbiamo fare i conti con la realtà. Per questo è importante capire cosa ci è accaduto, rincontrandoci. Da questa esperienza mi porto dentro il concetto di cura, che prescinde dalla guarigione». 

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