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Vaginismo: cos'è, quali sono le cause e come affrontarlo

Ci sono donne che non riescono ad avere rapporti sessuali, perché il dolore le blocca rendendo impossibile la penetrazione. In questo caso si parla di vaginismo: capiamo cos’è e come si può curare insieme alla dottoressa Giada Almirante.

Ci sono donne che non riescono ad avere rapporti sessuali, perché il dolore le blocca rendendo impossibile la penetrazione. In questo caso si parla di vaginismo: capiamo cos’è e come si può curare insieme alla dottoressa Giada Almirante.

I rapporti intimi dovrebbero essere momenti spontanei e piacevoli ma, purtroppo, non è sempre così per tutte le donne. Esistono disturbi che compromettono pesantemente la vita sessuale: imparare a conoscerli è il primo passo per saperli riconoscere e affrontare, con l’aiuto degli specialisti. Oggi parliamo di uno dei più comuni e al tempo stesso misconosciuti, il vaginismo, insieme alla dottoressa Giada Almirante, ginecologa presso l’Irccs Ospedale San Raffaele e consulente ginecologa presso la Casa di Cura La Madonnina.

Cos’è il vaginismo 

Citando la classificazione pubblicata dal Journal of Sexual Medicine, il vaginismo è “una disfunzione sessuale femminile caratterizzata da difficoltà persistenti o ricorrenti di penetrazione vaginale (pene, dito oppure oggetti vari) accompagnate da paura, evitamento, anticipazione del dolore e contrazione involontaria dei muscoli pelvici”. In altre parole, la paziente contrae involontariamente i muscoli attorno alla vagina, rendendo dolorosa e impossibile la penetrazione. Questo capita quando cerca di avere un rapporto sessuale, ma anche in altre circostanze come le visite ginecologiche. 

Differenza tra vaginismo e altre patologie

Il vaginismo non sempre è facile da diagnosticare, anche perché facilmente viene confuso con altre tipologie di dolore genitale. Si parla infatti di dispareunia quando la donna prova dolore durante la penetrazione; ma è una cosa diversa, perché il vaginismo spesso impedisce la penetrazione stessa. La vulvodinia invece è un dolore intenso e persistente alla zona della vulva, anche slegato dal momento del rapporto. 

Quante persone soffrono di vaginismo

“Si ritiene che il vaginismo sia una delle più comuni disfunzioni psicosessuali femminili”, fa sapere la dottoressa Giada Almirante. “In Italia la percentuale è molto variabile, si stima dall’1 al 15%, ma potrebbe essere molto maggiore se si considera che molte donne hanno difficoltà nel raccontare o eseguire controlli per questa condizione”. Altri studi, condotti in svariati paesi del mondo, hanno restituito risultati molto eterogenei: si parla per esempio di una prevalenza compresa tra il 5% e il 17% tra le pazienti di cliniche di disfunzione sessuale nel Regno Unito e negli Stati Uniti, e addirittura del 75,9% tra coloro che sono seguite da un ospedale psichiatrico in Turchia. “È importante ricordare che la varietà nelle cifre è probabilmente dovuta alle definizioni diverse utilizzate negli studi”, precisa la dottoressa.

I sintomi del vaginismo

Il sintomo principale è, appunto, la contrazione dei muscoli attorno alla vagina che fa sì che l’orifizio vaginale si restringa e le pareti che lo costituiscono si irrigidiscano, pur essendo normalmente molto elastiche. Di conseguenza la donna, indipendentemente dal fatto di desiderarlo o meno, non è in grado di proseguire con il rapporto sessuale. 

“Il vaginismo primario si verifica quando la donna non è mai stata in grado di avere rapporti penetrativi a causa della contrazione involontaria dei suoi muscoli vaginali. A volte viene definito ‘matrimonio non consumato’, se non trattato potrebbe anche essere permanente”, spiega la dottoressa Giada Almirante. “Il vaginismo secondario si verifica invece quando una donna è stata precedentemente in grado di avere rapporti sessuali ma non è più in grado di essere penetrata, a causa degli spasmi muscolari involontari. Il vaginismo secondario può essere situazionale ed è spesso associato a dispareunia (cioè dolore durante il sesso), indicando la necessità di una specifica strategia di gestione del dolore che risulta solo temporaneo”. 

Cause e conseguenze del vaginismo

Il vaginismo è una condizione piuttosto complessa: può essere scatenato da cause fisiche, psicologiche o entrambe le cose, e può avere ripercussioni anche serie in termini di qualità della vita. Se una donna sospetta di esserne affetta, dunque, ha tutto il diritto di essere ascoltata e seguita da specialisti qualificati. 

Cause fisiche e psicologiche 

È molto comune che il vaginismo sia una condizione di pertinenza psicologica, figlia di una radicata (e spesso inespressa) paura nei confronti del sesso, percepito come qualcosa di pericoloso, negativo e sporco. Ci possono essere diverse ragioni alla base di questa avversione, tra cui l’inesperienza, un’educazione troppo restrittiva, una religiosità ferrea, il timore costante che qualcosa possa “andare storto”, oppure una storia passata di abusi o violenze. Capita anche che il vaginismo sia associato da altre fobie, disturbi del comportamento alimentare, oppure a stati di stress e ansia.

“Oltre alle cause psicologiche, esistono anche cause fisiche che scatenano il vaginismo, anche se le due categorie spesso si sovrappongono e l'una può essere conseguenza dell'altra”, continua la ginecologa. “È stato stimato che solamente l'1% delle donne affette da vaginismo soffre di questo disturbo sin dall'inizio dei primi approcci con il sesso a causa di un imene fibroso che impedisce il rapporto stesso. Inoltre esistono cause traumatiche o post chirurgiche. La pratica dell'infibulazione, eseguita ancora da molte popolazioni africane, potrebbe generare esiti cicatriziali e provocare dolore durante la penetrazione. Ancora, alcune patologie congenite, come l’agenesia mulleriana vaginale, potrebbero concorrere alla formazione del vaginismo: è una malformazione che prevede la mancanza della vagina o di una sua parte, tipica della sindrome di Rokitansky”.

Conseguenze del vaginismo

Trascurare un dolore così intenso e la difficoltà nella penetrazione, pensando erroneamente che sia una cosa normale, non è una buona idea. Perché, se viene preso in carico subito da specialisti competenti, il vaginismo può essere curato. In caso contrario, può avere conseguenze anche piuttosto serie, soprattutto in termini psicologici e relazionali. Con il passare del tempo, è inevitabile che la donna affetta da vaginismo perda il desiderio sessuale e che il rapporto di coppia ne esca in grave difficoltà.

Come si fa la diagnosi di vaginismo

La prima cosa che deve fare un medico, di fronte a un sospetto di vaginismo, è un’anamnesi accurata. Ciò significa, spiega la dottoressa Almirante, “analizzare variazioni nella presentazione di disturbi sessuali, eziologie, sintomi e comportamenti concomitanti, età cronologica, storia dello sviluppo sessuale, fattori di rischio, fattori socioculturali e familiari (come identità di genere, etnia, razza, classe sociale, religione, disabilità, struttura familiare e orientamento sessuale), contesto ambientale (per esempio le disparità sanitarie) e fattori di stress (come la disoccupazione e grandi eventi della vita”.

Solo dopo l’anamnesi si possono richiedere accertamenti specifici, come un’accurata valutazione ginecologica specialistica. “Una volta escluse cause fisiche attraverso la visita ginecologica e l’ecografia pelvica (transaddominale), la donna deve essere indirizzata a una valutazione neurologica”, continua la dottoressa. “Sarà poi il neurologo, in associazione al ginecologo, a chiedere eventualmente una risonanza magnetica addomino-pelvica per lo studio del plesso pudendo e/o una elettromiografia pelvica, per escludere eventuali danni a livello delle terminazioni nervose”.

Il passo successivo, ma sempre strettamente collegato, è “la valutazione psico-sessuologica per sviscerare tutte le cause psicologiche a monte”, conclude. “È logico che, essendo una condizione molto particolare, necessita di una gestione soggettiva a seconda delle cause”.

Le possibili cure

Dopo questa attenta valutazione multidisciplinare, si possono mettere in atto terapie psicologiche, comportamentali, farmacologiche o meccaniche. La dottoressa Giada Almirante fa per noi una breve panoramica.

“La terapia psicologica può essere condotta in un formato individuale o di coppia. Gli interventi sono spesso basati sulla nozione che il vaginismo deriva da problemi coniugali, esperienze sessuali negative durante l'infanzia o mancanza di educazione sessuale. Generalmente, nella terapia individuale il trattamento consiste nell'identificare e risolvere i problemi psicologici sottostanti. La terapia di coppia invece tende a concentrarsi sulla storia sessuale della coppia e su eventuali altri problemi nella relazione”, spiega.

“La disfunzione muscolare del pavimento pelvico è stata suggerita come fattore predisponente nello sviluppo del vaginismo, e strategie per ridurre l'ipertonicità e il controllo muscolare possono essere intraprese in combinazione con la terapia psicologica. La terapia di rilassamento utilizza i dilatatori vaginali graduati per contribuire ad ottenere il controllo e rilassare i muscoli e allungare la vagina”, continua.

Ci sono anche approcci alternativi, da associare a quelli psicologici. Come la biblioterapia, cioè nello studio di libri e materiali scritti sull’anatomia sessuale umana. Oppure l’ipnoterapia, il cui scopo è quello di incoraggiare immagini mentali piacevoli associate al rapporto sessuale.

E i farmaci? Se lo ritengono opportuno, i medici possono prescrivere antidepressivi o anticonvulsivanti; ma la scelta più comune è quella di consigliare gli ansiolitici, in combinazione con la terapia psicologica. “I farmaci sono più spesso utilizzati nel caso di pazienti che non rispondono adeguatamente alle sole terapie psicologiche e hanno alti livelli di ansia”, chiarisce la dottoressa. Può essere utile anche applicare anestetici locali per ridurre il dolore durante la penetrazione vaginale e lo spasmo che ne consegue. Un altro intervento sperimentale prevede di usare la tossina botulinica per ridurre l’ipertonicità dei muscoli del pavimento pelvico. 

“Naturalmente, vista la complessità della patologia, ogni paziente va seguita da un team multidisciplinare di specialisti nel settore che mette a punto una terapia personalizzata”, conclude la dottoressa.

Credits foto: tatyanagl