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Sorellanza: il significato di una parola di cui dovremmo fare tesoro

Da una lettera del 1955 alla Crusca alle sorelle March, da Thelma & Louise ai dati sulla salute: la storia di un legame che potrebbe salvarci tutte
 

Da una lettera del 1955 alla Crusca alle sorelle March, da Thelma & Louise ai dati sulla salute: la storia di un legame che potrebbe salvarci tutte
 

Nel febbraio del 1955 Vittorio Ceroni, professore di lingua e letteratura italiana all'Hunter College di New York, scrisse all'Accademia della Crusca. Voleva un permesso: usare la parola “sorellanza”, che gli sembrava la più appropriata per raccontare alle sue studentesse i doveri di affetto reciproco tra donne. Rispose Bruno Migliorini, il 9 marzo, precisando che non spetta all'Accademia autorizzare o vietare le parole. E aggiunse un dettaglio rivelatore: nell'Appendice al “Dizionario moderno” del Panzini aveva già registrato “sorellanza”, “sorellevolezza” e “sororanza” come forme corrispondenti a fratellanza, adoperate però – annotava – quasi sempre un po' scherzosamente. Ecco il punto. Mentre “fratellanza” viaggiava tra costituzioni e inni nazionali, la sua gemella femminile veniva usata sorridendo, come una curiosità lessicale. Ci sono voluti decenni perché smettesse di essere una battuta.

Molto più di un legame di sangue: il significato di sorellanza

Il significato di sorellanza ce lo rivela il Vocabolario Treccani, che parte dal senso più antico: il rapporto naturale tra sorelle e il vincolo d'affetto che le unisce. Da lì il termine si allarga per indicare il legame tra due o più realtà di genere femminile che condividono origine e caratteristiche – la sorellanza delle nazioni mediterranee, per esempio.

Poi arriva l'accezione che oggi conosciamo tutte. Nata negli anni Settanta del Novecento all'interno dei movimenti femministi, definisce il sentimento di reciproca solidarietà fra donne, fondato su una comunanza di condizioni, esperienze e aspirazioni. Non più soltanto parentela, bensì scelta.

Da uno slogan alla critica di bell hooks: quando la parola diventa politica

La formula che ha cambiato tutto nasce oltreoceano. “Sisterhood is powerful” viene coniata nel 1968 da Kathie Sarachild, in un volantino scritto per il discorso inaugurale della prima azione pubblica delle New York Radical Women. Due anni dopo diventa il titolo dell'antologia curata da Robin Morgan, una delle prime raccolte del femminismo della seconda ondata a circolare su larga scala. Morgan tornerà sulla stessa parola per trent'anni: “Sisterhood Is Global” nel 1984, “Sisterhood Is Forever” nel 2003.

Ma la sorellanza non è mai stata un'idea pacificata. In “Sisterhood: Political Solidarity Between Women”, bell hooks – pseudonimo della studiosa afroamericana Gloria Jean Watkins – contesta l'impianto su cui il femminismo bianco l'aveva costruita: quello di una comune oppressione delle donne, che finiva per nascondere le differenze reali di razza e di classe. Per hooks la solidarietà femminile è invece un atto radicale, che chiede di disimparare tutto ciò che si è assorbito in una società che insegna alle donne a vedersi come rivali.

Dalle sorelle March a Celie e Nettie: la sorellanza in letteratura

La letteratura ci arriva prima dei dizionari. Nel 1868 Louisa May Alcott pubblica “Piccole donne”, ispirandosi liberamente alla propria famiglia e alle tre sorelle: Meg, Jo, Beth e Amy March restano il modello di un legame che sopporta gelosie, ambizioni divergenti e lutti senza spezzarsi. La versione cinematografica di Greta Gerwig del 2019 – sei candidature agli Oscar e la statuetta per i migliori costumi a Jacqueline Durran – lo rilegge come una storia di donne che negoziano il diritto di realizzarsi.

Più tardi, e molto più duramente, “Il colore viola” di Alice Walker (1982, Premio Pulitzer e National Book Award l'anno successivo) affida a un romanzo epistolare il legame tra Celie e Nettie, due sorelle separate da un uomo violento che continuano a scriversi senza mai ricevere risposta. Dal libro Steven Spielberg trae nel 1985 l'omonimo film con Whoopi Goldberg. Accanto alle sorelle di sangue c'è Shug Avery: è un'altra donna a insegnare a Celie che la vita può essere diversa.

Al volante di una Thunderbird: la sorellanza sullo schermo

Nel 1991 “Thelma & Louise” porta la sorellanza fuori dalla famiglia e la mette su una strada. Diretto da Ridley Scott, scritto da Callie Khouri – Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1992 –, il film racconta due amiche che difendendosi a vicenda diventano fuorilegge. Alla rivista “Time”, nel 1991, Khouri spiegò di essersi stancata del ruolo passivo delle donne sullo schermo: non guidavano mai la storia perché non guidavano mai l'auto. Nel 2016 la pellicola è entrata nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso statunitense.

Non solo retorica: che cosa dice la ricerca sui legami tra donne

Nel 2000, sulla rivista “Psychological Review”, Shelley E. Taylor e il suo gruppo dell'Università della California a Los Angeles proposero di correggere il modello classico della risposta allo stress. Accanto al noto fight-or-flight descrissero nelle femmine un secondo schema, tend-and-befriend: proteggere chi si ha in cura e insieme costruire reti sociali di sostegno, un meccanismo che gli autori ipotizzano mediato dall'ossitocina. La teoria è discussa – nel 2002 la stessa rivista ospitò le obiezioni di David C. Geary e Mark V. Flinn –, ma ha spostato l'attenzione su un'idea semplice: cercare le altre non è debolezza, bensì strategia. 

Sul piano della salute i numeri sono nitidi. Uno studio pubblicato nel 2006 sul “Journal of Clinical Oncology” da Candyce H. Kroenke e colleghi ha seguito 2.835 donne del Nurses' Health Study con diagnosi di tumore al seno tra il 1992 e il 2002: chi era socialmente isolata prima della diagnosi mostrava un rischio di mortalità per qualsiasi causa superiore del 66% rispetto alle donne socialmente integrate, e un rischio doppio di morire di tumore al seno. A pesare era soprattutto il numero di amiche e parenti strette.

E poi il lavoro. Nel 2019 i “Proceedings of the National Academy of Sciences” hanno pubblicato l'analisi di Yang Yang, Nitesh V. Chawla e Brian Uzzi su 4,5 milioni di email scambiate da centinaia di studenti poi collocati in posizioni di leadership. Per gli uomini bastava la centralità nella rete; per le donne no. Chi otteneva gli incarichi di maggiore autorità aveva anche una cerchia ristretta di contatti femminili molto legati fra loro, ciascuna però collegata a mondi diversi. Le donne con reti identiche a quelle degli uomini di successo finivano più in basso, a parità di qualifiche. 

Una parola da maneggiare con cura

La sorellanza non è un club, né un obbligo di volersi bene per appartenenza di genere. Settant'anni dopo quella lettera partita da New York, possiamo dire che dietro quella parola c’è la decisione di non lasciare sola un'altra donna: nel dettaglio minimo di uno sguardo scambiato in un parcheggio buio o nella scelta di riconoscerle il talento invece di temerlo. 

Foto di apertura: iStock