Chi sono le militanti curde dell'YPJ e perché devi assolutamente conoscerle

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Ha avuto un ruolo fondamentale nelle lotta contro il terrorismo islamico: cos’è l’YPJ e cosa dovremmo imparare dal femminismo curdo.

I media ci hanno bombardato di così tante notizie nel tempo che rare volte ci fermiamo a chiederci cosa sia reale e cosa sia stato trasfigurato, occidentalizzato, deviato, prima di arrivare alle nostre orecchie e alle nostre sinapsi. Così, quando pensiamo alla donna in un qualsiasi stato di matrice araba, con credo a prevalenza musulmana, si crea in automatico una nuvoletta con una ragazza dagli occhi tristi coperta da un velo, costretta a sottostare alle regole di una famiglia patriarcale e a un futuro che non avrà mai la libertà di scegliere.

Però un giorno chiedi uno sforzo in più ai tuoi collegamenti neuronali e scegli di scostare quel velo fatto di indifferenza, pressappochismo e pigrizia attraverso il quale la velocità con cui ci arrivano le informazioni ci ha abituato a guardare le cose. Allora le vedi: le donne curde dell’YPJ e senti un brivido che ti scuote e ti attraversa le ossa. Perché sono donne che abitano in una terra ostile, che vivono dolori che tu non riusciresti a percepire neanche nel peggiore dei tuoi incubi. Ti senti trafitto da una lancia di consapevolezza e stupore perché ti accorgi che quelle donne non stanno indossando un velo. Hanno una divisa militare. Sventolano una bandiera con il coraggio di chi pianta la libertà cercando di estirpare le erbacce del terrorismo.

Cos’è l’YPG e cosa devi assolutamente sapere sulla questione curda

Durante la guerra civile siriana, l’Unità di Protezione Popolare, nota con il nome di YPG, ha svolto un ruolo deciso nella difesa della città di Kobane contro l’assalto dell’ISIS e nella guerra contro lo Stato Islamico, ottenendo il supporto delle forze internazionali e degli Stati Uniti. L’YPJ è il braccio femminile dell’YPG, l’Unità per la protezione delle donne, formata dalle combattenti curde che costituiscono il cuore delle forze armate del Kurdistan siriano.

A partire dal 2012 è stato istituito il Rovaja, l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, che non è mai stata riconosciuta in veste ufficiale né dal Governo siriano né da quello turco, ma nei fatti è considerata dalla milizie curde una delle quattro parti dello stato del Kurdistan. Il Kobaja è formato dai cantoni di Afrin, Kobane e Jazira. Al di là della complicatissima questione politica e dei rapporti con la Turchia di Erdogan, che sono appesi a un filo spinato, quello che stupisce è il ruolo avuto dalle donne in una zona del mondo che potrebbe sembrare indietro rispetto al mondo occidentale, ma che in realtà ha dimostrato di essere avanti, e di milioni di anni luce.

La Rojava Revolution e il ruolo della donna per i curdi

Libertà di culto, uguaglianza, femminismo, iniziative a sostegno dell’ambiente: non stiamo parlando del programma elettorale del politico italiano di turno. Sono i tratti che contraddistinguono in modo netto e inequivocabile l’esperienza governativa che è stata messa in piedi in Rovaja. Un sistema democratico, basato su una politica di convivenza pacifica tra curdi, arabi, turcomanni, cristiani, armeni.

Dalbr Jomma Issa: è il nome della comandante dell’YPJ. Negli anni, insieme al suo, abbiamo conosciuto i nomi, i volti, le voci, l’intelligenza, l’apertura mentale delle donne curde che hanno lottato e continuano a lottare per la libertà. Per un mondo migliore, diverso, equo.

Asia Ramazan Antar, uccisa a 22 anni nell'agosto del 2016. Jihan Cheikh Ahmad, ufficiale delle Syrian Democratic Forces (Sdf), la prima ad annunciare la battaglia per liberare Raqqa dall’ISIS. O ancora Sehid zin Amara, che ha combattuto con orgoglio e coraggio per liberare le donne dall’oppressione patriarcale, dimostrando a tutte loro che la libertà elimina ogni forma di prigionia. Habon, Rosyar, Tekoshin, Avesta: sono i nomi dei martiri morti in nome della libertà, che non saranno dimenticati, il cui sacrificio potrebbe aver aperto le porte della speranza.

La storia delle donne curde è uno degli esempi di femminismo più potenti mai visti nel corso degli anni: è la storia di donne che lottano contro i delitti d’onore, contro le nozze combinate, che credono in una società dove non importa chi sei. Se sei uomo o donna, qual è il colore della tua pelle, se credi in Dio o in Allah. Una società dove puoi studiare anche se sei donna, anche se sei la figlia di nessuno. Una società nella quale puoi scegliere di combattere, di credere nel valore della libertà, di sentirlo, di respirarlo come non mai. Di rimboccarti le maniche, imbracciando fucili, perdendo la vita in nome di un futuro diverso. Versando il sangue su una terra che cerca uguaglianza, che merita redenzione.

Concludo con le parole del fumettista Michele Rech - Zerocalcare - che nel volume Kobane Calling ha raccontato nel suo solito modo diretto che arriva dritto al cuore la storia dell’YPJ, delle donne curde, di quanto è stato fatto, di quanto ancora resta da fare. “Ognuno deve imparare prima di tutto a uccidere il maschio dominante dentro sé e negli altri uomini e donne. Interrogarsi sui generi, mettere in discussione i rapporti secolari fra maschi e femmine… è la base della rivoluzione”. Questo è il femminismo di cui i media dovrebbero parlare: delle donne curde, della loro rivoluzione.  

Foto di apertura: MaxPPP/LaPresse

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