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Sanremo maschilista? No, è una malattia della canzone italiana

Nel suo libro, "Il maschilismo orecchiabile", Riccardo Burgazzi analizza i testi di una grossa fetta dei prodotti di musica leggera italiana alla ricerca di quelle frasi che oggi ci fanno sentire a disagio.

Nel suo libro, "Il maschilismo orecchiabile", Riccardo Burgazzi analizza i testi di una grossa fetta dei prodotti di musica leggera italiana alla ricerca di quelle frasi che oggi ci fanno sentire a disagio.

Sanremo è Sanremo, con tutte le sue polemiche – ora più strazianti che mai, complice anche il mondo del teatro (giustamente) in rivolta. Contrariamente all'anno scorso, Amadeus non si è ancora esibito in alcuna gaffe che lo lanciasse in pasto alle critiche, ma nessuno dimentica il famoso «passo indietro» che Francesca Sofia Novello avrebbe fatto - secondo il conduttore - con il solo essere la fidanzata di Valentino Rossi.

Sanremo è fatto anche di maschilismo. Sul palco. Nel cast. Negli abiti. Nelle difficilissime scalinate da scendere. Nei monologhi di Diletta Leotta sul body shaming (sì, anche lì). E anche nelle canzoni. Forse ora un po' meno perché si fa più attenzione a non sbagliare, ma il mondo della musica leggera italiana è costellata di frasi come Prendi una donna, trattala male o Le ragazze serie/non ci sono più/ti toccano il sedere/dandoti del tu. Con molta ironia e senza alcun atteggiamento di condanna, Riccardo Burgazzi, filologo ora devoto all'editoria, ha scritto Il Maschilismo Orecchiabile (Prospero Editore). L'obiettivo? Ridere e riflettere su quanto la musica può fare per le questioni di genere.

Com'è nata l'idea di scrivere Il Maschilismo Orecchiabile?

«Succede a tutti di ascoltare qualche verso le cui parole risultano in qualche misura stridenti. Poi ci si dice “ma in fondo è solo una canzone”, e si liquida la questione. Se però si tiene il conto di tutti i brani che ci danno quelle sensazioni, ci si accorge che sono parecchi. E durante la quarantena ho avuto tutto il tempo per crearmi un elenco! Ho ritenuto che questo esperimento fosse più utile da condurre sulla musica leggera, piuttosto che la trap o la neomelodica, perché fa parte del bagaglio culturale comune a tutti. Potremmo dire che canta il buon senso comune».

Cosa significa?

«Come dice Umberto Eco in Apocalittici e integrati, la canzone pop, essendo una prodotto standardizzato e presentando più o meno sempre la stessa forma, tende a dare conferme a chi la ascolta, con un effetto rassicurante. Da qui parte la mia analisi sociologica, che in modo ironico dimostra come la musica leggera sia lo specchio della società, dando voce a quello che spesso è il pensiero diffuso».

Come hai verificato questa teoria?

«Una volta stilato l’elenco delle canzoni che volevo considerare (oltre 170), le ho divise in otto grandi gruppi: donna angelo (la musa), donna immobile (quella che sta “sempre a casa che aspetta me”), donna Circe (dove è rappresentata la figura femminile come tentatrice), brani in cui c’è un lui che lascia lei (temerario Ulisse!) e brani in cui lei lascia lui (brutta cattiva, anzi, bella stronza!), poi playboy, stalker e grandi maestri d’amore. Tutte queste immagini o ruoli fanno parte del bagaglio di luoghi comuni di cui è da secoli, millenni infarcita la nostra cultura. E così, non ho dovuto far altro che giocare a guardare come questi luoghi comuni venivano inscenati ora in un testo, ora nell’altro».

Nella prefazione di Carlotta Cossutta, che si intitola Sono solo canzonette, si legge: «La cultura di massa da un lato fa emergere il senso comune, dall'altro cerca di garantirne la riproduzione». In che modo una semplice canzone riesce a fare tutto questo?

«Prendiamo ad esempio Quello che le donne non dicono, scritta da Enrico Ruggeri e cantata da Fiorella Mannoia. Ciò che passa è un affresco profondo e delicato della natura femminile. È un’immagine molto diffusa, dove in fin dei conti vediamo una donna passiva, dolcemente vulnerabile, che attende che l'uomo faccia i suoi danni, sbollisca e poi torni a chiedere scusa. Nelle sere tempestose/Portaci delle rose/Nuove cose/E ti diremo ancora un altro sì: quella cantata è una donna condannata ad essere succube, immobile. E questa è proprio l’idea che conferma ciò che è culturalmente noto, quello che la società considera, nel profondo, il giusto ordine delle cose».

Nel tuo libro hai creato dei club di personaggi cantati: quello dei tremendi, quelli che abbandonano, i Grandi Maestri. Chi sono quelli più maschilisti di tutti?

Non credo si possa dire che un gruppo sia più maschilista di un altro: sono sfumature diverse che stanno sotto quel grosso ombrello che chiamiamo maschilismo. Riteniamo più dannoso uno che grida, come fa Adriano Pappalardo, Ti seguo, ti curo,/ non mollo, lo giuro,/ perché sono nel giusto,/ perché io ti amo, autogiustificando con l’amore un pedinamento? O è più dannoso un Masini in Bella Stronza, dove c’è un lui che tradisce ("hai distrutto tutti i sogni della donna che ho tradito"), ma se lo fa lui va bene, mentre se lo fa lei allora “mi verrebbe di strapparti quei vestiti da puttana e tenerti a gambe aperte finché viene domattina”?.

Scrivi: «Disperato erotico stomp è forse la canzone che meglio descrive la condizione del lasciato». Perché? Che uomo è quello che viene lasciato nelle canzonette italiane?

«Perché così ironico, così crudo, ha ben riassunto tutte le sensazioni che prova “l’homo relictus” di cui parlo in quel capitolo. Ho diviso i tipi di uomo abbandonato in tre sottocategorie: coloro che si disperano (come ad esempio in Tutta mia la città o anche Anima mia, dove si proietta nel paesaggio esterno il proprio dramma); coloro che giudicano e che realizzano che se lei non c’è più è perché ha senz’altro un altro e, quindi, hanno perduto una proprietà (es. Laura non è più cosa mia!); coloro che odiano e quindi quando va bene inveiscono, quando va male arrivano perfino alla violenza. Ma ci sono anche esempi positivi in questo capitolo: si pensi a Quando un giorno sarai lontana di Jovanotti».

Qual è secondo te la canzone più maschilista mai presentata o che magari ha vinto a Sanremo?

«A scanso di equivoci, specifico che nel libro nessuna cantante e nessun cantante vengono accusati di maschilismo. Anzi, di più, si sostiene che non esistano persone maschiliste, ma atti, visioni e parole maschiliste. Ciò detto, a ben vedere, è difficile anche per un testo stimare il “livello di maschilismo contenuto”… ma posso senz’altro citarti un testo vincitore sia a Sanremo che all’Eurofestival che oggi credo proprio non verrebbe più scritto: Non ho l’età (Per amarti) di Gigliola Cinquetti (1964). Fondamentalmente il brano spiega che non sta bene che una giovine esca sola con un uomo maturo; è appropriato, semmai, che un amore fondato su desiderio e attesa (e perciò detto “romantico”) venga consumato solo a tempo debito (verosimilmente dopo il sacro vincolo del matrimonio). Ecco, verrebbe da dire che concetti del genere oggi siano del tutto superati (be’, “del tutto” magari in Danimarca, in Italia non ci metterei la mano sul fuoco), ma a ben vedere già quattro anni più tardi, nel ’68, sono stati il simbolo dell’oppressione di stampo conservatore contro la quale lottare».

Ma il maschilismo è ovunque, non solo nelle canzoni. Prendiamo i conduttori ad esempio: quali sono i vizi maschilisti che ancora non riescono a togliersi? E poi perché conduttori e ancora mai una conduttrice?

«Sanremo è da sempre il più grande spettacolo della televisione italiana, prima ancora che la tv diventasse una strumento di controrivoluzione culturale, come è successo platealmente con l’avvento di Mediaset. Lì il corpo della donna è stato utilizzato in modo quasi scientifico».

In che senso?

«Basti pensare a Striscia la notizia o ai quiz: almeno fino a qualche anno fa (non so se sia ancora così, ma è un fenomeno durato così tanto da aver creato un indubbio sostrato culturale) attorno a un presentatore uomo ballano una ventina di ragazze poco più che adolescenti in costume da bagno. Essendo un format Rai, Sanremo non potrà mai arrivare a quel livello, ma per restare su esempi musicali, ecco, potremmo dire che nell'uso del corpo femminile Mediaset sta alla trap come Sanremo sta alla musica leggera: la prima esplicita tutto, il secondo si appella al senso comune. E in Italia il senso comune voleva – e vuole ancora – un uomo a condurre una trattativa o a ricoprire una carica dirigenziale. Le cose stanno un po' cambiando, ma nemmeno troppo. Ancora oggi l'Italia non riesce a garantire una carriera paritetica alla donna: la maternità continua a essere un ostacolo, i salari sono minori, la disoccupazione è maggiormente femminile…».

Consigli per cantautori che vogliono ribaltare il maschilismo orecchiabile.

«Chi interpreta o chi scrive una canzone, costruisce un prodotto che sta sul mercato, e da qui non si scappa: per citare Guccini, «a canzoni non si fan rivoluzioni». Certamente, però, un artista dovrebbe sempre prestare attenzione al clima che lo circonda e alle nuove sensibilità che si vanno affermando. Uno scrittore, per scrivere qualcosa che funzioni, deve prima di tutto deve mettersi in ascolto. E la nuvola del buon senso, anche se lentamente e a volte a passo di gambero, sta evolvendo: oggi una donna difficilmente canterebbe “non ho l’età”. Ma è un percorso di liberazione molto complesso: stiamo parlando di cose che ci portiamo dietro da millenni, che sono profondamente radicate nella nostra cultura: del resto, la mela l'ha raccolta Eva e il vaso lo ha aperto Pandora».