«Com'eri vestita?»

Dopo aver vissuto un'esperienza traumatica, Giulia ha contattato immediatamente il suo ragazzo: un uomo, mentre stava tornando a casa, l'ha seguita, si è avvicinato e ha iniziato a toccarla. La risposta non è stata confortevole e con quel "Com'eri vestita?" è stata inchiodata a un pregiudizio, anche dalla persona che ama.

Cara Maya,

mi chiamo Giulia, ho 26 anni e sono fidanzata con Matteo, che di anni ne ha 30. Nonostante tutto siamo sempre andati d’accordo e ci siamo trovati su tante questioni, anche quelle più spinose. L’altra sera, però, abbiamo vissuto un episodio poco piacevole che mi ha dato da pensare.

Indossavo una gonna di jeans, di quelle che hanno l’orlo senza cucitura e i bottoni davanti, che vanno tanto di moda. Stavo rientrando a casa dopo una serata passata insieme e ho notato che un ragazzo continuava a fissarmi senza distogliere mai lo sguardo. Sono scesa dai mezzi e, come sempre, ho fatto a piedi un piccolo pezzo di strada che mi conduce a casa. Giunta ormai a un passo dal portone, mi sono accorta che quel ragazzo era sceso dai mezzi e che stava camminando esattamente nella mia stessa direzione. Stavo per aprire quando mi ha rivolto la parola, chiedendomi un’indicazione stradale. Gli ho risposto che non sapevo come aiutarlo e ho iniziato a cercare le chiavi giusta nel mazzo. A quel punto ho sentito le sue mani sulle mie cosce e la sua erezione addosso. Ho iniziato a urlare riuscendo ad allontanarlo giusto il tempo per riuscire a trovare la chiave ed entrare in casa con una delle sensazioni più orribili mai vissute prima.

Ero sconvolta, così ho chiamato subito Matteo, ma è successa una di quella cose che mai mi sarei aspettata da lui. La prima domanda che mi ha fatto è stata “Com’eri vestita?”. Tra la rabbia e lo spavento sono riuscita solo a urlargli al telefono due frasi di disapprovazione e a chiudergli il telefono in faccia. Non lo sento da una settimana e non riesco a trovare una motivazione per sentirlo. Perché da tutti mi sarei aspettata un’affermazione di questo tipo, ma da lui NO.

Sono molto amareggiata e non riesco a liberarmi della sensazione che ho vissuto quella sera…

Giulia

Cara Giulia,

ho vissuto anch’io un episodio molto simile al tuo. Quello in cui riesci a fare in modo che non ti succeda niente di brutto, ma il pensiero del “se non fossi riuscita a fermarlo” mette comunque le sue radici in testa e inizia a crescere vigoroso.

E quella domanda lo alimenta, distruggendo come se fosse una pianta infestante il fiore più bello che abbiamo: la libertà di poterci vestire come ci pare.

“Com’eri vestita” è uno stereotipo che porta via con sé una parte di noi. Un abuso che in molti non riescono ancora a cogliere, peggio di quando siamo costrette a sentir ridere chi ci circonda perché siamo un po’ nervose e qualcuno chiede “Hai il ciclo, vero?”.

“Com’eri vestita”, però, è anche il titolo di una mostra organizzata dall’associazione Libere Sinergie, durante la quale sono stati esposti degli abiti di diverso tipo. Un grembiule delle pulizie, un pigiama, un vestito blu. Ogni abito ha raccontato una storia. Come quella di di Jessica Valentina Faoro, diciannovenne uccisa a coltellate dal mostro al quale si era ribellata.

Non è l’abito che genera la violenza. Noi, questo, lo sappiamo bene. Così come sappiamo quanto un pregiudizio portato avanti dalla società, dai nostri uomini, dai nostri innamorati, possa essere una lama ancora più affiliata. Di quelle che feriscono senza che nessuno se ne accorga e fanno ancora più male.

Io un tentativo con Matteo lo farei. Per fargli capire che ciò che ti ha chiesto è ancora più grave di quello che “sarebbe potuto accedere se”… Non cambierà il modo in cui vanno le cose nel mondo. Ma potrebbe cambiare il vostro, in meglio. Per sempre.

Un abbraccio stratosferico da una che, mentre scrive, sta indossando con fierezza una minigonna,

Maya
 

 

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Foto: lightpoet  - 123.RF

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