Aretha Franklin, la donna che ha chiesto (e ottenuto) rispetto dall'America

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Figlia di un predicatore battista, ha fatto della sua voce nera uno strumento di lotta, senza esser mai stata in prima linea. Ora un biopic si prepara a celebrare la Regina del Soul 

Aretha Franklin ha lottato contro tre cose nella sua vita: il razzismo, il sessismo e le discriminazioni legate alla classe sociale. È stata la prima donna in assoluto a entrare nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1987. Nel 2004 Rolling Stone l'ha piazzata al nono posto tra i cento artisti più grandi della toria della musica. Nel 2010 era al primo posto. La Regina del Soul è morta il 16 agosto 2018. Dietro di sé ha lasciato 52 album (non tutti memorabili) e 21 Grammy Awards. Anastacia, Alicia Keys, Beyoncé, Mary J. Blige, Joss Stone, Usher, Giuni Russo, Giorgia ed Elisa l'hanno citata come modello di riferimento.

Ora la sua storia approda al cinema con Respect, biopic in cui Aretha Franklin è interpretata da Jennifer Hudson, anche lei fortemente influenzata dalla Regina del Soul nella sua carriera.

Chi era Aretha Franklin

Aretha Franklin assaporò giovanissima le durezze della vita. Nata il 15 marzo 1942, viene abbandonata dalla madre Barbara, cantante gospel, a sei anni. In tutta la sua vita mette al mondo quattro figli, di cui due in giovanissima età: il primo, Clarence, avuto a dodici anni, e il secondo, Jordan, a quattordici. Appena adolescente, conquista il suo spazio nel mondo della musica grazie al gospel e al management di suo padre. Il primo disco che incide come solista è Aretha: With The Ray Bryant Combo e risale al 1961.

Aretha Franklin e il razzismo

In origine, quando a cantarla era Otis Redding, Respect era la supplica di un uomo nero rivolta alla moglie per avere ciò che una nazione lacerata dal razzismo non era in grado di dargli. La versione di Franklin parla della stessa mancanza di riconoscimento affettivo, che quindi diventano sia un appello al rispetto di genere che di razza.

Ma mentre canta quelle parole, i testi diventano una richiesta e non un comando. Se Redding l'aveva intesa come un invito a resistere, con la forza e la bellezza dei suoi 24 anni, Franklin chiedeva rispetto per cambiare. Quella canzone, reinterpretata dalla futura Regina del Soul, divenne un inno per l'uguaglianza razziale e di genere.

Il corpo è terreno politico, ha spiegato Igiaba Scego nell'intervista a DeAbyDay. Bisogna leggerlo correttamente, liberandolo da ogni stereotipo. E Aretha Franklin era tutto ciò che la politica del tempo aveva bisogno di leggere nel corpo di una donna nera. La sua musica parlava della richiesta di uguaglianza di genere e di razza. Anche quando cantava in una sala piena di bianchi, non ha mai avuto paura di inneggiare alla lotta per ottenere maggiori diritti in ogni campo. Sapeva che una libertà non poteva esistere senza l’altra.

Il caso Angela Davis

Aretha Franklin ha sempre sostenuto la lotta contro il razzismo. Nel 1970 l'offerta di pagare la cauzione dell'attivista Angela Davis fa molto rumore sulla stampa. La Regina del Soul si offrì di pagare la cauzione della donna, finita in galera con l'accusa di acquistare armi da fuoco usate in un tentativo mortale di aiutare dei prigionieri a fuggire da un’aula di tribunale nella Contea di Marin, in California.

Aretha è all'estero e non riesce a dare seguito al deposito di garanzia del denaro. È l'agricoltore bianco Rodger MacAfee a pagare. Ma in un'intervista la cantante dichiara: «Angela Davis deve essere liberata. I neri saranno liberi. Sono stata rinchiusa (per disturbo della quiete pubblica a Detroit) e so che devi disturbare la quiete pubblica quando non riesci a trovare pace. La prigione è un inferno. Se c’è giustizia nei nostri tribunali la vedrò libera, non perché io creda nel comunismo, ma perché è una donna di colore e vuole la libertà per i neri. Ho i soldi necessari, li ho avuti dalle persone di colore e voglio usarli in modi che possano aiutare la nostra gente».

Nonostante queste prese di posizione, Aretha Franklin non si considera un'attivista. Sostiene le Black Panthers e, giovanissima, va in tour con Martin Luther King, cresciuto ispirandosi al papà della cantante. Non si è mai considerata in prima linea per la causa e ha corretto tutti quelli che hanno detto il contrario. Ma ha cantato l'America nera sin dai suoi esordi.

Lo ha ribadito al funerale del dr. King e all'insediamento di Barack Obama. La voce era la sua arma di protesta. Creando canzoni accettabili dalle classifiche pop, faceva entrare l'energia e la voce dei neri afroamericani nelle orecchie delle persone di tutto il mondo.

Aretha Franklin e il sessismo

Nel 1987 Aretha Franklin diventa la prima donna a essere iscritta tra le stelle della musica della Rock and Roll Hall of Fame. Prima di lei c'erano 24 nomi: il riconoscimento era nato solo un anno prima. A pronunciare il discorso di ringraziamento c'è il fratello, Cecil Franklin, un uomo timido e incerto. Dice: «Aretha oggi viene iscritta nella storia della musica. La Regina del soul, la Soul Sister Number one, Lady Soul, o come volete chiamarla, oggi scrive una pagina importante. Mia sorella, miss Aretha Franklin, è la prima femmina ad entrare nella Hall of Fame del Rock and Roll».

Femmina, un termine primitivo, ma di grande impatto, che sottolinea tutta l'imponenza di quel grande passo dell'industria musicale. C'era una donna, bravissima, immensa come tanti altri uomini, che chiedeva ancora una volta di essere vista, di avere il rispetto che merita. Ad oggi, solo il 14 per cento dei nomi della Rock and Roll Hall of Fame sono di donne. Forse la strada è ancora lunga.

Aretha Franklin si era avvicinata all'Olimpo della musica senza alcun timore, rivendicando la propria identità di donna, di artista e di femmina nera. Una combattente naturale, che non ha abbassato la testa davanti alle barriere imposte al successo da sesso e razza. In Think cantava «Non ci vuole molta intelligenza per vedere cosa mi stai facendo. È meglio che ci pensi». Si tratta di un manifesto della potenza femminile al servizio di una società che vuole manipolarle e relegarle in cucina. Lo ha chiarito benissimo anche con il suo ruolo in The Blues Brothers, interpretando il ruolo stereotipato della donna casalinga. Un vestito troppo stretto per lei e per chiunque.

Aretha Franklin e la lotta di classe

Nel trailer del film Respect, una giovane Aretha Franklin dice davanti a numerosi giornalisti: «Devi fare la guerra quando non riesci a trovare la pace». Seduta nello studio davanti al futuro artefice del suo successo, Jerry Wexler, lui la chiama Aretha e lei risponde: «Preferirei che mi chiamasse signora Franklin». È lì, con suo marito Ted, senza avvocati o agenti, a guardare negli occhi un produttore di origini polacche e tedesche, chiedendo hit, successi. Questo è stato il suo modo di chiedere che il suo talento non venisse ostacolato da pregiudizi razziali, di genere e soprattutto di classe sociale.

Respect, le proteste del figlio Kecalf

Aretha Franklin ha preso parte a due film e sei documentari. Ora arriva un biopic interamente dedicato a lei: Respect. A vestire i panni della Regina del Soul è Jennifer Hudson, cantante e attrice nera, premio Oscar come non protagonista per Dreamgirls. Benché non sia ancora nota la data di uscita, la Eagle Pictures ha già diffuso il trailer ufficiale del film.

Respect è incentrato sul racconto della vita di Aretha Franklin, dall'infanzia trascorsa nel coro gospel della comunità diretta da papà Clarence, fino alla celebrità internazionale. In mezzo, tanto successo, ma anche difficoltà personali e professionali. Il ritmo del trailer è coinvolgente, potenziato dalla grande voce di Hudson. Ma qualcuno di molto vicino ad Aretha Franklin ha storto il naso e ha chiesto di boicottare il film.

A gennaio 2020 il figlio più piccolo di Aretha, Kecalf Franklin, ha dichiarato che la produzione non ha interpellato la famiglia della cantante. C'è da dire che Kecalf ha contestato anche la biografia uscita nel 2019, The Queen Next Door: Aretha Franklin, An Intimate Portrait. «Come si può fare un film su una persona senza parlare con i figli o i nipoti circa informazioni importanti? Come puoi mettere una famiglia in un libro senza chiedere il permesso?». Il post su Facebook in cui Kecalf mostra al mondo il suo sdegno, si conclude sottolineando che Jennifer Hudson era l'unica persona verso cui sua madre era favorevole per un'eventuale interpretazione di se stessa al cinema. Ed eccola qui, Jennifer Hudson, che si prepara a chiedere il rispetto che da sempre Aretha Franklin ha preteso, sul palco e nella vita.  

Foto apertura: LaPresse

 

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