Chiamami col tuo nome: la pesca, l'amore e il desiderio

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Delicato, sensuale, intenso. Il film di Luca Guadagnino conquista e ammalia il pubblico italiano. E si prepara alla corsa agli Oscar con quattro nomination.

A bocca aperta. Come un adolescente che accoglie, avido, il suo primo bacio d'amore. Come il diciassettene Elio, che spalanca le labbra e si abbandona alla forza della passione per Oliver, ventiquattrenne ricercatore universitario. Un desiderio che sboccia a poco a poco, entra sottopelle e si insinua tra le pieghe dell'anima. Per poi prendere il sopravvento e travolgere. All'improvviso. Come una raffica di vento.

Quella tra Elio e Oliver, i protagonisti del film di Luca Guadagnino "Chi-amami col tuo nome" è una bellissima storia d'amore. Una storia tra due persone. Una storia tra due corpi: quello efebico di Timothée Chalamet e quello scolpito di Armie Hammer (ripreso costantemente dal basso). Poco importa che i due protagonisti abbiano lo stesso sesso. A rotolarsi sull'erba avrebbe potuto esserci ognuno di noi, alle prese col suo primo batticuore in una calda estate d'agosto.

Elio e Oliver. Oliver e Elio. Due identità che si fondono e si confondono, fino a divenire una cosa sola. Fino a scambiarsi il nome, nel dialogo che dà il titolo al film. E non c'è gesto d'amore più grande che donare alla persona amata sè stessi, la propria identità.

Siamo negli anni Ottanta, l'ambientazione è ricostruita sapientemente attraverso zainetti Invicta, T-shirt fluo, walkman Sony, frammenti TV (spunta persino Grillo quando faceva il comico) e le canzoni che passavano alla radio in quel periodo, come Paris Latino dei Bandolero e Love My Way degli Psychedelic Furs. Tutto trabocca di arte, cultura e delizie della natura. 

Il ritmo è lento, placido. Sullo sfondo l'incantevole paesaggio dai toni pastello della campagna cremasca, il sole che scalda la pelle e alimenta il desiderio. Qui, in questo mondo ideale, Elio e Oliver possono esprimere liberamente i propri sentimenti senza ostacoli, nè pregiudizi. Tra un arrangiamento di Bach suonato alla maniera di Litz, una corsa in bicicletta, un tuffo in piscina e fedeli servitori che si chiamano "Anchise".

Il film è colto, sensuale, profondo. Guadagnino traspone con tocco delicato sul grande schermo il romanzo di André Aciman, favorendo una totale immersione nelle atmosfere del film e nella psicologia dei personaggi. Ci fa percepire i tormenti di Elio, perdere negli occhi azzurri e sognanti di Oliver, sentire i silenzi, le carezze, i piedi che si sfiorano e si intrecciano.

"Chiamami col tuo nome" vanta almeno due scene cult. In primis il toccante dialogo-confessione con un genitore illuminato, che rompe lo stereotipo dei padri che al cinema sono per il più delle volte ostili all'omosessualità dei figli: " Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent'anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa... che spreco!". E poi la pesca. Sì, la pesca. Morbida, vellutata, succosa. Protagonista della scena più esplicitamente erotica del film: “Quella scena – ha dichiarato Guadagnino - volevo toglierla dalla sceneggiatura. Nel libro è così forte ed esplicita e pensavo che non potesse esistere nella vita reale". Poi ha cambiato idea.

Ah: prima di andar via dalla sala, aspettate che si concluda la sequenza sui titoli di coda.

Marianna Monte

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