Maria Rita Parsi: «Il Covid-19 ha smascherato i nostri problemi individuali e collettivi»

A livello psicologico che strascichi lascerà la pandemia di Coronavirus? Lo abbiamo chiesto alla psicopedagogista volto noto della tivù e presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus.  

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Depressione, ma anche di disturbi del sonno, dell’alimentazione e dell’apprendimento. Senza dimenticare la paura del contagio e la difficoltà a riprendere la vita di prima, causata dalla cosiddetta ‘sindrome del ventre materno’. Gli effetti psicologici dell’isolamento forzato che gli italiani hanno vissuto a causa del Coronavirus (di cui ancora non ci siamo liberati) possono variare molto, da persona a persona: influiscono il sesso, l’età, la situazione familiare, la capacità di empatia, il tipo di impiego, etc. A spiegarlo a DeAbyDay è Maria Rita Parsi, una delle più note psicopedagogiste italiane e presidente della Fondazione Movimento Bambino Onlus, che si occupa della tutela giuridica e sociale dei bambini, dei preadolescenti e degli adolescenti. Ovvero i soggetti che, insieme alle donne, dovranno fronteggiare le conseguenze psicologiche del lockdown più pesanti.

L’isolamento è finito e gli italiani stanno tornando alla normalità. Ma quali possono essere le conseguenze psicologiche del lockdown?

«Tutto dipende da com’è stato vissuto il periodo di isolamento. Nella famiglie ‘equilibrate’ e ‘contenitive’, seppur quasi sempre privati dei nonni che sono figure importantissime dal punto di vista affettivo, i figli si sono trovati a vivere in modo sereno, approfondendo, se non riconquistando, il rapporto con i genitori, prima spesso assenti per lavoro, e con i fratelli. Ad usufruire di queste situazioni sono stati, in particolare, i bambini più piccoli. I preadolescenti, invece, che avrebbero voluto uscire con gli amici, un po’ meno. Non parliamo, poi, degli adolescenti…».

E nelle famiglie problematiche cosa è successo?

«Nelle famiglie problematiche e disfunzionali è stata durissima, con adulti costretti a stare insieme anche se in conflitto e episodi di ‘violenza assistita’, alla quale sono stati sottoposti i minori, testimoni dei litigi tra i genitori, acuiti dal fatto di vivere, in pratica, agli arresti domiciliari. Per non parlare ,poi, dei maltrattamenti fisici e psicologici che possono aver subito. In queste famiglie, i ragazzini si sono sentiti come topi in gabbia e tanti adolescenti si sono chiusi nella loro camera. Quelli, naturalmente, che potevano averne una! Tanti membri di queste famiglie, durante la Fase 2, sono diventati vittime di depressione, dipendenza da farmaci, alcol, web, nonché di disturbi del sonno, dell’alimentazione e dell’apprendimento».

Ha parlato di giovani chiusi in camera: proprio come gli hikikomori giapponesi.

«Soprattutto dove le famiglie non sono contenitive, Internet è diventato un valido alleato per non vivere i conflitti in atto. Così, durante la quarantena, c’è stato proprio un “rifugiarsi” nel web, per seguire le lezioni online, per giocare ai videogames, per restare in contatto con gli amici. Per tanti ragazzi, però, la fuga dalla realtà è, poi, diventata una vera e propria dipendenza: una ‘Internet addiction’ che può produrre gravi alterazioni del comportamento, in famiglia e nel sociale. C’è poi da considerare il lavoro delle donne».

In che senso?

«Durante il lockdown le donne sono diventate come Atlante, che aveva l’intero peso del mondo sulle spalle: dalle faccende domestiche, alla cura dei figli, al lavoro da remoto. In molti casi, è toccato tutto a loro! E questo, in situazioni familiari già conflittuali, con l’aggiunta dell’incertezza del futuro causata dalla pandemia, è stato per le donne che l’hanno vissuto un’ulteriore calamità».

Riassumendo, dal punto di vista psicologico la pandemia ha colpito maggiormente le donne e i bambini. I più piccoli, in particolare, hanno sofferto l’isolamento perché privi degli strumenti per capire questo sacrificio?

«Certamente! I bambini, soprattutto perché privati del gioco e della socializzazione con i coetanei, avrebbero dovuto e debbono essere aiutati a capire quel che è successo. E, ancora, essere preparati a quel che potrebbe ancora accadere. Servono, perciò, educatori qualificati, esperti ‘a misura di bambini’, capaci di trasmettere loro, con efficacia, le difficoltà legate alla crisi e aiutarli ad affrontare questo ‘passaggio’, trasformando i problemi in opportunità di nuove conoscenze e di nuovi modi di comunicare. ‘La Formazione dei Formatori’ è, non a caso, al primo punto tra le proposte della Fondazione Movimento Bambino Onlus in vista dell’apertura dei Centri Estivi, per i quali sarà anche necessaria una mappatura dei luoghi dove potrebbero essere decentrate le attività, in ragione delle mutate prossemiche attivate, per evitare il contagio da Covid-19. Oltre, poi, all’individuazione di tutte le risorse umane, pubbliche e private - insegnanti, educatori, volontari etc. - che possono contribuire a sostenerne la realizzazione».

Torniamo agli adulti. Che cos’è la ‘sindrome del ventre materno’?

«La reclusione forzata ha, in molte persone, dato vita a una regressione: in tanti sono tornati a casa e, tra le mura domestiche, protetti dal virus e dal suo contagio, come in un contenitivo ‘grembo materno’ si sono sentiti rassicurati. Tanto da sperare addirittura in un prolungamento del lockdown. Il fatto che fosse un isolamento obbligato ha anche fatto cadere i sensi di colpa per chi non ha potuto lavorare da remoto. Per parecchia gente, insomma, è stata una soluzione, seppure provvisoria. Come dire: ‘Mi prendo una pausa prima di dover nuovamente affrontare le difficoltà, i problemi, le incertezze quotidiane della vita».

La parola ‘sindrome’ dovrebbe avere una connotazione negativa. Ma non sembra così male…

«Chi aveva sicurezze dal punto di vista lavorativo ha potuto affrontare la quarantena come un momento di pausa dalle fatiche e dalla competizione di tutti i giorni. Per molti, dunque, ‘regredire’ è stato, perfino, piacevole, confortante, liberatorio. Per altri, invece, l’isolamento è stato un problema serio: c’è chi ha passato il suo tempo ingozzandosi di cibo oppure vedendo una serie tv dopo l’altra, prediligendo magari quelle su crimini e criminali, horror, catastrofi. C’è, poi, anche chi è diventato dipendente dal gioco d’azzardo sul web o dalla pornografia online».

In linea generale, a chi ha fatto bene il lockdown?

«A chi aveva gli strumenti psicologici, la formazione culturale, spirituale, sociale e - perché no! - virtuale, per affrontare anche una ‘prova’ come questa. Dunque, soprattutto a chi si era preso già cura di sé, fisicamente ma, soprattutto, mentalmente. E, ancora, a chi aveva tutelato ed arricchito i suoi rapporti familiari e sociali, ben prima del lockdown. A chi insomma era attrezzato per affrontare i momenti drammatici della vita, coltivando l’empatia o ricercando il sostegno da parte degli altri. Chi, invece, ha vissuto la pandemia come una punizione divina, come una rovina totale, ha passato due mesi d’inferno, in casa. E, adesso, riprendendo la vita anche fuori, forse non riuscirà a vivere nel modo migliore la ripartenza, evidenziando solo i pericoli, i danni, le difficoltà che, certamente, ci saranno anche nelle fasi successive».

Un consiglio a chi ha paura, uscendo, di essere contagiato?

«A costoro dico che i nemici esterni, tra i quali il Covid-19, non sono mai paragonabili al ‘nemico interno’, così come lo definisce il grande psichiatra Fabrizio Di Giulio. Gli uomini,infatti, hanno affrontato e superato insieme guerre e ogni genere di calamità, aiutandosi a vicenda. Il nemico interno,invece, è tutto ciò che di negativo e traumatico una persona ha messo da parte, rimosso e non risolto dentro di sé e intorno a sé. E che una calamità individuale e collettiva come il Covid-19 ha slatentizzato, fatto riemergere. Così, tante persone si sono ritrovate a fare i conti con i nodi della propria vita, a scoprire in che cosa avevano sbagliato, cosa li turbava o li perseguitava. E, in tal senso, hanno trovato insopportabile la prova. Il vero nemico, per loro e per tanti, è stato ed è proprio questo!»

Si tratta, dunque, di un nemico che non si sconfigge con la mascherina.

«Il Covid-19, per cui abbiamo messo la mascherina, ha smascherato i problemi individuali e collettivi che abbiamo, ovunque nel mondo, invitandoci a risolverli. Se possibile, una volta per tutti! Sto pensando a sanità, educazione, ecologia, salute mentale, assistenza agli anziani e ai diversamente abili, burocrazia, povertà, criminalità. La speranza è che l’umanità possa fare tesoro di quello che è successo e che la pandemia diventi un’opportunità. Non dobbiamo, né possiamo fare finta di nulla e ricominciare come se nulla fosse accaduto. Il Covid-19 può essere l’occasione per un vero, radicale cambiamento».

In tanti hanno perso il lavoro. Molti temono di fare la stessa fine. Che cosa possiamo dire loro?

«Per chi ha paura di perdere il lavoro, per chi, in effetti, lo ha già perso, le chiacchiere stanno a zero. Servono sussidi, alleanze, tutti i supporti economici, sanitari, legali, pubblici e privati, che si possono attivare, visto che, al momento, per tanti è impossibile tornare al lavoro».

Da piscoterapeuta, come valuta la comunicazione riguardante la pandemia?

«Decisamente pervasiva. Non si possono, in modo martellante, emettere, quotidianamente, a tutte le ore, ‘bollettini di guerra’ attraverso i mezzi di comunicazione di massa, pubblici e privati. E, poi, c’è stata una mancanza di chiarezza e di prudenza: sono state date, costantemente, notizie contraddittorie sul da farsi. È bene informare. Ma se un giorno dai un’indicazione e il giorno dopo un’altra che è, realmente o apparentemente in contraddizione, mandi la gente in confusione. La comunicazione deve essere psicologicamente calibrata, fatta valutando l’effetto che può produrre nelle persone. Soprattutto su quelle fragili e/o prive di strumenti. E non deve fagocitare tutti i programmi, anche di intrattenimento. Purtroppo, finora, non è andata così».

Che eredità ci lascerà il coronavirus nei rapporti interpersonali?

«Forse conosceremo gli altri sempre più virtualmente. In tal senso ci sono, però, anche aspetti positivi: basti pensare ai genitori che, online, si sono confrontati con gli insegnanti come mai avevano fatto prima dal vivo. Dovremo però tenere a mente che reale e virtuale sono realtà molto diverse: sì all’utilizzo del virtuale ‘virtuoso’ per studiare e rimanere in comunicazione quando non ci si può incontrare. Ma bisogna fare attenzione, poiché il troppo uso del web induce alla dipendenza mentre i rapporti reali de visu, nella vita quotidiana, sono fondamentali: il contatto fisico e gli abbracci sono un beneficio inestimabile per star bene e crescere psicoaffettivamente. A qualunque età!».

Foto di apertura@Gianluca Mosti

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