Birra e vino senza alcool non sono più un ripiego, ma una scelta di stile: viaggio in un mercato che all'estero corre e in Italia deve ancora sbocciare
Birra e vino senza alcool non sono più un ripiego, ma una scelta di stile: viaggio in un mercato che all'estero corre e in Italia deve ancora sbocciareÈ l'ora dell'aperitivo. Il tavolino è quello di sempre, gli amici pure, ma qualcosa nel bicchiere è cambiato. Accanto allo Spritz c'è chi sorseggia un mocktail agli agrumi. Chi un Gin Tonic 0.0 perché stasera guida. Chi una birra low alcol. Nessuna rinuncia, nessuna aria da astemi pentiti: solo un modo diverso, più leggero, di stare nel rito rimanendo insieme. Le bevande NoLo - dall'inglese no and low alcohol - sono ormai parte delle nostre vite E dietro l'etichetta un po' fredda si nasconde una delle trasformazioni più interessanti del nostro modo di bere.
Non è tutto uguale: quali sono le bevande NoLo
Facciamo un po' di ordine, perché sotto la stessa sigla convivono cose molto diverse. Un prodotto dealcolato nasce da una fermentazione vera e propria – vino o birra – a cui l'alcol viene tolto in un secondo momento, con la distillazione sottovuoto o con tecniche che utilizzano particolari membrane e la loro fisica. In pratica, prima si crea la bevanda, poi la si “alleggerisce” della parte apparentemente sgradita, l'alcol.
Le bevande alcol free o 0.0, invece, non sempre partono da un prodotto alcolico: possono nascere senza fermentazione oppure con processi che ne frenano la formazione. È la famiglia a cui appartengono il kombucha, il kefir d'acqua, la ginger beer fermentata, il kvass di segale e il tepache messicano a base di ananas, sempre più protagonisti dei nostri frigoriferi. Ci sono poi i low alcohol, che l'alcol lo conservano, ma in dose minima.
A mettere davvero i puntini sulle i, però, è l'etichetta. In Italia la denominazione “birra analcolica” è riservata dal Dpr 272/1998 al prodotto con titolo alcolometrico volumico non superiore all'1,2%, mentre la normativa europea fissa l'asticella allo 0,5%: la dicitura “0.0”, volontaria, è l'unica che promette assenza totale di alcol.
Per il vino, il regolamento Ue 2021/2117 distingue il vino dealcolato, sotto lo 0,5% vol, dal vino parzialmente dealcolato, con gradazione ridotta ma superiore a quella soglia. Nel linguaggio di tutti i giorni parliamo spesso di vino analcolico come sinonimo di dealcolato: in etichetta, però, valgono soltanto le diciture previste dalla legge.
Quasi il doppio in un anno: il caso della birra
Che qualcosa si stia muovendo lo dicono i numeri, che sorprendono. Il segmento analcolico è l'unico dato in controtendenza dell'Annual Report 2025 di AssoBirra. Tra il 2024 e il 2025 le birre low e no alcol sono passate dal 2,1% al 3,9% del mercato italiano, con una crescita di oltre l'85%, mentre i consumi complessivi di birra sono scesi del 2,5% (21,2 milioni di ettolitri) e il pro capite è calato da 36,8 a 35,9 litri. Il fuori casa ha perso il 5,2%.
Lo stesso schema vale per il vino. Il comparto tradizionale è stabile o in leggera flessione, mentre il NoLo – dealcolati compresi – è tra i pochi segmenti in crescita, con un mercato globale da 2,4 miliardi di dollari, destinato a raggiungere i 3,3 miliardi entro il 2028, e un tasso di crescita annuo composto dell'8% a valore. La birra non è un caso isolato: segue la stessa rotta del vino. Quando la torta si restringe, la fetta senza alcol è l'unica che si allarga.
Il decreto che sblocca il vino dealcolato in Italia
Sul vino il ritardo del nostro Paese è stato di burocrazia, non di talento. Fino al 2025 mancava un regime fiscale per la dealcolazione, dalla quale si ottiene alcol etilico soggetto ad accisa: risultato, le cantine erano costrette a far lavorare i propri vini all'estero. Poi la svolta: il 29 dicembre 2025 il decreto interministeriale Mef-Masaf ha colmato il vuoto, definendo accise, autorizzazioni e regole di circolazione, con una distinzione tra chi supera e chi resta sotto i mille ettolitri annui.
I numeri arrivati a Vinitaly 2026 spiegano perché tanta fretta. Secondo l'Osservatorio Uiv-Vinitaly, nel 2026 la produzione italiana di vini dealcolati crescerà del 90%, con il 91% destinato all'export e il 77% delle vendite nel retail. Nel 2025, in Germania, Regno Unito e Stati Uniti, i vini NoLo hanno superato 1,2 miliardi di euro nella grande distribuzione, pari a circa 160 milioni di bottiglie. A brillare più di tutti sono gli spumanti zero: +24% nel Regno Unito e +15% negli Stati Uniti, dove il prodotto italiano tocca punte del 200%.
E in Italia? Qui il terreno è ancora quasi tutto da coltivare. La categoria vale circa il 2,5% del mercato, il 94% dei non consumatori dichiara di non aver acquistato un no-alcohol negli ultimi sei mesi – quota che sale al 98% tra i più giovani – e il 71% dei ristoranti non è interessato a mettere i dealcolati in carta. Solo il 3% li propone già con successo.
Salute, guida e gusto: perché si sceglie il NoLo
Le ragioni per riempire il calice diversamente, del resto, non mancano. Al primo posto c'è la guida, indicata dal 50% – percentuale che sale al 56% tra le ragazze e i ragazzi della GenZ –, subito seguita dall'attenzione alla salute, un tema che ci sta a cuore sempre di più. E cresce, fino al 35%, chi sceglie NoLo perché la qualità è aumentata e perché, semplicemente, ha imparato a conoscere questi prodotti.
Resta un ostacolo, ed è tutto sul palato.
“Il tema del gusto rappresenta ancora un freno al consumo per il 25% dei potenziali clienti, quota che sta via via diminuendo in maniera direttamente proporzionale alla qualità di produzioni che possono solo migliorare, e su questo l'Italia gioca la propria partita decisiva”. A dirlo è Paolo Castelletti, segretario generale di Unione italiana vini, e il messaggio è chiaro: la strada è tracciata, tocca ai produttori percorrerla fino in fondo.
Il futuro, allora, sarà davvero dealcolato? Non del tutto. Il bello del NoLo non è sostituire il calice di sempre, bensì affiancargli un'alternativa e allargare le occasioni in cui possiamo scegliere di non bere alcol (il cosiddetto mindful drinking) senza rinunciare al piacere, alla convivialità, al brindisi. A contare, in fondo, non è cosa c'è nel bicchiere, ma la voglia di stare bene insieme.
Foto di apertura: pch.vector su Magnific

