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LGBT: i diritti dei gay nel mondo

La comunità LGBT è ancora costretta a subire discriminazioni, persecuzioni, violenze fisiche e verbali in diverse parti del mondo. Dall'Africa alla Cina, passando per la Turchia: il punto della situazione.

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Essere gay nel Qatar dello Sceicco Tamim bin Hamad Al-Thani

Qatar deserto dei diritti umani, compresi quelli degli omosessuali, dove la sodomia è punita con la reclusione da uno a tre anni.

Qatar deserto dei diritti umani, compresi quelli degli omosessuali, dove la sodomia è punita con la reclusione da uno a tre anni.

La Coppa del Mondo di calcio, ospitata nel 2022 in Qatar, ha posto l’emirato sotto la lente d’ingrandimento delle associazioni per la tutela dei diritti umani. Le questioni in ballo sono molte, dai diritti negati alle donne allo sfruttamento sistematico dei lavoratori migranti, senza dimenticare i pericoli con cui ogni giorno sono costretti a convivere i membri della comunità Lgbtq+. Il piccolo Stato affacciato sul Golfo Persico non è, decisamente, un Paese queer-friendly.

Prima di tutto un precisazione. Il codice penale qatarino vieta di avere rapporti sessuali al di fuori del matrimonio sia con donne (articolo 281) che con uomini (art. 285), prevedendo pene durissime, persino l’ergastolo. Il testo, non precisa “eterosessuali”, dandolo probabilmente per scontato. Parla invece apertamente di maschi e sodomia l’articolo 296, che proibisce di «indurre, istigare o sedurre un maschio in qualsiasi modo a commettere sodomia, azioni illegali o immorali». Nell’emirato sede del Mondiale 2022, gli atti omosessuali tra maschi adulti sono illegali: il codice penale prevede la reclusione da uno a tre anni. Quelli tra donne formalmente non vengono proibiti, forse perché nemmeno concepiti, dato il ristrettissimo raggio d’azione concesso alle qatarine, che per svolgere anche le attività più banali hanno sempre bisogno del consenso di un uomo.

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Nasser Mohamed, medico e attivista residente negli Stati Uniti, ha spiegato al Guardian che sono centinaia gli uomini gay qatarini a rischiare grosso. Questo perché, ogni volta che un omosessuale viene individuato, le autorità si adoperano per smantellare la fragile rete che tiene unita la comunità. E lo fanno con un metodo antichissimo, sempre efficace: la tortura. Se la persona arrestata fornisce informazioni utili, può evitare non solo la tortura, ma anche il carcere. Mohamed ha infatti spiegato che alcuni omosessuali, «dopo essere stati catturati e maltrattati fisicamente, sono stati poi reclutati come agenti». Non c’è molta scelta. Finire dietro le sbarre oppure tradire la propria comunità, vessata da sempre. La prigione, per anni, oppure il «lavoro per il dipartimento di sicurezza preventiva».

Prevenire è meglio che curare, recita un adagio che ben si adatta al Qatar. Eh sì, perché con tale sistema l’emirato cerca di prevenire quella che Khalid Salman, ex calciatore e ambasciatore dei Mondiali di calcio, ha definito una «malattia mentale» nel corso di un’intervista alla televisione tedesca Zdf. Gli omosessuali come portatori di un danno psichico, da prevenire e casomai da punire con verghe e fruste, affinché non si diffonda. Circa un anno fa, gli organizzatori si affrettarono a dichiarare: «I gay sono benvenuti, ma niente effusioni in pubblico». Nel corso della manifestazione calcistica, la Fifa ha proibito di esporre bandiere arcobaleno o altri simboli che rimandano alla comunità Lgbtq+. E ha anche invitato i capitani di alcune Nazionali a non indossare la fascia “OneLove” con cuore arcobaleno, come annunciato, minacciando sanzioni previste dal regolamento. Al suo posto ne ha concessa un’altra, più neutra, con la scritta: “No discrimination”. Unico, ad ora, ad aver sfidato il divieto è il capitano della Germania Manuel Peter Neuer, sceso in campo il 23 novembre contro il Giappone indossando la tanto contestata fascia, semi-nascosta dalla manica della maglietta. E non è tutto, nella foto di rito pre partita i calciatori tedeschi si sono portati le mani alla bocca in segno di protesta: "Proibirci la fascia è come chiuderci la bocca. Restiamo sulla nostra posizione. Con la fascia volevamo lanciare un segnale per i valori in cui crediamo: diversità e rispetto reciproco. Farci sentire insieme ad altre nazioni. Non si tratta di qualcosa di politico: i diritti umani non sono discutibili. Dovrebbe essere ovvio. Ma purtroppo non è sempre così. Per questo il tema per noi è così importante. Vietarci la fascia è come chiuderci la bocca. La nostra posizione resta la stessa".

A ottobre 2022 la ong Human Rights Watch ha denunciato che gli agenti del dipartimento di sicurezza preventiva del Qatar hanno arrestato persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, sottoponendole poi a maltrattamenti. Secondo l’organizzazione, tra il 2019 e il 2022 ci sono stati sei casi di percosse gravi e ripetute, più altri cinque di molestie sessuali da parte della polizia. Una donna transgender sarebbe stata detenuta in isolamento per due mesi in uno scantinato: impossibilitata ad avvisare il datore di lavoro, avrebbe perso l’impiego. Lo ha raccontato la ricercatrice senior Rasha Younes: «Le hanno rasato i capelli lunghi, l’hanno picchiata e le hanno negato le cure mediche». Sempre recentemente, un’altra transgender qatarina ha raccontato a HRW di essere stata arrestata dagli agenti della Sicurezza preventiva (che afferisce al ministero dell’Interno) con l’accusa di «imitare le donne». Picchiata già nella vettura della polizia, è stata poi detenuta arbitrariamente per tre settimane: «Ho visto molte altre persone Lgbt trattenute lì: due lesbiche marocchine, quattro gay filippini e uno nepalese».

Trattamento speciale in vista del Mondiale? Non proprio. Nel 1998, un cittadino americano in visita in Qatar fu condannato a sei mesi di carcere e a 90 frustate per attività omosessuale. Nello stesso decennio, nell’emirato si verificarono arresti e deportazioni arbitrarie di cittadini filippini, colti in flagrante mentre presenziavano a feste private en travesti: la Philippine Overseas Employment Administration fu costretta a comunicare che gli omosessuali non erano graditi nel Paese arabo. Nel 2016 l'instagrammer polacco Luxy fu fermato all'aeroporto di Doha a causa di problemi con il suo visto e poi detenuto in prigione per due mesi: dichiarò di essere stato accusato di omosessualità, anche se l'ambasciata di Varsavia si affrettò a dire che era finito in manette per estorsione.

In Qatar, come in molti Paesi arabi, il codice penale si intreccia, si sovrappone e in qualche caso si inchina alla Sharia, ovvero la galassia di riferimenti etici, comportamentali e consuetudinari che plasmano la condotta dei musulmani. In teoria, per adulteri e omosessuali potrebbe essere anche prevista la lapidazione. In pratica, come ha evidenziato un recente rapporto dell'International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association afferma che «sembra che nessuna persona sia stata giustiziata per questo motivo».

In generale, almeno ufficialmente, vengono puniti solo gli omosessuali colti in flagrante. Essere gay in sé non è un reato, anche perché sarebbe difficilmente accertabile. Tuttavia, stando alle numerose testimonianze, talvolta basta anche solo il sospetto sull’orientamento sessuale per finire in manette. Soprattutto se si proviene da certe parti del mondo: un pizzico di razzismo, per non farci mancare niente. Eh sì, perché c’è gay e gay. Bryan Swanson, capo ufficio stampa della Fifa, ha fatto coming out in Qatar al termine di una discussa conferenza stampa di Gianni Infantino, in cui il capo del massimo organismo calcistico ha detto di «sentirsi gay» e molte altre cose, per difendere il Paese organizzatore del Mondiale. Un gesto coraggioso da parte di Swanson, che comunque ovviamente non rischia niente in Qatar. A differenza dei tanti omosessuali che, una volta spenti i riflettori del grande calcio, torneranno a tremare.