SOS omofobia

La teologa: «Prima o poi la Chiesa cattolica chiederà scusa per la sua omofobia»

Il 13 gennaio ricorre la Giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità: il Vaticano la accetta come orientamento, ma la condanna ancora nella pratica. Intervista alla teologa Cristina Simonelli.

Il 13 gennaio ricorre la Giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità: il Vaticano la accetta come orientamento, ma la condanna ancora nella pratica. Intervista alla teologa Cristina Simonelli.

Il 13 gennaio 1998 il poeta siciliano Alfredo Ormando si tolse la vita, dandosi fuoco in piazza San Pietro. «Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l'omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l'omosessualità è sua figlia», aveva scritto in una lettera lasciata a un amico. Sono passati 23 anni da allora e, se qualcosa è stato fatto, tanto c’è ancora da fare: l’omosessualità non sarà più quel peccato che «grida vendetta al cospetto di Dio», per citare Pio X, ma è ancora stigmatizzata dalle istituzioni ecclesiastiche e da gran parte dei fedeli. La data in cui Ormando scelse di diventare martire in segno di protesta contro l’omofobia delle gerarchie vaticane è, da qualche anno, diventata la Giornata mondiale per il dialogo tra religioni e omosessualità. Un dialogo di cui c’è bisogno, oggi come allora. Ne abbiamo parlato con Cristina Simonelli, figura di spicco del mondo femminile ecclesiale italiano e internazionale, dal 2013 presidente del Coordinamento teologhe italiane.

Qual è la posizione attuale della Chiesa nei confronti dell’omosessualità?

«La Chiesa cattolica, perché ci sono anche Chiese protestanti in cui il discorso è molto diverso, è un soggetto complicato, molto ampio: sono chiesa tutti i credenti, anche quelli e quelle con orientamento omoaffettivo e che già ora vivono un rapporto di coppia in questo senso, o altri che all’opposto vi si oppongono ferocemente. Se si intende nel senso di “magistero” direi che attualmente l’orientamento omosessuale è accolto, ma resta una strana contraddizione: orientamento sì, atti sessuali no. Molti teologhe e teologi hanno però posizioni diverse da questa, la riflessione e il dibattito sono aperti».

Quanto è cambiata questa posizione dai tempi del "De pastorali personarum homosexualium cura", curata nel 1986 dall’allora cardinale Ratzinger («Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l'inclinazione stessa dev'essere considerata come oggettivamente disordinata»)?

«Direi che è cambiato moltissimo: il magistero è in discernimento e sta cambiando sempre di più, grazie a diversi fattori. La resistenza tenace di molte associazioni come Il Guado di Milano, ad esempio, che non hanno accettato di vivere solo privatamente e segretamente un orientamento omosessuale di credenti della Chiesa cattolica. C’è poi un discorso culturale più attento, perfino nelle fiction televisive; di certe tematiche si parla poi online, come dimostra il portarle Progetto Gionata. Infine, una riflessione ecclesiale che, di fronte alla violenza dei gruppi no gender, ha saputo smarcarsi e assumere intorno al Sinodo sulle famiglie posizioni più evangeliche in merito».

Se la Chiesa non avesse da sempre stigmatizzato l’omosessualità, forse oggi anche la società in cui viviamo sarebbe più tollerante. Ma alla fine perché lo ha fatto? È condannata nei Testi Sacri, ma non è che tutte le indicazioni di questi testi oggi siano considerate valide.

«Non saprei, forse si tratta di un circolo vizioso. Molte questioni di stampo culturale trovano una giustificazione religiosa che, sacralizzandole, le moltiplica. Si potrebbe dire lo stesso per la discriminazione nei confronti delle donne e anche per il sospetto verso la sessualità in generale».

preghiera
Foto: serezniy  - 123.rf

A tal proposito, il pensiero del Pontefice in che misura influenza o dovrebbe influenzare i valori dei fedeli? Benedetto XVI aveva posizioni più intransigenti, Francesco è sicuramente più aperto.

«Sposterei un attimo la prospettiva: il pontificato di Francesco ha dato un grande respiro, ha dato concretamente la possibilità a tutti di esprimersi. Questo mi sembra il portato più importante. Certo, anche la sua personale affabilità è influente, ma torno a dire non sarebbe sufficiente, la Chiesa è un soggetto complesso, fatto di tanti livelli».

Scusi se insisto, ma l’accettazione dell’altro (“Amerai il prossimo tuo come te stesso”) non dovrebbe essere un caposaldo del Cristianesimo?

«Certo che sì, non c’è dubbio. Tuttavia, coloro che non accettano l’amore omosex non dicono, salvo casi estremi che non considero, di non amare o non rispettare le persone omosessuali: pensano, con onestà, che il loro rapporto non sia buono. Sono convinta che dovrebbero ascoltare di più, vedere con occhi più trasparenti. Ma l’argomento dell’accettazione non è sufficiente».

Papa Francesco in Amoris laetitia ha scritto che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». La Chiesa sta andando in questa direzione e, nel caso, cosa ha fatto di concreto?

«Si, direi di sì, anche se in maniera non uniforme. Ad ogni modo, un semplice comando di andare in questa direzione non sarebbe una cosa positiva. Non mi piacciono i comandi: hanno funzionato più sul versante dei roghi e delle censure, che su quelli dell’accettazione delle differenze. Diciamo che sono sempre di più i percorsi pastorali e le iniziative dedicate alla questione omosessuale, mentre fino a qualche anno fa sembrava impossibile anche solo parlarne».

Nel documentario Francesco presentato a ottobre alla Festa di Roma, il Papa ha aperto alle unioni civili. Ma il Vaticano ha subito rettificato la posizione del Pontefice: perché tanta “paura”?

«Molte volte papa Francesco parla secondo le “ragioni del cuore” e vede con esse molto lontano, poi però non solo il “Vaticano”, ma forse lui stesso vede le cose diversamente. È come per la questione del sacerdozio femminile: il Pontefice fa continuamente affermazioni di stima, di necessità dell’inclusione delle donne anche in ruoli di autorità nella Chiesa, ma contemporaneamente non vuole toccare nessun livello istituzionale o fare nomine in qualche dicastero. No ordinazioni sacerdotali, ma neanche diaconali; al tempo stesso solo l’11 gennaio 2021 il Papa con un motu proprio ha introdotto la possibilità per le donne di accedere al lettorato e all’accolitato, ministeri che in realtà già svolgevano in uno stato di eccezione, essendo in teoria appannaggio esclusivo degli uomini. Insomma, c’è una grande contraddizione».

Ad ogni modo, nella Chiesa cattolica non è in agenda neppure il diaconato femminile, mentre in altre Chiese ci sono pastore e vescove. Quanto ci sarebbe bisogno di una riforma in tal senso?

«La Chiesa ne ha un’urgente necessità, per la comunità stessa e la sua credibilità, non tanto per dare un contentino alle donne, ma per essere attenta ai segni dei tempi, alle esigenze del Vangelo vissuto oggi. Il caso del diaconato è eclatante, perché ci sono i testi delle ordinazioni diaconali femminili nella Chiesa antica. Ma d’altra parte, nelle Scritture si dice che vescovi e preti siano sposati una sola volta, però nella Chiesa cattolica latina non si ordinano neanche uomini maschi sposati.. sono tante le cose da rivedere!».

Torniamo al tema iniziale. Secondo lei, come si conciliano fede e omosessualità? Come può un omosessuale credere in una Chiesa che lo ritiene “sbagliato”?

«Mi permetto di reindirizzare la sua domanda. Nessuno “crede nella Chiesa”. Crediamo in Dio attraverso la Chiesa, stando nella Chiesa. Certo, si può domandare come si fa a stare in un contesto che disprezza, è vero. L’ho domandato anche io a molti omosessuali. Mi hanno risposto che sentono di appartenere profondamente a questa Chiesa, ma soprattutto di appartenere a Dio, che è al di sopra delle chiese».

I parroci che decidono di approntare una pastorale Lgbt sono malvisti e finiscono per pagarne le conseguenze?

«Beh, questo non si può proprio negare. Parroci, teologi, teologhe, catechisti, etc… capita a tutti, ma non è una buona ragione per smettere di farlo!».

Omosessualità e sacerdozio. All’interno della Chiesa è ancora tabù o ritiene che sia è stata sdoganata, in una sorta di “si fa/pensa ma non si dice”?

«In certo senso il sacerdozio cattolico, con l’obbligo del celibato, è stato probabilmente anche un luogo ad alta densità omosessuale. In qualche caso è valsa, credo, l’idea di vivere la questione segretamente: ma ciò che è segreto si può solo intuire o ricevere per confidenza, evidentemente».

Nel 2000 Giovanni Paolo II si scusò per le colpe passate della Chiesa. Lo fece, sarà d’accordo, in modo un po’ vago. La Chiesa arriverà prima o poi a chiedere davvero perdono per l’omofobia?

«Penso proprio di sì e ho più volte espresso questa convinzione. Più in generale, la Chiesa cattolica necessita di una pastorale inclusiva nei confronti della comunità Lgbt e sarebbe colpevole nel non attivarla, sempre tenendo ben a mente che non dovremmo “chiudere” le persone in recinti».

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