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Donne contro gli stereotipi: lo speciale

Astronaute, scienziate, scalatrici, programmatrici o pompiere: ecco le donne che lottano e vincono contro gli stereotipi.

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Ilaria Magliocchetti Lombi: «I miei ritratti di donne libere da stereotipi»

Ilaria cerca verità e bellezza nelle storie che si respirano in certi occhi, nelle vittorie nascoste tra le linee di un volto, nella curva di un’olimpionica schiena femminile. Incornicia battaglie nel mirino, cattura attimi con il valore di un’intera esistenza, racconta e mette in dubbio per poter dare un significato al mondo.

Ilaria cerca verità e bellezza nelle storie che si respirano in certi occhi, nelle vittorie nascoste tra le linee di un volto, nella curva di un’olimpionica schiena femminile. Incornicia battaglie nel mirino, cattura attimi con il valore di un’intera esistenza, racconta e mette in dubbio per poter dare un significato al mondo.

La storia di Ilaria Magliocchetti Lombi comincia tra un via vai di persone, qualche colpo di grancassa, chitarre energiche e anche un po’ di tensione. Fotografa i concerti delle band che le piacciono, imprigiona l’adrenalina delle esibizioni e propone gallerie di sensazioni da contemplare. Cerca scorci interessanti, gioca con le ambientazioni e, seguendo una linea ben precisa, propone gli artisti della scena indipendente italiana. E così, passo dopo passo, arriva a studiare gli artisti più importanti, a costruire un mondo intorno alle loro canzoni e ad affidare i suoi ritratti ai più rilevanti magazine italiani e non. 

La semplicità d’espressione dei ritratti la affascina. Con concentrazione, sensibilità e rispetto si confronta con personalità e testimonianze di grande forza e determinazione che la indirizzeranno verso una fotografia impegnata, una fotografia che parla di diritti sociali, stereotipi di genere e di altre tematiche rilevanti.

Ciao Ilaria, le tue foto raccontano la storia dell’Italia di oggi, dal Fridays for Future alla nazionale femminile di calcio. La tua è quindi una fotografia impegnata, attiva. Quando una fotografia assume un valore sociale? 

«Cosa fotografare è sempre una scelta, dove scegli di rivolgere il tuo sguardo, di illuminare. Spesso, anche se non c’è un messaggio sociale esplicito, chi fa fotografia sta comunque veicolando un contenuto, perché se si decide di fotografare qualcosa, in quella scelta c’è già una dichiarazione di intenti: “questo mi interessa, guardatelo anche voi, fatevi delle domande, incuriositevi”».

Fridays for future

©Ilaria Magliocchetti Lombi / Contrasto

Che differenza c’è a livello di approccio e a livello di ricezione rispetto a quella votata puramente all’estetica?

«Io quando seguo un progetto con un certo tipo di contenuto ho un livello di attenzione molto più alto sulle scelte estetiche che faccio, su dove verrà veicolato e come. Sento la responsabilità per i soggetti che hanno deciso di lavorare con me, fidandosi. Non sono modelli o personaggi famosi, ma persone che ci mettono la faccia per raccontare un tema per loro importante. Quindi per me è fondamentale che si sentano rappresentate bene. Faccio preparare una parte dei testi ai soggetti così che ci sia sempre nel lavoro una parte testuale che li rappresenti al 100% perché sono loro che si raccontano in prima persona. Insomma, cerco il più possibile che il lavoro non possa essere manipolato da terzi o distorto quando viene poi pubblicato. E in fase di direzione artistica condivido molto con i soggetti, chiaramente c’è la mia visione, ma condivido il processo creativo, se su qualcosa loro hanno un dubbio ascolto e correggiamo il tiro insieme».

Ci sono artisti che ti hanno ispirata/segnata in modo particolare?

«Sì, certo, senza scomodare i maestri e le maestre di sempre, negli ultimi anni è stato molto importante per me il lavoro di Ryan Pfluger , Collier Schorr , Camila Falquez , Quil Lemons e Charles Freger, se restiamo in ambito fotografico».

Nella docu-serie “Le fotografe” di Sky Arte, nell’episodio a te dedicato, hai raccontato la tua storia. Sei partita dalla scena musicale indipendente italiana per arrivare a catturare l’essenza, in modo autentico e naturale, di donne che hanno dedicato la loro vita alla lotta al cambiamento, come ad esempio Emma Bonino. Chi è stata la prima donna che hai fotografato?

«Non saprei andare così indietro, probabilmente mia madre nelle foto dei viaggi di famiglia o qualche compagna di classe. Ho iniziato a fare foto-ricordo piuttosto presto».

Hai fotografato campionesse del mondo dello sport, come Sara Gama e Flavia Severin. Il calcio, così come il rugby sono sport che normalmente vengono confinati nell’universo maschile. Come sei riuscita a raccontare l’essenza di una donna che si sveste dello stereotipo di genere con tutta la sua carica e le sue specificità?

«Queste donne sono già iconiche, rappresentano già qualcosa per il fatto stesso di vestire quella divisa e di essere arrivate a certi livelli di prestigio in un mondo ancora prettamente maschile e spesso maschilista. Non c’è una regola, non so rispondere. Io nelle mie foto cerco di celebrare queste donne senza renderle però irreali. E’ un mix di tante cose. Quando crei un’immagine ci metti dentro tutto, quello che sei, quello che artisticamente hai visto e ti piace, i posti in cui hai viaggiato... Insomma, è come se tutto il mix che ti rende la persona che sei contribuisse a creare la foto che fai».

Sara Gama

©Ilaria Magliocchetti Lombi / Contrasto

Solitamente, per mostrare la forza e la carica di una donna, a livello visivo, di pose, si tende a ricorrere a degli “archetipi” come ad esempio le braccia incrociate, le sopracciglia aggrottate o il braccio sollevato con i muscoli in evidenza. 

«E’ fondamentale che ci sia un nuovo linguaggio e un’iconografia che racconti le donne nel loro ruolo nella società, nel presente. Una donna fotografata per un magazine di largo consumo diventa veicolo di un messaggio. La rappresentazione ha un valore. C’è un livello di stereotipi altissimo nelle fotografie delle donne nei media mainstream e spesso neanche ce ne rendiamo conto perchè sono cose talmente interiorizzate che ci sembrano normali (e non parlo solo di oggettificazione ma anche di un apparenza eccessivamente vulnerabile ad esempio).
Altrettanto stereotipate, però, come dici, sono state le “soluzioni” visive spesso adottate, fondamentalmente sempre un imitare il maschile. Attenzione che in nessun caso c’è a mio avviso un giusto o sbagliato». 

Nelle tue foto tutto questo non c’è, eppure i tuoi soggetti sprigionano forza e armonia, suggeriscono femminilità senza rivelarla. A cosa è dovuta questa scelta? 

«Una donna può essere come desidera, il problema nasce quando c’è un’omologazione della rappresentazione, un appiattimento, una non varietà, una visibilità di certi modelli di essere donna ridotti a zero. E quando chi ha il potere di fotografare in qualche modo usa sempre gli stessi codici visivi, anche perché non sempre i soggetti hanno la consapevolezza di mostrarsi come desiderano, soprattutto quando non sono persone che per lavoro sono abituate a farsi fotografare. 
Io non ho una ricetta, cerco di creare uno spazio sicuro e di condivisione in cui i miei soggetti possano esprimersi e manifestarsi. Vorrei prima di tutto che queste donne apparissero libere, determinate e consapevoli e questo non implica il non essere femminili o non avere grazia. Ognuna ha un modo suo. Le donne non sono tutte uguali e finalmente questa cosa sta passando anche fotograficamente grazie a molti sguardi nuovi».

Sempre rimanendo nell’ambito dello sport, tra i tuoi tanti lavori, ce n’è uno a cui tieni particolarmente, quello su gli/le atlete e la cittadinanza. Hai raccontato la storia di Danielle Madam, di Najla Aqdeir e molti altri atleti che nati e cresciuti nel nostro paese non possono avere le stesse opportunità per via della cittadinanza. 

«E’ un tema che avevo già affrontato in lavori passati e che spero di portare avanti. Lo sport è solo un simbolo, un esempio concreto di come la vita di alcune persone sia in un limbo per via di una legge obsoleta. Non è che si è meritevoli di cittadinanza solo se sei un campione nello sport o se sei un’eccellenza in qualche campo, sia chiaro, ma lo sport mi sembrava un simbolo perfetto per raccontare questa grande contraddizione del nostro paese. Tanti giovani, che sono di fatto italiani, ma le cui opportunità sono diverse da quelle dei loro compagni perché lo stato non li riconosce come tali. Restano in questo limbo, in attesa, e intanto il tempo passa, e le opportunità pure. Per me è un’ingiustizia incredibile. Io non ho mai pensato al valore della mia cittadinanza perché l’ho sempre avuta e data per scontata, perché sono una privilegiata». 

Sport e cittadinanza

©Ilaria Magliocchetti Lombi / Contrasto

Com’è stato avere la possibilità di confrontarsi con questa realtà e aprire uno spazio di riflessione attraverso le tue fotografie? Cosa volevi comunicare con i tuoi ritratti?

«Per me è stato un lavoro di grande valore umanamente perché mi ha permesso di capire più a fondo, grazie alle persone con cui ho collaborato, tante sfumature del razzismo istituzionalizzato, dell’importanza di decolonizzare il nostro pensiero e la nostra storia. In questo senso, per me, la fotografia è anche e soprattutto uno strumento di crescita e approfondimento personale.
Volevo provare a riportare l’attenzione sul tema della riforma della cittadinanza. Non è più tempo di aspettare, il tema viene sbandierato una volta ogni tanto quando fa comodo dire una cosa un po’ di sinistra al politico di turno, ma poi alle parole non seguono mai fatti. Dare visibilità a queste storie è importante affinché la società civile, che è già pronta a questi cambiamenti in realtà, diventi più consapevole delle ingiustizie che queste persone vivono e possa fare più pressioni sui suoi rappresentanti politici».

Foto apertura: ©Ilaria Magliocchetti Lombi / Contrasto

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