Società

Dieci anni senza Amy

La regina del soul bianco moriva il 23 luglio 2011, sopraffatta dalle dipendenze e dal peso del successo. Un nuovo documentario della BBC racconta la Winehouse che (forse) non conoscevate.  

La regina del soul bianco moriva il 23 luglio 2011, sopraffatta dalle dipendenze e dal peso del successo. Un nuovo documentario della BBC racconta la Winehouse che (forse) non conoscevate.  

Amy che sconvolse la classifiche. Amy la regina del soul bianco. Amy dalla voce devastante, con la cofana in testa, i mille tatuaggi e il trucco alla Cleopatra. Amy beccata disfatta dai paparazzi. Amy dipendente da alcol (nomen omen) e droghe. Amy la tossica che andava in rehab, ma anche «no, no, no». Amy che entrò nel Club 27 dieci anni fa (pazzesco…), il 23 luglio 2011. Certo, Amy Winehouse era tutto questo, ma anche molto altro.

Janis racconta Amy

Prima di tutto questo, prima del successo planetario di Back to Black ma anche dell’esordio discografico Frank (anno 2003, applaudito dalla critica), c’è stata una ragazzina problematica cresciuta nei sobborghi di Londra, che i fan potranno conoscere nel documentario della BBC Amy Winehouse: 10 Years On. «Non credo che il mondo conoscesse la vera Amy, quella che io ho cresciuto», ha detto la madre Janis, farmacista in pensione da tempo ammalata di sclerosi multipla: «Mi preoccupo del giorno in cui cesserà di essere viva nella mia testa e nel mio cuore. Non voglio che quel giorno arrivi mai». Il film, che includerà interviste ai familiari e agli amici della cantante, arriva a sei anni da Amy, documentario Asif Kapadia, che nel 2016 vinse l’Oscar nella sua categoria. Da una parte un lavoro più incentrato sulla carriera musicale di Amy Winehouse, dall’altra una pellicola che si prospetta, sicuramente, più intima.

Ragazzina problematica

Proprio mamma Janis (come Joplin, un’altra del Club 27) ha già, in qualche modo, anticipato il contenuto del documentario. Nel 2014 ha infatti dato alle stampe il libro Loving Amy: A Mother's Story, in cui ha ipotizzato che la figlia potesse soffrire dalla sindrome di Tourette: «Era insieme angelo e diavolo. A volte strillava ciò che pensava senza motivo». Quanto ai problemi certificati di Amy con alcol e droghe, come Janis ha svelato si sono presentati ben prima del successo musicale: «A nove anni già si tagliava, a dieci taccheggiava e si faceva da sola i piercing». Comportamenti al limite (e oltre), peggiorati dopo il divorzio dei genitori: «Fumava erba ogni giorno, a 15 anni beveva Southern Comfort mescolato con la limonata».

La controversa figura del padre

Una ragazzina fragile Amy Jade Winehouse, questo il suo nome completo, innamorata della musica e in particolare del jazz. Figlia di una farmacista e di un tassista, che appunto però divorziano quando lei ha solo dieci anni. Già Mitch Winehouse: è stato il padre a insegnare a Amy ad apprezzare la musica e i due avevano anche un buon rapporto. Tuttavia, sembra che in almeno un paio di occasioni sia stato proprio lui a convincere la figlia-macchina da soldi a non interrompere l’attività canora per andare in rehab, qiando ne avrebbe avuto decisamente bisogno. E dopo la morte non le ha certo reso giustizia, con il suo insostenibile presenzialismo sui media e un altro libro biografico che non ha aggiunto niente alla figura della figlia. Sia chiaro, di volumi su Amy Winehouse ne sono stati scritti tanti, basta fare un salto in libreria per avere conferma. Pochi sono davvero interessanti, perché non è facile scavare nella vita di una persona se non l’hai conosciuta davvero. In tal senso, imperdibile My Amy scritto da Tyler James, soulmate della cantante prima che diventasse tale: miglior amico, coinquilino, anima gemella (non in senso romantico) di Amy Jade, conosciuta ai tempi della Susi Earnshaw Theatre School e mai “mollata”:

I ricordi del soulmate Tyler

I primi concerti in venue minuscole, le interviste alle radio locali, gli alberghi scalcinati dove hanno dormito insieme con il sogno di diventare famosi. Ma non troppo: «Odiava essere famosa. Non accettava la fama, che era come una prigione. Avevamo spesso lunghe discussioni notturne su questo argomento. Desiderava trovare un modo di fuggire, perché nella vita c’è molto di più», ma era troppo tardi per Amy, che già all’epoca fumava erba e beveva “qualche” bicchiere per darsi coraggio: «Lei era semplicemente innamorata della musica. Era una vera artista, come ormai se ne vedono poche». Voleva vivere di voce e musica, Amy, senza tutta la fama che l’ha travolta. Ma con quel talento, beh, come sarebbe stato possibile? Si sarebbe dovuta cucire la bocca.

Ossessionata dall'amore

«Love is a losing game», cantava Amy. Un gioco in cui si perde. Ma da cui è impossibile prendere le distanze. La regina del soul bianco era una donna ossessionata dall’amore, ha spiegato l’amico di sempre Tyler: «Gli dava un’importanza che trascendeva tutto, come ha dimostrato il modo totale e disperato in cui amava Blake Fielder-Civil, l’ex marito». Una relazione questa sì davvero tossica, che si reggeva su droghe e (presumibilmente) botte, finita con il divorzio. Amy cercava l’amore, viscerale ma vero, tradizionale, la normalità insomma: avrebbe voluto creare una famiglia (quella che forse non aveva mai avuto), essere una moglie, crescere dei figli. Non ce l’ha fatta. Era diventata “solo” una straordinaria cantante.

Lontana dalle droghe

Sempre accanto al soulmate Tyler, nonostante la fama, nonostante tutto. I due si sentivano di continuo e quando potevano andavano al mare insieme. Se non c’era modo, si accontentavano di un lettino abbronzante, anche se la pelle di luna di Amy mica si colorava così facilmente. Ma in fondo, l’esposizione ai raggi UV era l’ultimo dei suoi problemi, date le note dipendenze. Oppure no? Come ha rivelato sempre Tyler nel libro, al momento della morte l’amica Amy «non toccava eroina o crack da almeno tre anni e stava lavorando nel modo migliore per allontanarsi definitivamente anche dall’alcol».

Stop and go letale

Per il fratello, a ucciderla sarebbe stata la bulimia, disordine alimentare di cui la cantante soffriva da sempre: «Un po' di anoressia, un po' di bulimia. Non sono del tutto a posto ma credo che nessuna donna lo sia», disse Amy Winehouse nel 2006, tra Frank (dedicato tra l’altro all’ex ragazzo Chris Taylor) e Back to Black. Gli esiti degli esami tossicologici stabilirono però che la morte fosse da attribuire a una massiccia assunzione di alcol dopo un lungo periodo di astinenza, uno “stop and go” letale che capita non così di rado a chi intraprende un percorso di rehab. La cofana citata all’inizio, appunto, e quella voce, facevano sembrare Amy Winehouse più grande di come fosse. E invece era uno scricciolo. Un corpo e un’anima (soul) che non hanno retto un successo forse cercato, ma mai davvero voluto.

Foto: @LaPresse