Dark Tourism: il Giappone

Un’inquietante escursione nella "Foresta dei Suicidi", una gita a Fukushima, uno sbarco sull’isola-fantasma di Hashima: le tre attività top per dark tourist in viaggio nel Paese del Sol Levante.

Se gli Stati Uniti sono una perfetta destinazione per i viaggiatori con il gusto del macabro, il Giappone non è da meno. I cosiddetti dark tourist, infatti, sono attratti dai luoghi in cui si sono verificate calamità naturali, che abbondano nel Paese del Sol Levante, ‘forte’ di lunga storia di terremoti e tsunami. L’aggiunta di una foresta famosa per l’alto numero di persone che la scelgono per suicidarsi, poi, non fa altro che rendere l’arcipelago giapponese una meta top del dark tourism.

Dark tourism Giappone: la Foresta dei suicidi

In Giappone, i dark tourist non possono assolutamente perdersi la ‘Foresta dei suicidi’. E, infatti, difficilmente lo fanno. Situata ai piedi del monte Fuji, a meno di 150 km da Tokyo, Aokigahara è una foresta con alberi e arbusti talmente fitti da frenare l’azione del vento, e per questo molto silenziosa, resa inquietante dall’alto numero di suicidi che qui avvengono ogni anno. Abbandonando i sentieri, oltre al rischio di perdersi, c’è quello di imbattersi in corpi impiccati ai rami degli alberi, proprio come accadde allo youtuber Logan Paul, avventuratosi nella foresta nel 2017.

Come se questo non bastasse, secondo la credenza locale chi si suicida all’interno della foresta si tramuta in uno yūrei, cioè uno spirito maligno capace di convincere le persone più fragili a inoltrarsi nella selva, dove porre fine alla propria vita. In realtà, alla nascita della ‘leggenda nera’ di Aokigahara hanno contribuito vari fattori.

Innanzitutto, il fatto che in Giappone il suicidio sia considerato un modo onorevole per morire (come dimostra la pratica dell’harakiri). Nel 1960 c’è stata la pubblicazione del romanzo giallo Kuroi Jukai di Seicho Matsumoto, che termina con il suicidio di due amanti proprio in questa foresta, riportando alla luce le vecchie credenze popolari. Nel 1993 è uscito invece Il Manuale Completo del Suicidio di Wataru Tsurumui, dove tra i luoghi migliori per porre fine alla propria esistenza spicca la foresta Aokigahara. Che, ‘sdoganata’ anche in Occidente, è al centro dei film La foresta dei sogni (2015), con Matthew McConaughey, e Jukai – La Foresta dei Suicidi (2016), con Natalie Dormer. Nonostante i cartelli che all’ingresso e all’interno di Aokigahara provano a scoraggiare il suicidio, sono sempre di più le persone che la scelgono per commettere questo estremo atto: 108 già nel 2004. Poi, per scoraggiare il fenomeno, le autorità giapponesi hanno smesso di diffondere cifre ufficiali.

Foto: Ihor Cherednychenko © 123RF.COM

Fukushima Disaster Area Tour

Da Tokyo si può partire per il Fukushima Disaster Area Tour: dura un’intera giornata e porta i turisti nella prefettura di Fukushima, teatro del disastro nucleare causato dalla combo terremoto+tsunami dell’11 marzo 2011. Ci si può avvicinare, per quanto possibile, alla centrale nucleare devastata, che non si trova a Fukushima ma a Ōkuma (in altri tour si può vedere da un battello), percorrendo l’area con il divieto assoluto di fermarsi e/o aprire i finestrini. Si fa tappa nelle cittadine di Namie e Tomioka, uscite dall’exclusion zone nel 2017, dove sono più numerosi i turisti degli abitanti (di 21 mila residenti, solo 700 hanno fatto ritorno a Namie). Durante il viaggio viene fornito un misuratore di radiazioni, così da poter controllare personalmente che, adesso, è tutto a posto.

Hashima, l’isola-nave da guerra abbandonata

L’isola di Hashima è uno spettacolare esempio di tecnologia industriale, che ha avuto una vita breve e maledetta. Compresa tra le 505 isole disabitate della prefettura di Nagasaki (si trova a un'ora di navigazione dal capoluogo), fu colonizzata a partire dal 1890, anno in cui la Mitsubishi iniziò a costruire le prime abitazioni per i lavoratori che sempre più numerosi accorrevano sull'isola, dove si trovava un giacimento carbonifero. A un certo punto l’azienda finanziò anche un ampliamento dell’isola, che occupata da numerosi edifici (compresi scuola, ospedale e bordello) da lontano poteva addirittura essere scambiata per una corazzata. Conosciuta anche come Gunkanjima (isola della nave da guerra), leggenda vuole che durante la Seconda guerra mondiale sia stata addirittura silurata da sommergibili statunitensi.

Di sicuro, in quel periodo fu usata come campo di lavoro per prigionieri cinesi e coreani, utilizzati al posto dei minatori giapponesi richiamati al fronte. Finita la guerra, Hashima diventò uno dei luoghi più densamente popolati al mondo, con quasi 1.400 abitanti per ettaro nella zona residenziale. Qui vigeva una rigida separazione delle caste, con i lavoratori single costretti a vivere in minuscoli monolocali: l’apice fu raggiunto nel 1959, quando l’isola arrivò a contare più di 5mila abitanti. Diventò una città fantasma nel 1974, nel giro di pochi mesi (c’è chi dice una settimana), a seguito della chiusura dello stabilimento minerario. Dopo 35 anni di completo abbandono, nel 2009 Hashima è stata aperta ai turisti, che sbarcano per passeggiare tra le sue rovine, irrimediabilmente attratti dal fascino di questa ghost-island.

Foto apertura: andreiuc88 © 123RF.COM

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