Cavie da laboratorio: come funziona la sperimentazione animale in Italia

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La sperimentazione animale, cioè l'uso di animali per scopi scientifici, è costantemente al centro di un dibattito dai toni molto accesi: in Italia a che punto siamo? 

La sperimentazione animale, cioè l'uso di animali per scopi scientifici, è costantemente al centro di un dibattito dai toni molto accesi: in Italia a che punto siamo? 
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Porcellini d'india, topi, criceti e conigli, ma non solo: anche maiali, cani, gatti e persino scimmie sono alcuni dei tipici animali che vengono utilizzati come cavie da laboratorio.

Le cavie da laboratorio vengono impiegate per testare l'efficacia di farmaci e vaccini e per mettere a punto interventi chirurgici prima di eseguirli sugli esseri umani. Cerchiamo di fare il punto sulla situazione in Italia, dando prima di tutto la definizione di sperimentazione animale


La sperimentazione animale su cavie & co: che cos'è?

Con “sperimentazione animale” s'intende l'impiego scientifico di animali a scopo di studio e ricerca, per esempio in ambito farmacologico, biologico, biomedico, fisiologico e fisiopatologico. La sperimentazione animale viene condotta nelle università, nelle scuole di medicina, nelle aziende farmaceutiche e anche in ambito industriale, cosmetico e militare.

Gli scienziati che si occupano di sperimentazione animale si preoccupano di allevare le cavie e di dargli da mangiare in modo da poter eseguire esperimenti su soggetti sani. Si stima che ogni anno, in tutto il mondo, il numero di vertebrati utilizzati per esperimenti scientifici vada dai 10 agli oltre 100 milioni. 

Cavia da laboratorio

Foto Vit Kovalcik © 123RF.com

Dibattito sulla sperimentazione animale

La sperimentazione sugli animali ha origini molto antiche e gli scienziati che hanno conseguito importanti risultati grazie alla sperimentazione animale sono molti: è proprio grazie all'impiego di cavie da laboratorio che la medicina e le altre scienze hanno potuto fare enormi progressi e l'aspettativa di vita media degli esseri umani è aumentata di quasi trent’anni rispetto a mezzo secolo fa.

Per contro però, la sempre più crescente sensibilità animalista ha fatto sorgere forti dubbi etici su questa pratica non solo nell'opinione pubblica, che ritiene ingiusto sacrificare gli animali per migliorare la salute degli esseri umani, ma anche in diversi scienziati che considerano inattendibili i dati raccolti sulle cavie in quanto esse sono fisicamente, fisiologicamente e anatomicamente diverse dagli uomini.

Comunque a prescindere dalla singole posizioni, la stragrande maggioranza della comunità scientifica ritiene ancora oggi che sia necessario ricorrere alla sperimentazione animale.

La sperimentazione animale in Italia: a che punto siamo?

Nel 2010 l'UE ha emanato una direttiva sulla protezione degli animali, usati a fini scientifici, che pone diverse restrizioni alla sperimentazione animale tra cui il divieto di ricorrere a primati, salva la possibilità di deroga. L'Italia non solo ha dovuto adeguarsi a tale direttiva ma ha anche assunto una regolamentazione ancora più restrittiva tramite la Legge 6 agosto 2013, n. 96 che pone precisi limiti entro cui può essere svolta la sperimentazione animale.

Inoltre risulta ancora bloccato al Senato, forse fino al 2020, il decreto legislativo n. 26/2014 che rende la disciplina italiana la più restrittiva di tutta l’Unione Europea.

Secondo questo decreto infatti viene vietato l’impiego di animali nei corsi universitari per i biologi, i farmacisti e i biotecnologi, con l’eccezione degli studenti di medicina e veterinaria. E viene inoltre vietato l’uso di animali nella ricerca sugli organi per gli xenotrapianti e sulle sostanze d’abuso.

Inoltre viene stabilito il divieto di allevamento di cani, gatti e primati non umani destinati alla sperimentazione sul suolo nazionale, tuttavia non si vieta il ricorso all’uso di animali provenienti da altre nazioni.

Foto di apertura tan4ikk © 123RF.com

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