Beatrice Trussardi: «Io, mecenate dell'arte contemporanea»

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Intervista alla primogenita di Casa Trussardi, che di mestiere fa l'imprenditrice culturale. Come una mecenate dei nostri giorni. Una sorta di moderna Isabella d’Este.

Bionda, minuta, delicata, dai lineamenti aristocratici. Gli occhi, azzurrissimi, si animano mentre parla … sottovoce. Quasi bisbiglia. Beatrice Trussardi è una di quelle bellezze senza tempo che non sfigurerebbero con indosso un abito di foggia rinascimentale così come con un tailleur dall’eleganza squisitamente contemporanea.

Primogenita dei fratelli Trussardi (dopo di lei Gaia e Tomaso, marito di Michelle Hunziker), Beatrice ha scelto da tempo di lasciare la maison di famiglia per dedicarsi anima e cuore ad uno dei più grandi amori della sua vita: l’arte.

Foto© Gian Mattia D'Alberto/ LaPresse

Lei infatti, di mestiere, fa l’imprenditrice culturale, e dal 1999 è presidente della Fondazione Nicola Trussardi. Da circa 16 anni Beatrice si dedica alla diffusione dell’arte contemporanea attraverso progetti unici, che non passano mai inosservati. Come l’istallazione dell’artista ghanese Ibrahim Mahama, “Friend”, concepita per i due caselli daziari di Porta Venezia, a Milano, che sarà visibile per tutta la durata della Milano Design Week, fino al 14 aprile 2019.

Photo by Miguel MEDINA / AFP

Come si definirebbe? Chi è Beatrice Trussardi?
«Sono un’imprenditrice culturale».

Come è entrata l’arte nella sua vita?
«Ho vissuto in un contesto permeato di stimoli culturali, di relazioni con artisti, con creativi. Ho completato gli studi con un Master in Art Businnes Administration e ...  poco per volta ... “la mia strada verso l'arte” si è andata delineando quasi naturalmente davanti ai miei occhi».

Quando ha capito che voleva occuparsene?

«E’ stato un percorso graduale … l'ho capito strada facendo».

Una sua personale definizione di arte.
«L'arte per me è lo sguardo di persone che vogliono rappresentare la realtà per farci riflettere, per farci pensare. Ci danno una visione diversa della realtà che abbiamo davanti agli occhi quotidianamente fornendoci degli spunti, generando dei punti interrogativi, non delle risposte definitive».

Ci parli della Fondazione Trussardi e del suo ruolo in quest’ultima.
«Presiedo la fondazione Trussardi dal 1999 e dal 2003 ho deciso di trasformarla in un’agenzia di arte pubblica creando progetti con artisti molto importanti, riconosciuti internazionalmente, che si confrontano con luoghi simbolici della città. Luoghi che noi scegliamo per la loro stratificazione di storia, di significati, di simboli nella città stessa. Molto spesso si tratta di luoghi dimenticati, non visitati da anni. Attraverso il nostro intervento i cittadini e i turisti hanno modo di vedere qualcosa che da tempo è rimasto celato».

Quali sono secondo lei gli “effetti positivi” dell’arte? Perché l’arte dovrebbe essere divulgata?

«Il nostro obiettivo più grande è parlare di argomenti attuali che riguardino la società in cui viviamo su scala anche globale e far riflettere su questi temi complessi, urgenti, difficili… Far riflettere attraverso lo sguardo e la visione dell’artista e del progetto che realizziamo» .

La Fondazione Trussardi ha invitato di recente l’artista Mahama a realizzare una mega istallazione che coinvolge un luogo simbolo della città: Porta Venezia. Qual è il significato della sua opera “A friend”?
«L’opera di Mahama parla del concetto di “accesso”. È stata creata su due porte che simboleggiano l’entrata e l’uscita della città: una soglia, un confine. I sacchi di juta che rappresentano la circolazione delle merci in tutto il mondo portano lo sguardo e il pensiero a chi li riempie di materie prime: lavoratori, persone, individui a cui non è concesso di circolare per il mondo in modo così semplice, naturale, libero, così come avviene invece per le merci».

Milano è sempre stata una città di migranti, polo attrattivo di popoli diversi. E l’opera “A friend” può rappresentare anche un invito a guardare con occhi nuovi al concetto di “migrazione”...
«La migrazione è un fenomeno che esiste da sempre. Da che l’umanità esiste, emigra. Tutti noi siamo emigrati da altrove nelle varie ere storiche, ma anche negli scorsi decenni. Se andiamo a studiare all’estero siamo “emigranti”, però non siamo emigranti poveri … diciamo. Ovviamente oggi c’è una realtà molto più importante che è entrata nel dibattito sociale e politico di tutto il mondo che è quella delle migrazioni di popolazioni che provengono da situazioni di guerra o situazioni di povertà o situazioni in cui è impossibile vivere per il cambiamento climatico. Le popolazioni emigrano, ed emigrano nei luoghi in cui si può vivere meglio».

Lei ha due bambini: come riesce a conciliare il doppio ruolo di mamma e divulgatrice culturale?
«Come fanno tutte le donne al mondo. Più che pensare a me pensiamo a delle lavoratrici africane, che fanno di tutto e di più. Penso che siamo "oltre" questo problema, le donne hanno mille risorse. Io sono una madre presente ma faccio anche altro».

Cosa ne pensa del movimento #MeToo?
«Queste cose servono per sensibilizzare ed accelerare dei processi che sono già in corso. Servono per dare loro una luce più potente... Ma non sarà questo movimento a risolvere la questione, credo. Penso sia parecchio “fumoso”. Ma forse serve, serve anche questo fumo».

Foto di apertura: Claudio Furlan / lapresse

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