Piera Detassis: «La poesia del lockdown e il cinema che verrà»

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Di cinema e nuovi mondi e modi possibili con la giornalista e critica cinematografica Piera Detassis.

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Torneremo in sala, gomito a gomito. Torneremo a ridere e a piangere assieme a sconosciuti, nel buio. A girarci un po' infastiditi verso i nostri compagni di poltrona ché scrocchiano le patatine. Per poi, avvolti dal dolby e dalla luce del grande schermo, essere quello che vogliamo, in mezzo agli altri. Torneremo al cinema, serenamente. Senza sussultare per un colpo di tosse o uno sternuto.

Ci apprestiamo a vivere un'estate, quella 2020, che sarà memorabile per la Settima Arte (e non solo). E mentre il drone di Patierno sorvola una Napoli deserta, il bellissimo Favolacce dei gemelli D'Innocenzo prende il volo in streaming e il Nastro D'Argento 2020 Volevo Nascondermi (mai titolo fu tanto profetico) di Giorgio Diritti aspetta di tornare in sala, nuovi scenari si intravedono, un po' pallidi, all'orizzonte.

Abbiamo fatto a Piera Detassis, Gran Dama del nostro cinema e presidente e direttore artistico dell'Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, alcune domande sul cinema che sarà. E su quelli che saremo, noi assieme a “lui”.

Come ha passato questa quarantena?

«Bloccata a Roma, senza poter rientrare di colpo a Milano, separata da mio marito che è rimasto a Los Angeles per lavoro. La prima settimana ero incredula. Seconda settimana: yoga. Arrivata alla terza mi son detta: “oddio non finisce più (ride, ndr)”. Io sono una di quelle che per qualche giorno ha sofferto della sindrome della tana, molto conosciuta».

Questo per molti di noi è stato un tempo delle prime volte – quasi tutti hanno fatto per la prima volta qualcosa – io, per esempio, ho fatto per la prima volta il pane (confesso di far parte dell'esercito dei panificatori). Lei ha preso parte in qualità di Presidente e Direttore artistico dell'Accademia del cinema italiano, a un'edizione del David totalmente inedita (candidati da casa, statuette virtuali). Come l'ha presa?

«È stata più di una prima volta. Nella storia dei David non era mai successa una cosa del genere ... Mi è stato detto: rimanda la cerimonia di premiazione. Ma ho immaginato che quello che si poteva fare per mantenere questo premio andava fatto. Avremmo perso il valore del voto in una bellissima annata bloccata dal lockdown, arrivato come un asteroide. Così l' 8 maggio, giorno in cui la cerimonia di Premiazione del David di Donatello è andata in onda in prima serata su Rai 1, ha significato un po' mettere fuori la testa per il cinema italiano, in una forma d'unione tra tutti noi».

Tra i film che sono stati rinviati a causa della pandemia ci sono molti titoli, alcuni italiani, che sono usciti in anteprima streaming: è esploso all'estero, ma adesso sta prendendo piede anche in Italia, il fenomeno del premium VOD (Video On Demand). Cosa ne pensa?

«Questo passaggio è importante per non lasciare un accumulo eccessivo di prodotto. Alcuni preferiscono aspettare. Il film di Giorgio Diritti, Volevo nascondermi, per esempio, è stato in sala un solo giorno e ha avuto la più grande fortuna e sfortuna assieme: è stato l'ultimo film a uscire prima del lockdown. Altri, come il bellissimo Favolacce dei D'Innocenzo, hanno scelto una serie di piattaforme. Le piattaforme sono importanti perché ci permettono anche di avere un rapporto virtuale con la sala».

Crede alla piattaforma come forma sostitutiva?

«No, non ci credo. Vivo da 3 mesi ormai solo su piattaforme. L'hipe della sala non lo dà nessuno, tutto diventa molto indifferenziato e nell'indefferenziazione si perde il senso. Funziona molto di più per le serie, secondo me».

Ma così come adesso si girano film neo-sperimentali con computer e cellulari si può pensare all'utilizzo di questi nuovi mezzi anche per fruirlo il cinema? Si può parlare cioè di cinema anche in quel caso secondo lei? Oppure si deve parlare di cinema unicamente in rapporto alla sala buia, alla visione collettiva, all'immersività ...

«Il film così come è concepito, prototipo, opera unica che lascia un segno linguistico, va visto in sala... La primogenitura della sala è importantissima, il fatto che sia immerso in quell'ambiente è molto importante per percepire quell'onda emotiva trasportata dal buio, dal fatto che hai attorno delle persone che con te condividono la visione. La solitudine della piattaforma porta secondo me a disincantarsi prima di quello che vedi. O deve essere veramente molto folgorante».

Eppure sono molti quelli che profetizzano che il cinema del futuro verrà fruito unicamente in una dimensione privata, intima, non più collettiva ... allo stesso modo in cui noi oggi leggiamo un libro o ascoltiamo un disco.

«È possibile, ma questa forma esiste già. Io il mio film me lo vedo ancora da sola. Lo rivedo da sola. Ma un film secondo me nasce al mondo attraverso una serie operazioni che lo fanno conoscere al mondo e quella conoscenza passa attraverso la sala, l'aggregazione, il buio... quello che importante è quello che vivi attorno».

Questo periodo di transizione secondo lei porterà ad un cambiamento nei contenuti, nei soggetti, nelle sceneggiature? Entreranno in gioco elementi nuovi, nuovi personaggi, nuove ispirazioni? Penso anche al drone di Patierno che sorvola una Napoli deserta mentre gira un film, quello ispirato alla peste di Camus, la cui idea è nata proprio durante il lockdown...

«Certo, il cinema per un po' cambierà, perché non potendo compiere una serie di gesti questi gesti verranno pixelati, robotizzati, computerizzati. Quindi ci sarà chi sarà molto più furbo e ci racconterà che tutta una serie di invenzioni al computer sono necessarie per riuscire a superare il contenimento, ma sarà matematica pura, né più né meno che geometria. Altri, invece, avranno una vera ispirazione, un vero slancio, una vera poesia del lockdown.

Torneremo alle vite precedenti?

«Non credo. E credo anche che quello che noi non sappiamo calcolare per noi non lo sappiamo calcolare per l'arte. Penso che quello che abbiamo accumulato in questi tre mesi e accumuleremo fa parte di lungo percorso dove non sappiamo cosa si è prodotto dentro. E questo sicuramente anche l'arte, l'industria, lo dovranno capire. Cosa ha prodotto questa lunga assenza dalle scene per un attore che vive di quello? Questa lunga assenza dall'immagine per un regista? Cosa avrà prodotto in me come nei miei colleghi che non abbiamo potuto vedere un film nella maniera tradizionale, scriverne, intervistare?».

Ritornando a un futuro un po' più prossimo... ormai ci siamo quasi. L'estate aiuterà a rilanciare il cinema?

«L'estate dovrebbe aiutare attraverso le arene. Dico sinceramente che credo a quella data del 15 giugno come una data indicativa che personalmente trovo troppo anticipata, ma è una data simbolica in cui si iniziano a spolverare i mobili e le poltrone. Credo che sarà una grande estate delle arene se si riesce a mettersi d'accordo coerentemente sui protocolli da utilizzare».

Cosa ne pensa del drive in proposto per rilanciare il cinema in estate? È una soluzione molto romantica, certo... ma è la soluzione?

«Io la trovo una soluzione poco romantica, sono totalmente against drive in. Non ho nessuna voglia di chiudermi in un'automobile a vedere il film dall'abitacolo. Ma so che lo faranno. Ben venga se significa vedere prodotto nuovo. Perché il problema dell'estate non sarà soltanto cosa vediamo ma come lo vediamo. Ci sarà il prodotto? Recuperiamo quello vecchio? Ci saranno possibili anteprime che possano dare forza a questo richiamo estivo?».

Ha dei ricordi collegati al drive in?

«Ho mezza vita americana, quindi conosco quei drive in del sogno hollywoodiano, quelli dove ci si andava con la Cadillac. Ne ho visti molti e visitati in America, ma più per una ragione lavorativa, di esplorazione giornalistica, da reporter, che non passionale».

Cannes non ci sarà , la mostra del cinema di Venezia pare di sì. È un buon segnale, no?

«È un buon segnale e soprattutto è un segnale molto voluto. Non so come sarà quest'anno il Festival, ma credo che lo sappia a malapena il Direttore. È importante perché segna idealmente la riapertura reale della stagione, non solo delle sale cinematografiche ma della stagione produttiva, la stagione dei premi e la stagione dei Festival, che vivevano sostanzialmente dello scambio, dell'incontro. Io sono la più grande fan del Festival di Venezia vivente. Non riesco assolutamente a immaginare il Festival nella nuova forma, ma Alberto Barbera è talmente bravo che riuscirà ad immaginarla. Auguro a Venezia di farcela per loro e per tutti noi».

Foto: Stefano Colarieti / LaPresse

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