Marino Niola sul Coronavirus: «La mamma di Ischia e quella psicosi che divide l'Italia»

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Intervista all'antropologo napoletano Marino Niola, che ci aiuta a comprendere il fenomeno della psicosi da contagio che sta dividendo anziché unire Nord e Sud Italia.

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La psicosi è tra noi. È quel sentimento che si insinua, silenziosamente, tra le pieghe del nostro malessere. E contagia tutti: da Nord a Sud, correndo veloce lungo il filo dei media. La psicosi anziché unire ci divide. Così, in un momento dove lo spirito di solidarietà e di comunità dovrebbe essere predominante vincono l'isolamento, l'isteria da contagio, l'immunità dell'anima, dove ciascuno si blinda nella sua solitudine.

Episodi come quello della mamma di Ischia che inveisce contro i pullman dei settentrionali presunti portatori di Coronavirus diventano ingiustamente stigma di una collettività, creando fratture insensate tra "terroni razzisti" e "polentoni untori".

Ma la realtà, spesso (e per fortuna), è molto diversa da quella che appare sui media. Ce lo spiega Marino Niola, ordinario di Antropologia culturale all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e opinionista di numerosi quotidiani e settimanali nazionali.

In questi giorni ci sembra di rivivere le stesse dinamiche dell'epidemia di peste del 1630, a Milano, raccontata da Manzoni nei Promessi sposi. La stessa caccia agli untori, la ricerca del paziente zero, i rimedi più assurdi, le voci incontrollate... Le epidemie cambiano, ma noi no.

Esatto. Perché la paura che si scatena in questi casi finisce con l’essere cattiva consigliera e fornisce sempre le stesse risposte, che sono: chiusura da una parte e aggressività dall'altra. È come se noi non ammettessimo di non riuscire a dare una causa alle cose. La caccia all'untore deriva proprio da questo. Come diceva già Manzoni al tempo della peste a Milano: la cosa che si cercava di fare era attribuire la causa a una colpa umana, a qualcuno che aveva sparso il contagio. Poi c'è l'aspetto della chiusura in sé che è la cosa peggiore: quest'isolamento, questa ricerca immunitaria disperata e assoluta finiscono per uccidere la comunità. Immunità è anche linguisticamente il contrario di comunità. È giusto cercare l'immunità fisica, quella del corpo, ma se quest'immunità diventa immunità dell'anima dove ciascuno si blinda nella sua solitudine non va bene. Queste grandi emergenze si devono affrontare collettivamente, oppure perdiamo tutti.

Quali sono gli archetipi della contaminazione?
Sono quelli che non a caso hanno a che fare con quest'influenza: le secrezioni, il sangue, la pelle, il contatto fisico. Tant’è vero che, improvvisamente, parole come virale, viralizzazione, che noi usiamo ormai solo come metafore immateriali, in questo momento hanno riacquistato tutto il loro peso corporeo e quindi ridiventano i veri archetipi della contaminazione.

È il corpo che riaffiora...
Sì. In piena società digitale, dove noi pensavamo che tutto ormai fosse immateriale e senza peso ci accorgiamo che pesa eccome. Viviamo nell'epoca degli influencer, eppure l'influenza, anche questa, diventa di nuovo una parola fisica con un contenuto fisico che ci spaventa. Perché per noi ormai l'influenza era solo quella digitale, quella che ciascuno di noi tenta di esercitare sugli altri. Torniamo a rivelare quel fondo antico sopito ma mai abbandonato.

Di recente è salito alla ribalta delle cronache l'episodio della mamma di Ischia che ha inveito contro i turisti provenienti dal Nord. C'è chi ha parlato di una sorta di rivincita storica, di vendetta terrona dei meridionali razzisti contro i settentrionali untori. Lei cosa ne pensa di tutta questa polemica?
No, nessuna rivincita storica. Penso che sia un caso di isteria e di stupidità isolato, perché poi a questo caso non hanno fatto seguito altri, anzi anche sui social si è accesa una discussione dove praticamente questa signora è stata “isolata”.

L'azione di un singolo in questo caso a causa della cassa di risonanza dei media, diventa rappresentativa di una collettività. "Gli insulti di un'abitante" diventano sui titoli dei giornali "gli isulti degli abitanti" di Ischia. Qual è il ruolo dei media nella contrapposizione Nord Sud ai tempi del Coronavirus?

I media hanno un grande ruolo e una grande responsabilità perché riescono ad amplificare tutto. Soprattutto in un tempo come questo, dove i mezzi di comunicazione si moltiplicano: non ci sono più solo i media tradizionali e basta, c’è un incrocio di voci dove la paura si diffonde. Proprio per questo dovrebbero molto riflettere sulle loro responsabilità. Il loro ruolo è delicatissimo e prezioso ma può diventare anche deleterio.

Ma il Paese vero è meglio di come appare sui media…
Sì. E alcuni alimentano la contrapposizione Nord Sud perché gli giova, perché cercano di trarne un profitto o politico o di altro tipo. Due settimane fa quando il Napoli ha giocato a Brescia, i cori erano: Napoli Coronavirus. Esattamente come una volta succedeva a Napoli: Vesuvio colera. Questi sono casi purtroppo endemici di idiozia: l'importante è non generalizzarli e non fare di questi casi isolati una specie di stigma per un'intera comunità. Da quello che io so quando Rita Dalla Chiesa ha proposto di non andare a Ischia molte persone dalla Lombardia e dal Veneto hanno risposto: No, noi ci andremo, è un posto che amiamo.

Come dovrebbero comportarsi idealmente dei “media illuminati” in questo momento?
Innanzitutto dovrebbero cercare di dare notizie certe e non cercare la notizia ad effetto col parolone che spaventa e crea immediatamente una sorta di dipendenza che ti fa consultare il sito, ti fa restare incollato davanti allo schermo. E quindi aumenta la raccolta pubblicitaria. Dovrebbero dare anche più notizie sulle guarigioni, non ci sono solo contagi. Il numero di guarigioni è sempre in secondo piano.

La psicosi da Nord a Sud è uguale per tutti: la mamma di Ischia poteva essere una mamma di Milano come una mamma di Pechino?
Ma certo.

Qual è l'importanza delle parole nell'isteria collettiva. Quali parole andrebbero usate di più e quali meno?
Vanno usate parole che uniscano e non dividano. Per esempio: c'è stato uno striscione molto bello, grandissimo, comparso al San Paolo due sere fa. C'era scritto: nelle grandi tragedie non c'è rivalità. Tutti uniti contro il COVID 19. Di solito gli stadi sono dei luoghi dove le divisioni sociali si esasperano, ecco, quello mi è sembrato un focolaio di civiltà. E in questo momento noi dobbiamo accendere focolai di civiltà proprio per evitare il male peggiore, la chiusura e la solitudine, perché quello deprime gli anticorpi comunitari, psicologici, sociali. Noi possiamo corriere il rischio di far ammalare i corpi fisici, ma se si ammala la società, se si dividono le persone è molto peggio: così ammaliamo la vita.

C'è una differenza tra il vivere l'epidemia del Coronavirus stando su un'isola in mezzo al mare rispetto a come viene vissuta sulla terraferma?
Certo, perché l'isola ti da l'idea di un luogo protetto. Non a caso si parla di "isolamento". Probabilmente la signora temeva proprio la rottura di quest'isolamento, che questa fortezza immunitaria venisse violata, espugnata.

Italiani contro italiani. Tutti contro tutti. Uno dei rischi più grandi in queste vicende che si sta materializzando è l'avvelenamento della vita civile, dei rapporti umani. Il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale untore. Storicamente quale impronta rimane a lungo termine sulla socialità dopo un'epidemia?
Per fortuna dopo un'epidemia le cose tornano lentamente alla normalità. Di solito c'è sempre una sorta di reazione vitale allo scampato pericolo. Una specie di compressione dei legami sociali: la società in quel momento è come una palla che viene schiacciata. Dopo l'irrigidimento c'è una sorta di reazione liberatoria. Tant’è vero che di solito molto spesso l'economia dopo torna a correre più velocemente perché è come se la società volesse reagire. E credo che sarà così anche per quanto riguarda i rapporti con le persone che per il momento sono un po' congelati. Due giorni fa ero a Roma, a Piazza di Spagna, c'erano due tre cinesi molto facoltosi, si vedeva da come erano vestiti. Però attorno a loro c'era il vuoto, la gente si spostava.

Quali sono i pericoli dell'eccessivo isolamento?
L'isolamento non ci fa stare meglio. È una forma di allontanamento che apparentemente ci immunizza, ci salva, ma di fatto ci chiude. Ci chiude in noi stessi. Nell'interno del nostro scontento. E tutto peggiora. È come se andassimo in una sorta di depressione. Devono essere prese precauzioni certo. Ma precauzioni giuste. Dettate dalla ragione, non dall'ossessione.

Anche la mascherina ha un ruolo simbolico in tutto questo: la portano tutti, anche chi non è malato. I cinesi, a Milano e altrove, in Italia la portano spesso di default solo per non essere guardati con sospetto. La mascherina può essere considerata come un simbolo di questa psicosi da contagio? Una sorta di schermatura, barriera verso l'altro.
È appunto questo. Ha un ruolo di copertura, di isolamento. Serve per non farsi vedere, per occultarsi agli altri e per occultarsi, in parte, a se stessi. È curioso che quest'anno a Carnevale non abbiamo messo maschere. Non sono celebrati Carnevali. E invece le stiamo mettendo a Quaresima, quando invece tradizionalmente non si usano più. Quindi stiamo vivendo di fatto una specie di Carnevale della paura.

Grazie a situazioni come questa vengono fuori anche idiosincrasie e bizzarie della gente comune. Proliferano i meme sul web. Il lato ironico può aiutare a sdramatizzare? Contro il panico ci può aiutare una risata?
Moltissimo. In questo momento abbiamo proprio bisogno di non abbandonarci a questo umor nero che rischia di far male quanto gli umori del Coronavirus. Ridere serve a farci vivere e a evitare questa specie di irrigidimento, questa sistole dell'anima, che poi è la cosa peggiore, peggiore persino del male. Perché il male è ipotetico, non è detto che tutti si ammaleranno, ma questo stato cupo di depressione è certo.

Il web può essere un veicolo per trasmettere messaggi positivi anziché alimentare la psicosi?
Il web, per fortuna, fa circolare anche degli anticorpi positivi. Tutto quello che tiene insieme la società in questo momento, che assicura lo stato di salute del legame sociale, è prezioso.

Faccio una divagazione sul tema: me lo spiega il fatto delle penne lisce che a Milano e provincia sono state lasciate sugli scaffali dei supermercati?
Tutto viene saccheggiato tranne una cosa che non vuole nessuno, cioè le penne lisce, considerate da chi ha postato un’immagine diventata virale, il gradino più basso dell'alimentazione, la pasta che non vuole nessuno. In realtà chiunque lo pensi è un analfabeta alimentare perché non sa che dove è nata la pasta le penne sono solo lisce perché solo gli analfabeti mangiano le penne rigate (ride, n.d.r).

Mmm. Ne deduco che lei è del partito delle penne lisce.
Assolutamente. La spiegazione che si dà di solito è che sulle penne rigate il sugo si attacca meglio. Ma è tipico di chi confonde il sugo con il brodo. Una genovese ma anche un qualunque altro sugo si attacca benissimo. A Napoli la genovese non si fa con la pasta rigata, ma rigorosamente liscia. Da noi l'unica pasta rigata che si fa sono i rigatoni.

Ah: ci viene lei a Ischia quest'anno?
Ci sono stato la settimana scorsa e non mi hanno cacciato (ride ndr). È stata una giornata bellissima, al Castello Aragonese si stava da Dio e nessuno chiedeva niente a nessuno.

Foto © LAMALFAFOTO / TEAM / GRAZIA NERI GIANNI LA MALFA / TEAM / GRAZIANERI

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