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Psicopandemia: le domande di supporto psicologico e le risposte (insufficienti)

Dal bonus psicologo allo psicologo di base. Perché diventa sempre più urgente rafforzare i servizi di salute mentale in Italia per rispondere al bisogno di supporto in aumento crescente a causa della pandemia.

Dal bonus psicologo allo psicologo di base. Perché diventa sempre più urgente rafforzare i servizi di salute mentale in Italia per rispondere al bisogno di supporto in aumento crescente a causa della pandemia.

Chiamarla emergenza ha francamente stancato. Ciascuno di noi, per come ha potuto, sta da tempo facendo i propri conti con le conseguenze economiche, professionali, sociali - e chissà a quanti altri livelli di profondità emotiva - di una pandemia sanitaria inedita per il mondo in cui viviamo. Non considerare proprio questa stanchezza come sintomo di un altro malessere diffuso di una epidemia che dilaga all’ombra di Covid 19 è però quanto in tanti non possono più sopportare. In queste ore sono le società scientifiche che si occupano di Salute mentale a ricondurre – non per la prima volta a dire il vero da quel famigerato febbraio 2020 – l’attenzione sulle ripercussioni che a livello psicologico questo lungo periodo di incertezza e di imprevedibilità sta comportando.

A fine gennaio 2022 è stata indirizzata al ministero della Salute e alle regioni una lettera firmata da 21 realtà associative e aggregazioni professionali in cui si chiedono interventi diretti e immediati per favorire trattamenti psicologici e psicoterapici a fronte di una crescente domanda di supporto specialistico.

“Il fenomeno che notiamo – premette Santo Di Nuovo, presidente dell’Associazione italiana di psicologia (AIP) – è un accentuarsi di sintomi legati all’ansia e alla depressione in circa il 40% della popolazione. Spesso si tratta di sindromi non gravi ma questo denota comunque un forte impatto che la pandemia ha avuto nel tempo sui bisogni di salute degli italiani. Nel primo periodo dell’emergenza sanitaria grazie al numero verde dello sportello di consulenza psicologica telefonica abbiamo intercettato molte richieste di aiuto. Si è potuto così in qualche modo temporaneamente far fronte a un bisogno via via dilagante. Oggi però il sistema stenta a dare risposte strutturate e la lettera vuole ribadire che non possiamo più proporre solo soluzioni tampone ma occorrerebbe porre strutturalmente a regime la psicologia e la psicoterapia come servizio pubblico. Pur quando supereremo l’emergenza sanitaria, non potremo chiudere gli occhi di fronte al malessere che persisterà in moltissime famiglie e migliaia di persone, e questo in tutte le regioni italiane, senza grandi differenze territoriali.

All we need is a psicologo

Psicologo, mai più senza? Sembra che sempre più persone inizino a pensarla così: secondo un’indagine del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi (ma ce ne sono diversi disponibili) “8 italiani su 10 chiedono lo psicologo nella scuola, e tra i ragazzi la percentuale è 9 su 10. Due italiani su tre lo chiedono in aiuto al medico di famiglia, negli ospedali, nei servizi sociali, nelle carceri. Sette lavoratori su dieci lo vorrebbero nelle aziende”.

Ai sondaggi, però, occorrerebbe affiancare i dati di accesso ai servizi territoriali disponibili e lo
strumento più fedele è il Rapporto Salute Mentale redatto annualmente dal Ministero della Salute su raccolta dati regionali e che documenta i numeri degli interventi sanitari e sociali in questo ambito. L’ultima edizione disponibile è del 2019, antecedente alla prima ondata del coronavirus nel nostro Paese, ma già contiene elementi importanti che permettono di capire che una questione aperta con la scarsità di servizi ce l’avevamo già.  

La pandemia ha evidenziato problemi preesistenti - commenta Gemma Calamandrei, direttrice del Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale all’Istituto superiore di Sanità - e un evidente insufficiente investimento di risorse già da prima del 2020: nel report relativo al 2019 si evince  una progressiva riduzione degli interventi psicosociali erogati dai servizi dedicati alla salute mentale per la gestione dei disturbi più gravi con una tendenza quasi ribaltata invece rispetto all’aumento della somministrazione di farmaci. Certamente i farmaci sono parte delle azioni terapeutiche ma il loro uso va accompagnato ad altri strumenti di terapia. Inoltre spesso i disturbi cosiddetti lievi quali ansia e depressione non vengono intercettati perché mancano presidi dedicati. Il medico di base potrebbe avere un ruolo importante in questo senso ma necessita di una formazione specifica, per non limitarsi solo alla prescrizione di farmaci. Senza l’intervento psicoterapeutico o psicologico il rischio che forme lievi di disagio psicologico si cronicizzino è elevato.

Ma perché è importante contattare uno specialista se qualcosa, nella mente, non va? 

Secondo i primi effetti del lockdown raccolti dall’osservatorio PASSI 2020  c’è l’aumento dei sintomi depressivi riscontrato prevalentemente nelle persone con difficoltà economiche, nelle donne e nei giovani adulti: preoccupazioni per il futuro lavorativo e famigliare sono state le principali fonti di preoccupazione nella popolazione mentre l’isolamento ha esposto la popolazione più anziana e fragile ai disturbi mentali e l’atteggiamento resiliente tanto celebrato come virtù del nostro tempo può prestare il fianco a stigmatizzazioni delle patologie della sfera psichica. Nel 2021 le ansie si sono acuite anche di fronte alla tensione spesso sfociata dal dibattito in ambito politico e scientifico con conseguente confusione tra la gente circa la personale visione sulle disposizioni e gli obblighi di legge. E’ cronaca quasi quotidiana lo scontro sociale intorno agli orientamenti di pensiero che contestano in particolare le disposizioni sulla Certificazione verde e sul tema della vaccinazione.
 
“In letteratura gli specialisti si riferiscono a un fattore importante che influisce sullo sviluppo di una patologia psichiatrica e può comportare prognosi peggiori, è la durata di malattia non curata e si riferisce all’intervallo di tempo che corre tra l’esordio di un particolare disturbo e l’impostazione dei primi trattamenti – dichiara Anna Meneghelli, presidente dell’Associazione italiana per la prevenzione e l’intervento precoce sulla salute mentale (AIPP), società tra i firmatari della lettera al governo - . A questo elemento aggiungiamo la specifica che nelle malattie mentali gravi le ricerche provano che l’insorgenza avviene nell’età giovanile, non oltre i 30 anni. Se alla fascia di popolazione più giovane, che in questa società potrebbe non avere la disponibilità economica per accedere a un servizio specialistico, non garantiamo una rete assistenziale qualificata, sul territorio o presente nei contesti di vita sociale di questa fascia d’età, non saremo in grado di intercettare tempestivamente disturbi al loro esordio e intervenire, anche, con costi ridotti per il sistema pubblico. Che poi si traducano in voucher o bonus ha certamente un’ utilità, ma non possiamo abbassare la guardia sul fatto che la popolazione adolescenziale e giovanile si sia ritrovata a soffrire maggiormente negli ultimi due anni può vivere una rischiosa situazione di vulnerabilità. Riportando il titolo dell’ultimo congresso AIPP, la prevenzione è cura”.
 
Dal bonus psicologo allo psicologo di base, le proposte per rispondere alla “psicopandemia
L’ipotesi di un voucher che avrebbe dovuto permettere di accedere alle consulenze di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri è stata esclusa dall’ultima legge di Bilancio generando nell’opinione pubblica un’ondata di proteste. Su Change.org è attiva una raccolta firme (siamo quasi a 300 mila) per chiedere al governo di reinserire questa proposta al primo provvedimento utile, cosa che il Governo sembra intenzionato a fare all’interno del decreto Milleproroghe. Ma può essere questa la soluzione alla “psicopandemia”?

“Se da un lato occorre rafforzare i servizi salute mentale sul territorio territorio (soprattutto dedicati ad alcune fasce vulnerabili di età) in questa direzione  alcuni passi sono stati fatti come lo stanziamento di 20 milioni per la neuropsichiatria infantile con l’aumento di posti letto e il potenziamento delle rete territoriale  – prosegue Calamandrei - dall'altra occorre capire come il PNRR potrà finanziare soluzioni per città più sostenibili, e favorire soluzioni abitative con conseguente vantaggio di un benessere generalizzato e di una maggiore integrazione nella comunità delle persone con disabilità psicofisica.

Il Bonus psicologo, se sarà introdotto, dev’essere visto come una soluzione emergenziale e accompagnato dal potenziamento dei servizi pubblici dedicati”.
“Le risposte semplici ai problemi complessi non possono essere vere – aggiunge Di Nuovo -. Non si può pensare di ridurre in pochi slogan la complessità che questa situazione stressante che da due anni a questa parte ci ha travolti. E neppure la comunicazione agli operatori, ai cittadini si può semplificare, come spesso si fa sui media. Ci sono disturbi lievi per cui anche questi bonus potranno essere una soluzione ma occorre non rimandare la carenza strutturale e di persone adeguatamente formate che andrebbero inserite a potenziare la rete di supporto psicologico territoriale cui anche una figura di psicologo di base può contribuire efficacemente”.