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Perché in Italia si colpevolizzano ancora le donne vittime di violenza

Dalla vittimizzazione secondaria all’odio online, il racconto della violenza continua troppo spesso a spostare la colpa su chi la subisce

Dalla vittimizzazione secondaria all’odio online, il racconto della violenza continua troppo spesso a spostare la colpa su chi la subisce

«Vannacci nega il femminicidio perché vuole negare ciò che il femminismo ha reso visibile: la violenza maschile contro le donne come sistema di disparità di potere. Un tentativo di disumanizzare, sdoganare la violenza, legittimare le disparità, confondere le persone e indebolire un’analisi condivisa della realtà». Con queste parole l'Associazione Differenza Donna marca un fenomeno diffuso soprattutto nella manosfera: se una donna è vittima di violenza, se l'è andata a cercare

Violenza di genere: oltre la colpevolizzazione

Non c'è niente di "speciale" nell'omicidio di una donna. Secondo il leader di Futuro Nazionale l'uccisione di un uomo avviene per gli stessi identici motivi. Oppure il senso di questa affermazione è negare il sistema che sta dietro la violenza di genere, verbale, emotiva, economica che le donne si trovano a subire?

Abbiamo più volte parlato di vittimizzazione secondaria, il fenomeno con cui si definisce la colpevolizzazione delle vittime di violenza subita da parte dei rappresentanti delle istituzioni chiamati ad accertare le condizioni in cui le donne che denunciano si trovavano al momento del crimine. Tipo com'erano vestite. O perché fossero in giro da sole dopo una certa ora. Insomma, il solito vecchio victim blaming fatto bene per demolire quel che rimane dell'autostima di chi denuncia.

Senza contare che le cose possono peggiorare ancora di più se il processo legato al crimine denunciato assolve il presunto colpevole. Lì scatta la vittimizzazione terziaria: Se il colpevole non viene identificato o viene assolto o la sua responsabilità è ridimensionata, la vittima può sperimentare un senso di ingiustizia o frustrazione. Un'ulteriore sofferenza legata a quella sensazione di non essere riconosciute, appunto, come vittime dalle istituzioni. Come se ciò che si è subito non contasse davvero.

Secondo la Mappa dell'Intolleranza di "Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti", le donne restano per l'ottavo anno consecutivo la categoria più colpita dall'odio online in Italia. E tra gli autori di questo tipo di contenuti infarciti di odio digitale ci sono proprio quegli uomini che pretendono di spiegare il mondo con un mansplaining non richiesto, che sminuisca anche le conquiste di pensiero come l'esistenza del patriarcato e della violenza di genere. In Italia si colpevolizzano ancora le donne vittime di violenza e questa cosa deve finire.

Le donne sono vittime due volte: cosa dicono i numeri

Secondo l'Istat, nel 2025 il 26,5% delle donne italiane ha subito violenza fisica o sessuale da parenti, conoscenti o sconosciuti. Il dato più legato alla colpevolizzazione, però, è un altro: secondo il "Rapporto sullo Stato dei Diritti in Italia", il 73% delle donne che si rivolgono al numero 1522 non arriva poi a denunciare, frenata da paura, sfiducia e da un sistema che spesso mette in dubbio la parola delle vittime, revittimizzandole. È quella che gli esperti chiamano vittimizzazione secondaria: la violenza subita due volte, la seconda quando si racconta.

Le parole della colpa: la lezione di Michela Murgia

Nel saggio "Stai zitta" (Einaudi, 2021), Michela Murgia ha analizzato il linguaggio con cui la cultura italiana continua a derubricare la violenza, segnalando come termini quali "sexy" o "passionale", applicati a un'aggressione, ne attenuino la gravità.

La scrittrice ha osservato come il senso comune tenda ancora a invertire le responsabilità, ricalcando lo schema più antico della cultura occidentale: quello della colpa femminile alle origini del peccato. Perché è Eva ad aver tentato Adamo sotto l’albero, mica il contrario. E come fai a scalfire millenni di peccato originale se non si è capaci di riconoscere uno schema culturale ormai svuotato di senso, a cui i maschi tentano disperatamente di aggrapparsi per riempire il vuoto emotivo con cui sono stati cresciuti?

La legge 181 del 2025, che ha introdotto il femminicidio come reato autonomo, è un passo avanti normativo: non risolve, ma riconosce la radice culturale del fenomeno. Ora a cambiare deve essere il discorso attorno alla violenza e fino a che si cercherà di spiegare alle donne come va il mondo o, peggio, di chi è la colpa quando si subisce violenza, soprattutto se ciò avviene tra le mura di casa, non ci sarà libertà per nessuno.

Foto di apertura: iStock