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L’ex le diede fuoco, Maria Antonietta Rositani: «Denunciate, dal baratro si può uscire»

A marzo 2019, dopo 18 anni di violenze, Ciro Russo evase dai domiciliari per ucciderla. Si salvò grazie a una pozzanghera. Duecento operazioni chirurgiche dopo, è finalmente uscita dall’ospedale. Ma lo Stato non supporta economicamente né lei né i figli. L’intervista. 

A marzo 2019, dopo 18 anni di violenze, Ciro Russo evase dai domiciliari per ucciderla. Si salvò grazie a una pozzanghera. Duecento operazioni chirurgiche dopo, è finalmente uscita dall’ospedale. Ma lo Stato non supporta economicamente né lei né i figli. L’intervista. 

È il mattino del 12 marzo 2019. Maria Antonietta Rositani esce da casa sua, a Reggio Calabria, per portare a scuola i suoi due figli come tutti i giorni. A un certo punto si trova davanti il suo ex marito, Ciro Russo, che doveva trovarsi agli arresti domiciliari a 500 chilometri di distanza. La sperona in auto, poi inizia a dare fuoco alla vettura che guidava. Le versa benzina addosso, le fiamme divampano. Maria Antonietta chiama la polizia: “Venite, mio marito mi sta ammazzando”. Intanto cerca disperatamente di salvarsi dal fuoco, strappandosi i vestiti e infilando il viso in una pozzanghera. “Mi urlava: muori. Non muoio, gridavo, devo tornare dai miei figli. C'era una pozzanghera, il giorno prima aveva piovuto, e mi sono buttata lì. Grazie a quella pozzanghera sono viva”. 
Sono passati due anni da quell’atroce mattina e Maria Antonietta è viva. È viva ma ha dovuto affrontare oltre 200 interventi chirurgici per curare il suo corpo mangiato dalle fiamme. Ha vissuto un anno e mezzo in ospedale, in piena pandemia, ferma a letto senza la presenza costante dei suoi figli a causa delle restrizioni Covid, senza mai mollare. Oggi è a casa, dove è tornata il 24 novembre 2020, felice con i due suoi figli, ma quello che quell’uomo le ha fatto resterà indelebile sul suo corpo. 

Maria Antonietta poteva essere salvata ma nessuno ha fermato quell’uomo, che il 12 marzo 2019 doveva essere a Ercolano (Napoli) agli arresti domiciliari dopo una condanna di tre anni e due mesi per le violenze commesse nei confronti della moglie e la figlia. Quella mattina ha rubato l’auto del padre, ha comprato cinque bottiglie di benzina e ha iniziato a guidare, deciso ad ammazzarla. Il suocero di Maria Antonietta si era accorto che il figlio era evaso e aveva chiamato immediatamente i carabinieri di Ercolano per avvisarli: “È scappato per andare dalla moglie, le farà del male”, aveva detto loro alle 8 e cinque del mattino. Era la quarta denuncia. Ma nessuno si è attivato per proteggerla. Nessuno ha chiamato gli agenti di Reggio Calabria. 

In occasione dell’8 marzo, raccontiamo la forza di una donna che non meritava di essere lasciata sola. 

maria antonietta rositani

Maria Antonietta, prima di tutto come sta oggi? 
Sto facendo molte cure, massaggi e fisioterapia perché purtroppo le ustioni sono molto profonde e hanno formato dei cheloidi (sono delle lesioni cicatriziali, ndr) che impediscono la circolazione e una mobilità completa. Mi faccio forza e sono molto felice di essere a casa, ma serviranno ancora molto tempo e tante cure prima di poter tornare a una parvenza di normalità. La mobilità è compromessa e alcuni danni sono permanenti. Purtroppo in casa ho bisogno di aiuti: non sono autosufficiente. 

Come è stato tornare a casa?
Meraviglioso, perché dopo tanti mesi ho potuto riabbracciare i miei cari e tornare dai miei figli, con cui vivo. Da un lato è stato però anche doloroso: vivevo in casa con mia nonna da quando sono nata, che purtroppo mi ha lasciata l’anno scorso, mentre ero in ospedale. Sono tornata nella casa dove manca oggi lei, che per me era come una madre. 

Com’è stato vivere una pandemia in ospedale? Come è riuscita a tenere duro?
Non è stato facile affrontare sia la mia sofferenza che quella degli altri. Purtroppo quando ci si trova in ospedale si tende ad assorbire anche quella altrui. Ma la prova più difficile è stata essere lontana dai miei figli.

Si è sposata molto giovane, a 21 anni. I maltrattamenti sono iniziati subito?
Purtroppo sì, sono cominciati molto presto. Il primo calcio mi è stato dato addirittura quando ero incinta di mia figlia Annie, ma l’amore che provavo all’epoca per quell’uomo mi accecava. Ed è per questo che vorrei lanciare un messaggio alle ragazze giovani. 

Quale? 
Pensavo sempre che ogni gesto di violenza sarebbe stato l’ultimo, mi convincevo che mio marito sarebbe cambiato. Invece no: con la violenza si entra in un baratro dal quale non si riesce più a uscire. Cerchi sempre di colpevolizzarti e giustificare lui, ma purtroppo non si risolve nulla. Gli schiaffi e le umiliazioni continuano, anche per motivi assolutamente futili, come una pentola che cade a terra. 

Le violenze sono durate per tutti i 18 anni del suo matrimonio.
Sì. Credevo fosse l’uomo della mia vita e sopportavo, è come un plagio quello che si subisce quando si è vittime. E ci si abitua a vivere costantemente nell’ansia e nel terrore. Non riesci a ribellarti perché hai paura, e pensi di non essere in grado di farlo. 

Sua figlia assisteva alle aggressioni?
Sì. Non solo: cercava anche di mettersi in mezzo per evitare che suo padre mi facesse del male. 

Ha sopportato le violenze di suo marito per quasi 20 anni. Mi racconta cosa l’ha portata a riuscire a ribellarsi a un certo punto?
Proprio l’amore per mia figlia. Una violenza che lei ha subito da parte del padre mi ha portato ad aprire gli occhi e finalmente riuscire a ribellarmi a lui. 

Quindi è stata sua figlia a salvarla.
Sì. Il giorno in cui lui le ha dato uno schiaffone e ho visto il sangue sulla sua bocca, ho capito. Ho capito che il vero amore era quello che provavo verso di lei, non nei confronti di quest’uomo. Non potevo permettere di metterla in pericolo. 

Cosa accadde dopo?
I carabinieri che arrivarono a casa mi risposero che lo schiaffo di un padre non è nulla di strano, succede. 

Dopo la denuncia cosa avvenne? 
Purtroppo non venne fatto nulla. Il 5 gennaio del 2018 mio marito venne arrestato in flagranza di reato, poi gli vennero concessi gli arresti domiciliari che gli hanno permesso di evadere ad Ercolano, mettersi in auto e arrivare a Reggio Calabria per cercare di darmi fuoco. 

Ci fu un altro episodio gravissimo: una sua denuncia rimasta nel cassetto della caserma.
Esatto, mio padre un giorno andò in caserma, parlò della mia situazione con un maresciallo donna, che aprì il cassetto e rovistando trovò la denuncia. Se ne erano dimenticati: è assurdo.

Oggi, a due anni dall’aggressione e dopo il calvario che ha dovuto affrontare, si sente tutelata?
No, ho ancora paura. Non posso sentirmi tutelata da uno Stato che non ha fatto nulla per me, anzi, ha contribuito a far sì che lui potesse farmi del male. Se agli arresti domiciliari ci fossero stati i giusti controlli e se Ercolano avesse avvertito Reggio Calabria comunicando che era evaso, forse oggi noi non saremmo qui a parlare. 

maria antonietta rositani

Maria Antonietta Rositani durante il ricovero con il dottor Fabio Cristiano

Lei è sempre sorridente, nonostante tutte le prove che ha affrontato e affronta ancora oggi. Si concede mai il diritto di crollare?
Sa, chi mi vede oggi può pensare che essendo tornata a casa io sia serena e vada tutto bene. Non è davvero così. Per me la vita va presa con il sorriso perché è bella in ogni sua sfaccettatura: anche nel periodo del mio primo ricovero a Bari ringrazio Dio perché ho potuto conoscere delle persone meravigliose, ho incontrato una nuova realtà di vita che mi ha fatto crescere e non posso che ringraziare per questo. Però avere sempre il sorriso stampato in viso e mettersi un rossetto non significa stare bene: io non sto ancora bene. Voglio però che traspaia una luce per tutte le donne che lottano, voglio dire loro che dal baratro si può uscire

So che lei vorrebbe tornare a lavorare ma non è ancora possibile.
Purtroppo no, e per me è molto triste, anche perché devo andare incontro a una serie di spese esagerate. Le cure che devo affrontare sono tantissime, ma non ho nessuno aiuto economico. 

Lei e i suoi figli come vi mantenete?
Con l’aiuto dei miei genitori. E con gli innumerevoli sacrifici che mio padre purtroppo fa tutt’oggi per poter far fronte a tutte le mie spese. Lo Stato non fa nulla purtroppo, se io non avessi i miei genitori morirei di fame. Per questo mi batto per una legge che possa tutelare le donne nell’immediatezza del reato affinché possano sostenere le proprie cure e soprattutto i propri figli. Se non avessi avuto una famiglia alle spalle cosa sarebbe stato di me e dei miei figli? La legge stabilisce che solo se il genitore muore è previsto un supporto economico (il fondo per gli orfani di femminicidio introdotto dalla legge del 2018, ndr). 

Lei si impegna quotidianamente nel dire alle donne di trovare il coraggio di denunciare.
Sì, molte donne mi scrivono che vorrebbero farlo, ma che magari non hanno un lavoro e non saprebbero come andare avanti. Io però chiedo loro: “Ma se muori?”, “Come faranno i tuoi figli, con una madre morta e un padre in carcere per omicidio?”. Pensateci, è meglio denunciare. In qualche maniera il modo di mangiare si trova, ma bisogna essere vive. 

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