#MeToo nel mondo della moda: Cameron Russel e le altre

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Anche le modelle hanno denunciato le molestie sessuali subite sul set. Tanti i fotografi finiti nel fango. Ma perché questi casi non hanno destato lo stesso clamore di quelli esplosi a Hollywood? 

Nel 2017 il movimento #MeToo è stato scelto come "Persona dell'anno" da Time. La ragione è sotto gli occhi di tutti: rompendo il silenzio, migliaia di donne hanno smesso di essere complici di uomini che hanno abusato dei loro corpi. Ma se il castello di carte di Hollywood, governato da Harvey Weinstein, ha fatto molto rumore cadendo, non altrettanto si può dire di ciò che è successo nel mondo della moda.

I casi dei fotografi accusati e delle modelle come Cameron Russell che hanno denunciato, non sono riusciti a scuotere l'opinione pubblica. Ma qualcosa è cambiato e il risultato è visibile anche nei nostri armadi, dove i capi di abbigliamento non mostrano più una donna sexy, bensì più proiettata all'empowerment.

La parola empowerment è un'espressione quasi intraducibile. In italiano si traduce come "sentirsi in grado di" o "avere il potere di". Questo concetto viene sempre più spesso introiettato nelle collezioni di moda per raccontare la donna nuova, che prende in mano la propria vita anche nello schierarsi contro chi abusa e per anni ha abusato dei corpi utili al proprio lavoro.

Durante la settimana della moda di New York, tenutasi a febbraio 2018 la 22enne Cheyenne Jacobs si è fermata alla fine della passerella e ha dichiarato di essere una sopravvissuta di abusi. Ha raccontato al pubblico di essere stata assalita sessualmente al liceo e violentata al college: "Vorrei dire che questo non è solo un movimento, non sono solo storie, ma noi siamo anche persone reali passate attraverso storie reali". In passerella c'era anche Alicia Kozakiewicz, 29 anni, che è stata rapita nel 2002 da un uomo che l’aveva contattata online.

Il caso più eclatante è quello di Cameron Russell. La modella 31enne che ha sfilato per Prada, Chanel, Balmain e Victoria's Secret, è diventata un'attivista. Ha iniziato a fare la modella poco prima di compiere 16 anni: attraverso questo lavoro voleva diventare Presidente degli Stati Uniti.

"Il mio lavoro non include l'abuso": oltre a #MeToo fu questo l'hashtag lanciato dall'ex angelo di Victoria's Secret dal suo profilo Instagram per invitare le modelle a denunciare le molestie subite. Crea Model Mafia, un'organizzazione che l'obiettivo di sfruttare la fama delle supermodelle per sensibilizzare verso temi sociali importanti. Testimonianza dopo testimonianza, i racconti di abusi si sono moltiplicati. Il succo di tutti: se vuoi lavorare, ti conviene essere carina, tutte fanno così.

"Voglio che il movimento #MeToo cresca, diventi ancora più importante e faccia capire a tutti che la vera forza nasce dalla lotta comune", ha spiegato Cameron, autrice anche del talk per il TED "L'aspetto non è tutto. Credetemi, sono una modella".

Tra gli accusati spiccano i nomi di Terry Richardson, Mario Testino e Bruce Weber. Ma i loro casi non hanno suscitato il clamore legato alla storia di Harvey Weinstein perché se il mondo del cinema è elitario, quello della moda lo è ancora di più, quindi l'uomo - o meglio, la donna - comune non sono riusciti a identificarsi con le loro storie, provando la necessaria empatia.

Già nel 2016 il direttore di castin James Scully aveva provato a denunciare gli abusi subiti da molte ragazze, ma le sue accuse e riflessioni non hanno varcato la soglia degli addetti ai lavori.

Anche gli stilisti hanno iniziato a seguire il nuovo corso, inaugurato dall'adozione del #MeToo, rinunciando a scoprire seni e pelle delle indossatrici, favorendo tacchi più bassi (a volte cancellando le scarpe in favore dei piedi nudi).

Sembra ormai passata una certa idea di sensualità femminile, che per lungo tempo ha dominato la scena. È stato il tratto distintivo di Gianni Versace e Tom Ford, ma oggi si riformula secondo altri canoni. Si può cinicamente dire che il sesso non vende più, al contrario dell'empowerment.

Tuttavia il mondo della moda ha paura del #MeToo perché il meccanismo che governa il flusso lavorigeno tra modelle e aziende resta poco chiaro e, a lungo andare, potrebbe scoraggiare e screditare un intero settore di professionisti. Per questo in America si sta lavorando a un sindacato delle modelle, che possa raccogliere le denunce di eventuali abusi e garantire protezione legale. Ma il primo cambiamento da fare sta nella consapevolezza, in quel “sentirsi in grado di” dire no a chi vuole abusare del corpo altrui.

Foto: LaPresse - NELSON ALMEIDA / AFP

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