Mestruazioni e diritti, qual è la situazione nel mondo?

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Scozia, Kenya, Canada, Giappone: tutti Paesi che si stanno distinguendo per permettere alle donne di 'avere il ciclo in santa pace'. Ma tra congedo mestruale e tampon tax, non sempre fila tutto liscio...

Nell'India di Period. End of Sentence le mestruazioni sono un tabù. Gli uomini credono che sia una malattia. Le donne trascorrono "quei giorni" a cavallo di un asciugamano. Ma nello stesso, vastissimo Paese, ci sono anche aziende che permettono alle proprie dipendenti di prendersi un giorno di malattia se hanno il ciclo.

Ciclo mestruale e lavoro nel mondo

Il congedo mestruale è uno dei segni della politica di consapevolezza che l'India sta attuando da qualche anno. Ma questo permesso dedicato alle donne è riconosciuto anche in altri paesi. Giappone (che lo applica dal 1947), Taiwan, Indonesia, Corea del Sud (Che lo applica dal 2001) e Zambia permettono alle loro lavoratrici di prendersi il tempo necessario per stare meglio.

Emily Martin, vicepresidente del National Women’s Law Center, sostiene che le donne sono considerate delle disabili sul posto di lavoro per il solo fatto di avere il ciclo. Questo le esclude dai ruoli decisionali e "giustifica" il gap tra gli stipendi maschili e quelli femminili.

Infatti anche laddove la legge prevede questo permesso, la società e i pregiudizi lo rendono inutile. La pressione sul luogo di lavoro ha fatto sì che le donne giapponesi lo usino sempre meno. In Corea del Sud il congedo è stato visto come una discriminazione al contrario. E in Indonesia, dove le donne hanno diritto a due giorni al mese da dedicare al ciclo, non c'è abbastanza sostegno legislativo.

Foto: Andriy Popov © 123RF.com

Poi c'è la "tampon tax", sul cui fronte ci sono alcune buone notizie.

Oltre all'introduzione del congedo mestruale, molti governi nel mondo stanno investendo per rendere "economicamente accessibili" le mestruazioni. Ad esempio, la Scozia ha reso gratuiti gli assorbenti per le studentesse di scuole medie, superiori e università, attraverso un programma da 5,2 milioni di sterline per combattere la “povertà mestruale”.

La regione del Regno Unito ha superato l'esempio del Kenya, diventato il primo paese al mondo ad abolire l'imposta sulle vendite per gli articoli mestruali nel 2004. Ci sono voluti nove anni e una petizione online, ma anche il Canada ci è arrivato nel 2015. In Europa, l'unica nazione ad aver abolito la tampon tax è l'Irlanda.

Il resto dell'Europa si è limitato ad abbassare l'Iva sugli assorbenti (che è sempre meglio di niente). Nel Regno Unito è al 5%. Nel 2015 la Francia ha ridotto l’aliquota, passando dal 20% al 5,5%. La Germania invece fa orecchie da mercante e tiene la tassa sugli assorbenti al 19%, in Ungheria supera addirittura l'Iva italiana, arrivando al 27%.

La situazione italiana

Nel nostro Paese l'Iva sugli assorbenti è del 22%, pari cioè a quella applicata a beni di lusso, sigarette, automobili e computer. Come se avere il ciclo fosse una roba da ricchi.

Secondo una stima una donna nell’arco della sua vita consuma almeno 12.000 assorbenti. Secondo il Corriere della Sera la spesa annua media per donna è di circa 130 euro. E dato che avere il ciclo non è una scelta, non possiamo scegliere di "risparmiare". Quindi la palla passa necessariamente alla politica, che negli ultimi tempi sembra infischiarsene delle donne, figuriamoci del loro ciclo.

A conti fatti, sembra che anche laddove si sentono buone notizie o si smuove qualcosa a livello politico e legislativo, il tabù delle mestruazioni riaffiora inesorabile, annegando i diritti delle donne in un mare di misoginia e discriminazione.

Foto apertura: Tatiana Mukhomedianova © 123RF.com

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