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Yummy dummies - ricette a prova di incapacy

  • Difficoltà

    facile

  • Categoria

    Dolci

  • Porzioni

    8

  • Tempo preparazione

    30 min

    PT30M

  • Tempo cottura

    60 min

    PT60M

  • Tempo totale

    1 ora e 30 min

    PT90M

  • Cucina

    Italiana

  • Cottura

    in forno

Una torta che se leggi gli ingredienti ti viene un po’ di nausea, ma alla quale (una volta assaggiata) non potrai più rinunciare. Parola di Sofia. 

Una torta che se leggi gli ingredienti ti viene un po’ di nausea, ma alla quale (una volta assaggiata) non potrai più rinunciare. Parola di Sofia. 

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

Così scriveva Cesare Pavese ne La luna e i falò, ora senza farvi nessuno spiegone che manco lo so fare, vi dico come sempre quello che ho capito io ai tempi del liceo, quelle poche volte che la professoressa di italiano aveva il piacere di vedermi, quasi sempre un dispiacere in verità.

Il paese di Anguilla, protagonista del romanzo - ricordatevi di non far scegliere a Cesare il nome del vostro futuro figlio -, si trovava nelle Langhe e lui, emigrato in America, ci fa ritorno con quell’aria romantichella che gli fa dire chissà che cosa mi aspetta, chissà che radici che vado a ritrovare, chissà l’amico mio Nuto se ancora se ricorda come si gioca a tressette. Infatti il povero Cesare continua così: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti’’. (Spoiler: NO) E invece non è vero, alla fine je sale un’ansia che la metà bastava, e a un certo punto sono sicura che dentro di sé si sia detto “ma tutta la vita Mac and Cheese rispetto alla Bagna Cauda’’, però si sa, gli editor non te lo fanno scrivere nel libro, mai sia che subito dopo i fascisti, a Pavese gli si presentava alla porta la mafia dell’aglio.

Comunque la mia vita non è affascinante come quella di Cesare, ma questo è l’articolo mio, quindi chi si può lamentare? Nessuno, perciò vi racconto questa cosa lo stesso.
Il mio percorso è stato inverso rispetto a quello di Pavese, da Roma, Caput Mundi and Universe, me ne sono andata in un paese della Brianza, non ne potevo più di Roma, mi schiacciava l’anima e non vivevo bene, e avevo i miei fascisti interiori che mi perseguitavano. Tuttavia, dopo poco, ho iniziato a sviluppare una certa idea romantica della mia città, tipo niente buche, niente traffico, niente topi in giro, facilità negli spostamenti, piangevo al suono della voce delle mie amiche con cui litigavo ogni momento possibile quando vivevo a Roma, insomma mi stavo a fa un film bello preciso.

Parafrasando una nota frase sui paesi, puoi far uscire la persona da Roma, ma non Roma dalla persona, quindi iniziavo a tornare a casa mia molto più spesso, fino a quado ho perso il motivo per cui mi ero trasferita in Brianza e, un giorno, presa da un moto di follia più forte degli altri che mi vengono ogni giorno, ho impacchettato quasi tutto e me ne sono tornata a Roma ma, indovinate? Sono stata bene per poco tempo, da subito in realtà mi sono sentita ugualmente scomoda come mi sentivo in Brianza, sono ricomparse le buche, le mie amiche le vedevo più bruttine, la città mi risultava pesante e asfissiante.

Che assurdi che siamo quando pensiamo che ci sia un luogo che possa definire il nostro benessere, senza coltivarlo in alcun modo internamente.

Non sono diventata Ghandi, voglio solo dire che bisogna fare sempre molta attenzione all’idealizzazione del benessere come qualcosa che dipende da fattori esterni/ambientali, da una condizione materiale, e che un posto è solo un posto e sentirsi fuori contesto è una condizione personale, mai geografica, soprattutto perché si corre il rischio di ingannarsi e di rimandare nel tempo la cura del proprio benessere.

Una cosa mi è rimasta bene dentro dalla mia esperienza in un paese, Seregno nello specifico: la torta paesana, una torta che se leggi gli ingredienti ti viene un po’ di nausea, ma quando la mangi non ti capaciti di come tu possa vivere senza, nonostante ci sia dentro l’uvetta
Ognuno intende in modo diverso questa torta, che è la riconferma che la percezione del luogo è sempre varia e personale, ma il fattore comune a tutti è il pane raffermo.

Quindi partiamo da qui, cosa ci serve per una teglia da 26 cm di diametro:

Ingredienti

  • 400 g di pane raffermo
  • 1 litro di latte
  • 2 uova
  • 75 g di cacao amaro
  • 50 g di uvetta
  • La buccia di un’arancia grattugiata e una di limone
  • 150 g di zucchero
  • 140 g di amaretti
  • 60 g di pinoli = 100 €

Allora questa è la preparazione che per eccellenza vi disgusterà di più nel prepararla, perché dall’inizio alla fine l’impasto vi sembrerà vomito e poi altro simile al vomito.

  1. Scaldate il latte e mettete al suo interno il pane, lasciate riposare questa melma bianca per almeno 20 minuti, deve impregnarsi e sfragnarsi tutto bene.
  2. Fate ammollare l’uvetta in acqua tiepida.
  3. Frullate gli amaretti, se ve ne rimane qualcuno più grande non piange nessuno, tipo quando arrivate alla stazione del paese che vi aspettate chissà quale commozione invece la gente vi odia perché vi siete dovuti far venire a prendere a Termini nel traffico dell’inferno.

  4. Fatte tutte queste cose unite al pane mollo, la buccia degli agrumi, lo zucchero, il cacao, l’uvetta, gli amaretti e i pinoli (se volete lasciatene qualcuno per la guarnizione), mischiate tutto e solo alla fine inserite le uova. Versate questo malessere, che sembra il risultato di una sagra di paese in cui avete preso freddo alla pancia, in una teglia oliata, se volete sul fondo potete metterci un po’ di pan grattato o un disco di carta forno, come volete, basta che vi organizzate.
  5. Preriscaldate il forno a 180°C modalità statico e cuocete per circa un’oretta abbondante, controllate sempre. La torta paesana deve risultare umida, ma non mangiatela da calda, se no vi sentite male.

Come dice sempre il mio amore Giovanni Truppi: “Io sono nato a Napoli e adesso vivo a Roma, a Roma si sta meglio che a Napoli, ma io sto meglio a Napoli e allora questo che vuol dire? Che io sto meglio dove non sto meglio? E allora come faccio a capire quando sbaglio?”. A vostra libera interpretazione.