«La scomparsa di mia madre, Benedetta Barzini»: intervista a Beniamino Barrese

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Del giovane regista Beniamino Barrese e del suo primo documentario dedicato alla madre, Benedetta Barzini, prima top model italiana della storia.

«Ti becco in un buon momento?»

«Sono per strada, ma va benissimo. Cominciamo».

La voce calda e gentile di Beniamino Barrese mi accoglie al telefono durante il suo tragitto verso casa. Continua a rispondere alle mie domande senza fermarsi, mentre va su e giù per le scale, si infila nei vagoni affollati della metro. Fin quando non lo sento armeggiare con la serratura della sua abitazione milanese.

Lui, 33 anni, è un giovane e promettente regista. La madre, Benedetta Barzini, è la prima top model italiana della storia. La prima a comparire sulla copertina di Vogue America.

È lei che, nella New York degli anni '60, campeggiava sulle riviste di moda patinate puntando i fieri occhi neri dritti verso l'obiettivo. Lei che frequentava Andy Warhol e Truman Capote. Sempre lei che resisteva alla corte di Ted Kennedy.

La Barzini nello studio del fotografo Richard Avedon (sullo sfondo). Foto: LaPresse

Fabulous, Divine!” le urlavano i fotografi. Ma la Barzini è sempre rimasta coi piedi per terra. “La fotografia è una bugia”, “La mia persona non è fotografabile”, ha dichiarato più volte.

Beniamino, però, non ha mai smesso di fotografarla, fin da quando aveva 10 anni. Fin da quando ha trovato in un armadio il suo portfolio di modella. Frammenti di un passato di cui Benedetta si vuole liberare. Stanca dei ruoli e degli stereotipi in cui la vita ha cercato di costringerla, nel corso degli anni la Barzini ha portato infatti avanti un progressivo percorso verso il distacco dalla civiltà dell'immagine. Verso una vita ridotta all'essenziale. Dopo aver accantonato la professione di modella è stata giornalista, poi docente di Antropologia della moda. Adesso ha un unico sogno: scomparire. Vivere l'ultimo capitolo della sua vita lontano da una società troppo egocentrica, che non sente più sua. Un po' come “morire da vivi”, sostiene. Rinascere in un mondo diverso. Lontana da soldi, cellulari, bollette dell'Enel.

Foto © Beniamino Barrese

Ma Ben (come lo chiama lei) non è pronto a lasciarla andare. Così ha trasformato il sogno della madre in un film: il documentario “La scomparsa di mia madre”.

Un film che è il suo primo lavoro di lungometraggio. Bello, intenso, vero. Beniamino riesce nell'intento di mantenere la distanza perfetta dall'oggetto del suo sguardo: sua madre. Il film non risulta né troppo invadente, né troppo distante da lei. Lui si vede pochissimo, ma ciò nonostante riesce a trasmettere con i suoi occhi che si muovono dietro la camera, così simili a quelli di sua madre, molto di sé stesso. E questa è una delle cose più belle che possano accadere in un film.

Mi racconta che in questo momento è in giro per il mondo per partecipare ai festival in cui viene presentato il suo docufilm. È appena tornato dall'Australia. Poi ci saranno Parigi, Los Angeles, Il Cairo, Rio De Janeiro, Theran. Lo sento affaticato, ma felice.

Al telefono parliamo di lui, del suo passato, del suo presente, dei suoi progetti … e, naturalmente, di sua madre.

Ecco cosa ci siamo detti.

Parlami della tua infanzia… Dove sei cresciuto?
Sono cresciuto in una grande casa vicino a Parco Sempione. Mia madre l’ha presa in affitto negli anni ’70, una volta tornata dall’America. Era una casa grandissima, avevamo così tante stanze libere che le affittavamo a studenti ed artisti. C’era sempre la porta aperta, mia mamma non la chiudeva mai. Ed era un ambiente bellissimo, pieno di libri, di luce, di incontri. Cene, feste.

Ti viene in mente un ospite particolare?
Un artista canadese ha vissuto con noi per un anno. A Natale ha costruito una scultura dell’albero in filo di ferro nel nostro salotto. Io, che ero ancora un bambino, dicevo: “Voglio l’albero di Natale vero!”. Poi mi sono abituato ad avere in casa anche cose più creative di quelle convenzionali. L’albero di Natale è rimasto lì per diversi anni.

Un ricordo speciale legato a tua madre.
Al mattino all’alba mi svegliavo sempre prima degli altri… andavo giù in salotto e guardavo le VHS, sempre le stesse. Avrò visto 300 volte Labirint con David Bowie, e altre 400 volte Senti chi parla con John Travolta. Quel tempo della mattina era il mio tempo preferito dove guardavo questi film all’infinito … E poi obbligavo sempre mia mamma a guardarseli con me. Solo che non voleva mai vederseli (ride, ndr). 

Come hai preso il suo cambiamento… la sua evoluzione negli anni? Il suo percorso verso una vita ridotta sempre più all’essenziale?
Diciamo che mia madre è molto generosa, non è mai stata una persona legata al risparmio. Ma ha sempre vissuto in maniera molto semplice e non ha mai badato alle apparenze. Poi negli ultimi anni, quando ha smesso di vivere con noi… ha iniziato a ridurre tutto all’essenziale. Non so bene perché. Prima viveva in una casa “normale”, adesso vive in una casa dove non c’è riscaldamento, non c’è la cucina. E’ un po’ particolare il modo in cui piano piano ha scelto di vivere. Meno ha e più è contenta.

Foto © Beniamino Barrese

Ti ricordi la prima foto che le hai scattato?
Appena ho avuto la macchina fotografica in mano ho iniziato a fotografarla, ma sempre con un po’ di timidezza e rispetto legato al suo rifiuto di questo mezzo. Non mi ricordo una foto precisa, ma nel 1995 siamo andati a fare un viaggio a Siviglia per Natale perché mia sorella studiava lì per l’Erasmus. In quell’anno ho usato i miei primi rullini 35mm.

La tua immagine preferita di lei … quella dove credi di aver catturato anche un po’ della sua essenza ... di quello che lei è per te.
La mia immagine preferita di lei è una che non posso far vedere: lei che prende il sole, tutta nuda, su uno scoglio, mezza immersa nel mare, con gli occhi chiusi. Non la posso far vedere perché me lo ha chiesto lei. La foto secondo me è bellissima, la sua pelle rugosa si confonde con le rocce. È molto “lei”. Mi piace anche molto una sua foto che la ritrae mentre insegna circondata dai suoi studenti.

Foto © Beniamino Barrese

Come mai a un certo punto hai deciso di voler girare un documentario su tua madre?
La motivazione più profonda credo di starla elaborando adesso. C’era il bisogno di riscattarla, di liberarla da un’immagine-prigione in cui era stata racchiusa, quella della donna bella. Questo è stato un peso notevole nella sua vita che le ha anche impedito di essere vista per altre cose. Volevo offrirle un po’ una liberazione. Dall’altra parte credo ci fosse un bisogno molto “mio”. Ho sempre subito il fatto di essere suo figlio, anche rispetto al giudizio degli altri. Sono stato sempre circondato da persone che pensavano fossi privilegiato grazie al fatto che mia madre fosse conosciuta o andasse in tv. Il fatto di elaborare questo rapporto, metabolizzare la bellezza della nostra relazione e riuscire a raccontarla senza vergogna è stata una mia forma di riscatto.

Foto © Beniamino Barrese

Ti è servito quindi … il film?
Sì. Mi è servito a instaurare un rapporto più sano con mia madre e col mondo esterno. Non sono più vittima del giudizio altrui ma l'ho un po' elaborato. Mi ci vorranno mesi, anni, ma ora io e mia madre sicuramente siamo più allo stesso livello, ci conosciamo di più.

Tu ti vedi pochissimo nel film, ma riesci a dire anche anche molte cose di te stesso…
All'inizio non volevo assolutamente comparire. Lei mi parlava mentre ero dietro la camera e io le dicevo “Stai zitta sennò mi rovini tutta l'inquadratura!”. Pian piano ho capito che la nostra relazione era comunque un elemento importante da mostrare. Lei a volte si rivolge a me con toni duri, mi scaccia perché non vuole essere ripresa. Una volta mi ha lasciato da solo in una stanza d'albergo, a Londra, non sapevo più come trovarla. E' stato bruttissimo, terribile. Ma ho voluto tenere comunque anche questi momenti perché sono stati funzionali a far vedere dentro mia mamma e dentro di me.

Hai capito qualcosa di più di lei?
Sì, in parte sì. Ma tante cose non le ho capite, sono ancora un mistero per me. Ho capito la sua umanità, le sue contraddizioni. Se leggi le sue interviste lei dice sempre che la famiglia è il male. Ma è una cosa in cui lei ha anche fallito. Avrebbe voluto avere un compagno, una famiglia più unita. Ha fatto del suo meglio, non c'è riuscita. Questo la rende ancora più umana e mi fa volerle ancora più bene.

Foto © Beniamino Barrese

Nel tuo film non compaiono mai figure maschili… Parlami di tuo padre, se ti va.
Mio padre è un talentuosissimo designer e artista, lui e mia madre si sono lasciati quando sono nato. Per me è stata anche una scelta non coinvolgere i familiari. Non era funzionale al racconto. È una storia di una donna la cui vita è stata plasmata dalle relazioni con gli uomini. Suo padre, gli uomini con cui ha fatto dei figli, i fotografi che l'hanno fotografata. Quindi dovevo togliere di mezzo tutti e lasciare solo lei.

Una scena del film che ti ha commosso?
Ci sono vari momenti in cui mia mamma si astrae... vedo che diventa pensierosa. C'è una scena in cui la osservo lavorare, cammina tutta curva con la schiena dolorante sollevando scatoloni. Io la riprendo, sentendomi in colpa. “Cazzo, son qui che riprendo e tu sei lì che hai 75 anni e stai sollevando scatoloni pesantissimi”, penso. Poi lei si siede davanti alla tele e il suo sguardo si perde nel vuoto mentre parte la canzone Tu sei l'unica donna per me. Ecco, lì mi sono commosso. Le immagini vedono certe cose, non possono “vedere i pensieri” di una persona. Ma nel momento in cui guardi una persona nei cui occhi c'è un mondo che puoi solo intuire io rimango estasiato.

NEW YORK, 28 NOVEMBRE 1966 - La Barzini a un ballo in maschera dello scrittore Truman Capote (Foto: LaPresse)

Per tua madre la bellezza è legata alla giovinezza. È così anche per te?
Lei lo dice usando canoni oggettivi che tutti subiamo. La società è costruita secondo quei canoni. È difficilissimo non sentirsene parte. Uno vorrebbe dire: “è bella la tua autenticità, è bello come sei tu, con tutte le tue imperfezioni”, però alla fine nel concreto uno si sente bello quando è fatto in un certo modo. È sempre una cosa doppia: c’è un gap fra teoria e “pratica”. È più complicato, più faticoso di come sembra. Ognuno dovrebbe fare un lavoro per resistere a certe imposizioni, cercare di accettare se stesso e chiedersi veramente chi è.

Sai dove vuole andare … per scomparire? Dimmi solo se lo sai.
No, non lo so... è una ricerca un po' sua. Temo non lo dirà mai a nessuno.

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